Titolo…     04-10-2006  
Titolo
Il telefono squilla mentre mi sto preparando il panino.
Pronto, mi dice una voce che sembra la nota più acuta di un flauto.
A quella parola, anzi al timbro con cui viene pronunciata, è come se una mano, un’entità autonoma, voltasse all’indietro le pagine di un calendario (un calendario bianco e nero, molto minimalista, con la pubblicità discreta di un autoricambi su un lato).
Poi la mano svanisce e il calendario è aperto sulla pagina del mese di maggio dell’anno 2000. E’ la stessa ora, ma sono nella mia Roma, seduta a una scrivania e sto mangiando sempre un panino. Anche lì, il telefono, con più bottoni e luci di quello di adesso, squilla e lampeggia.
Pronto, dice una voce che sembra sempre uno strumento a fiato, ma è meno acuta.
Diciamo che quella del 2000 era quella di un clarinetto.
Pronto, sono l’Ingegnere RompiPonti potrei parlare con il Dottor Commercialista Scuciisold? Ho avuto il vostro numero dall’Avvocato Tifregoio!
Nel 2000, o giù di lì, queste telefonate di citazioni di titoli, come questa riportata, erano frequenti e non ci facevo caso.
Nel 2006 suona strana.  (I titoli sono leggermente diversi, ma sono sempre tre).
Mi fa sorridere, mi irrita, mi fa pena? Al tipo che sta dall’altra parte dico chi sono, in effetti conosco chi gli ha dato il mio numero, oppure mi spaccio per la donna delle pulizie, o gli dico che ho anch’io un titolo, ma che ho scritto un libro untitled, insomma lo confondo un po’e gli abbasso la voce fino a farla diventare come quella di un oboe?
Costui è un flauto, a differenza del suo antenato che era un clarinetto. Se ha una voce più acuta significa che oltre all’entusiasmo per la citazione dei titoli, ne ha anche un altro di entusiasmo che è quello di essersi appena trasferito qui.
Gli emigrati freschi sono di tre tipi: quelli che credono di essere approdati nel paese delle meraviglie, quelli che tentano di non pronunciare la pericolosa frase: stavo meglio prima e dicono invece: vediamo che si può fare, quelli che si sparerebbero un colpo per essere stati costretti ad andarsene.
La prima è la categoria più a rischio. Di depressione e di rifiuto della nuova vita. E si manifesta dopo un po’.
All’Estero si vive meglio che da noi è una frase-chimera alimentata sia dai mass media che dalla gente. E vorrei tanto sapere chi è stato il primo a tirarla fuori. Forse è uscita a causa della storia del nostro paese che, un tempo, ha avuto un’emigrazione di massa.
Comunque ora è in circolo e non la ferma più nessuno.
E divora persone. Cioè le illusioni di queste persone che parlano come strumenti musicali.
Come questo tipo che telefona all’ora di pranzo, a cui in tre mesi  si smonteranno due miti: quello del titolo e quello dell’estero. E si trasformerà in un trombone bucato.
Gli vorrei dire: quando hai bisogno, chiama pure. Ma sarebbe inutile: al momento vola troppo alto.

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Leggendo qui mi sono ricordata di come era prima.
Tra i sei e gli undici anni ho passato le mie estati in un paese in Abruzzo ospite di una famiglia del posto.
Il ricordo più vivo di quel periodo è quello della libertà. Ero libera di andarmene ovunque per tutto il giorno. La libertà aveva anche un risvolto solitario che a volte mi pesava.
I miei coetanei erano ragazzini bizzarri, per lo meno io li vedevo così. D’altra parte anche loro mi consideravano un po’ strana. Giocavamo a nascondino, ma solo nel tardo pomeriggio quando avevano terminato i lavori. Tutti avevano frequentato la scuola fino alla seconda elementare, non avevano giocattoli e avevano le mani da vecchi. A dieci anni si fidanzavano. E gli ultimi tre anni non furono affatto piacevoli per me da questo punto di vista, ché io di storie d’amore non ne volevo assolutamente sapere. Fu per quel motivo che presi l’abitudine di fare lunghe passeggiate in montagna o di vagare per ore da un orto all’altro. Poi divenni amica di una di sedici, fidanzata con uno di città. La città era Sulmona. Io ascoltavo i suoi sfoghi, lei mi proteggeva dalle trappole dei tipi che volevano fidanzarsi con me. L’accompagnavo nei suoi servizi, mi coprivo gli occhi quando uccideva i conigli, e lei mi parlava di questo ragazzo che guidava il camion, che aveva un buon lavoro. Poi ce n’era un altro che le regalava in segreto campioni di profumi e di creme. E lei era combattuta. Però questo tipo non aveva futuro, ché pascolava un gregge di pecore che non era nemmeno suo. E un giorno se ne sarebbe andato da qualche parte al Nord. Il fidanzato, inoltre, aveva fatto assumere suo fratello nella stessa ditta di camion e lei aveva un debito con lui. Sono legata, mi diceva certe sere con le lacrime agli occhi. E’ come se avessi già la fede. Tirava fuori una scatola che teneva nascosta sotto l’armadio. Quello che faceva il pastore le scriveva dei biglietti a caratteri giganti, quello che guidava il camion le scriveva lunghe lettere sui dei fogli di carta velina con le linee tracciate a matita. Lui, il fidanzato di Sulmona, aveva la licenza elementare. Alla fine è meglio in tutto, concludeva riponendo la scatola. Io le davo dei consigli che ogni volta erano un po’ diversi. Mi ricordo che la guardavo in faccia e, a seconda della sua espressione, le dicevo: lascialo. Oppure: continua a stare con lui.
Il 10 agosto c’era la festa di San Lorenzo in una chiesa su in montagna. Ci si alzava prima dell’alba, ci si dava appuntamento a un angolo della strada con altre ragazze, e suo fratello ci portava con il camion, venti o trenta persone, fino a dove terminava la strada asfaltata, dopo si proseguiva a piedi per tre o quattro ore. Il viaggio in camion era bellissimo.
Le vacanze erano scandite da feste religiose, da processioni e da matrimoni che duravano due giorni. Un’estate, una che se ne era andata molti anni prima in America comprò una casa nel paese. Nessuno parlava con lei e con la sua bambina, nemmeno la sua famiglia, e anche a me era proibito avvicinarle. Lei era La Divorziata. La Divorziata aveva la Cameriera. E andava ogni mattina dal parrucchiere a farsi la pettinatura. Verso le undici uscivano in fila indiana lei, la bambina e la cameriera. La Divorziata aveva anche la macchina, una mini minor arancione, e con quella andavano al lago o alla pineta. Quando salivano le scale che portavano alla strada tutti s’affacciavano a guardarle.
L’estate che ho compiuto undici anni è stata la mia ultima estate su quelle montagne.
Ho saputo che la ragazza che usavo come paravento per non fidanzarmi si è sposata l’estate successiva e si è trasferita a Sulmona. Poi è arrivato il progresso e sono stati costruiti gli impianti  sciistici.
Da allora molte cose non sono più come prima, mi ha raccontato qualcuno che ancora va lì. Non lo riconosceresti più. Alla gente è cambiata la testa. I vecchi dicono che questo è un male, ma per i giovani significa la vita.

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Sono nel gruppo, quasi….     29-09-2006  
Sono nel gruppo, quasi.
Percorro per undici chilometri una strada dritta. Il paesaggio è quello che conoscono tutti: campi di erba verde brillante, pecore a sinistra, mucche a destra, biciclette e mulini.
Mi avvicino al mare e compaiono le dune.
Le dune mi mettono di buon umore perché mi ricordano quando ero piccola e si andava a fare il bagno a Torvaianica.
Infine spiccano i grattacieli, in realtà sono palazzi di dodici  o quindici piani, ma il confronto con le casette con il tetto di paglia li fa sembrare altissimi, e sono arrivata.
Entro in un posto che si chiama Casino, ma dove si gioca a tennis. Mi sono iscritta qui attraverso la scuola che se la lasci fare ti organizza tutta la giornata. Io, di solito, mi gestisco da sola.
La nazionalità del gruppo di giocatrici riflette, ovviamente, quella scolastica: metà è americana, l’altra metà è il resto del mondo.
Aspettiamo in una stanza tipicamente dutch: pavimento sporco e arredamento spartano e malmesso. La procedura di presentazione comprende tre passaggi in cui dici il tuo nome, la tua nazionalità e gli anni di presenza in Olanda. Se i componenti del gruppo che si sta formando sono dello stesso Paese, allora dici la città e, se richiesto, la professione del marito.
Poi ci sono le varie ed eventuali.
Le varie ed eventuali di oggi sono due.
La prima. Una di New York ricorda il crollo delle torri gemelle che coincise, più o meno, con il suo trasferimento nei Paesi Bassi. Pronuncia un paio di frasi brevi, scandite da un punto gigante. Noto una marsh mallow sotto il tavolino, è bianca e sporca, un po’ spiaccicata.
Il mondo crollava e non c’erano più certezze, conclude. Tutte fanno di sì con la testa. La marsh mallow mi s’incolla alla scarpa, ma me ne libero passandola alla zampa della sedia.
La seconda. C’è una di Londra e ciò è abbastanza insolito perché le inglesi stanno con le inglesi e i figli vanno alla scuola british non alla americana. Questa inglese, che è piuttosto carina e anche questo è un po’ curioso, per ragioni oscure (su cui rifletterò in seguito quando mi smarrirò tra le dune) comincia a farmi domande a raffica. Prima e durante la lezione. Tra un quesito e l’altro, osserva: chissà com’è che in sei anni non ti ho mai visto, mi ricordo sempre tutte le facce. Dove ti nascondi? Sorrido e dico: a me pare d’averti già incontrato invece. Naturalmente mento. Devo pur dir qualcosa, tutte dicono qualcosa.
Quando la lezione finisce, mi cambio velocemente le scarpe, sorrido e gesticolo un saluto collettivo. Noto e evito un’altra marsh mallow davanti alla porta, questa è rosa sporco, poi m’avventuro per una strada nuova.

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Una mattina al consolato…     25-09-2006  
Una mattina al consolato
Nella sala d’attesa sono presenti:
Un italiano, piccolo e scuro, ma con i muscoli da nervoso che guizzano in continuazione in compagnia di un’olandese, altissima, biondissima, di pelle bianca e rosa, sottile nei capelli e nelle labbra, debole sul seno, malgrado l’allattamento, forte nel sedere e nelle caviglie, con due bambini al seguito. Una femmina di due anni, con due gambette che tirano pizzichi e una faccia da furba, e un neonato, di sesso indefinito, che poi a pensarci bene i neonati sono come i cinesi che se li vedi separati sembrano tutti uguali, se li guardi insieme cogli le differenze. Il neonato dorme, il padre se ne sta in disparte, la bambina è un terremoto, disegna, beve, mangia, salta, la madre la segue fino a un certo punto, allora lei mette su uno sguardo in cui brilla una luce e afferra la carrozzina in cui dorme il neonato e la scuote violentemente. La madre la rimprovera, la bambina se ne sta immobile per quasi un minuto, poi ricompare quel bagliore sulle pupille e ricomincia. Va avanti fino a che la madre non s’imbestialisce e allora il padre, che fino a quel momento fissava con lo sguardo spento la parete, le dice in italiano: vieni qui
Un signore con una camicia a quadri ben infilata nei pantaloni grigi, una cintura di cuoio marrone, una pancia notevole, i capelli bianchi, la pelle abbronzata, le maniche della camicia rimboccate su due avambracci pelosi. All’uomo che apre la porta si rivolge in italiano, poi continua in olandese. Va a una scrivania dove un impiegato lo aiuta a compilare il modulo, perché lui non ci capisce molto di documenti, e ritrova la lingua. Tra due mesi vado in pensione e torno al mio paese. Lei non vuole venire. Indica qualcosa che c’è sulla scrivania. Non ha mai voluto imparare l’italiano, e al mio paese è venuta solo una volta e poi basta. E mica la posso ammazzare. Se non vuole, non vuole. Io torno. Non ci muoio qui. Poi non siamo neanche sposati.
Un tipo alto uno e sessanta, i capelli castani tirati indietro, i jeans chiari abbondanti in cima e stretti alla base, agitato, anzi agitatissimo, dice all’impiegata allo sportello: io sono venuto a fare il passaporto tre mesi fa, poi mi è passato di mente. Sì, ho un figlio. Ecco perché me ne so dimenticato! Mio figlio s’era preso la varicella e quando non lavoravo, sono cameriere, stavo con lui. Non lo trovate? Ecco, mi ricordo anche il giorno. Era un lunedì. Io sono libero il lunedì. Era giugno. Poi c’è stato il compleanno di Francesco, ma lui era già malato e abbiamo fatto la festa con i bambini che avevano già avuto la varicella. Sì, sono sicuro che ho richiesto il passaporto. Mia zia, la sorella di mia madre, stava male. Volevo scendere per farle un saluto. Poi c’è stata la varicella. Stanotte la zia è morta e io mi sono ricordato del passaporto. Ah, eccolo! Ve l’avevo detto che c’era!
Infila il documento nel taschino della camicia, si riavvia i capelli, ci guarda, fa un sorriso, in bocca al lupo, ci dice.
Poi c’è uno che parla inglese, anzi americano, ma un americano colto, non del Texas e neanche del Colorado e nemmeno della California. Dice: mia madre era italiana. Io adesso abito con lei, che è olandese, sì certo che ho il passaporto italiano, però è scaduto. L’italiano sì, certo che lo capisco, ma sono anni che non ho occasione di parlarlo. Da quando è morta mia madre. Dunque,dicevo, devo fare un dichiarazione di convivenza. Me lo rinnovate il passaporto? Sì, quello americano è valido, però preferiscono quello della comunità europea. Mi serve con una certa fretta. Non devo avere fretta? No? Mi conviene usare il passaporto americano? Comunque io voglio rinnovare questo, sì, in ogni caso. Mia madre era italiana, è un mio diritto, giusto? Ho compilato il modulo sbagliato? Me l’ha dato l’uomo all’ingresso. Sì, va bene, devo prendere un altro numero? E’ più di un’ora che aspetto. Quando ho finito di compilarlo ve lo porto direttamente? Sì, sì, va bene.
Un tipo mingherlino, sui cinquanta, sta seduto in disparte in un completo color canna di fucile, stropicciato, di almeno una misura più grande, con gli zigomi quadrati, la bocca che è una fessura, la barba da disoccupato, osserva gli altri annoiato, consulta l’orologio che ha al polso, il biglietto azzurro con il numero, si alza, si siede, sbuffa e scuote la testa.
C’è uno schiamazzo all’ingresso. C’è una porta di sicurezza, come quella delle banche. Il meccanismo non funziona. L’impiegato la deve aprire manualmente, intanto qualcuno oltre la porta grida: mi hanno rubato il passaporto stanotte! Sul tram. Sono salito che ce l’avevo, sono sceso che non c’era più! Be’, no, non ci ho fatto caso subito, me ne sono accorto stamattina quando sono rientrato. E domani ho l’aereo e devo tornare per forza, per forza! Altrimenti sono fuori. Cioè il capo mi licenzia.
E’ dell’Emilia Romagna. Ma di quale città? E quali sono le città? Bologna. Ma non è di Bologna, quest’estate cenavo con una di Bologna ma costui non parla come lei. Poi c’è Forlì. Ah io conosco una che sta a Forlì, però è di Roma, Reggio Emilia?
Intanto entra, ha dei jeans e una maglietta nera, i capelli color lampadina incandescente, piercing sparsi ovunque, è in compagnia di una ragazza robusta, che ride. Ho perduto il passaporto! Grida al pubblico in attesa. Ho perduto il passaporto dice al suo vicino con la barba da disoccupato. Sono di Riccione, piacere. E’ da due mesi che sto qui ma domani devo tornare a casa. E tu?
Io? Io sto qui da cinque mesi. Dice il tipo.
Allora conosci l’olandese?
No, no. So lo spagnolo, l’inglese e il francese, dell’olandese che mi frega? Ma ora questi  vogliono farmi iscrivere all’Aire. Ma io non mi segno. Non mi segno da nessuna parte. Ora sto qui, domani non lo so. Dipende da come mi alzo.
Torno al mio libro. Sto leggendo Aspettando i barbari di Coetzee. Leggo due pagine. Chiamano il mio numero. Il tipo con la barba da disoccupato sta tracciando la mappa dei coffee shops di Amsterdam, il ragazzo ascolta attento, la ragazza ride e va in pausa.
Ho portato troppe foto e perché ho fatto io le fotocopie? Perché sul sito c’era scritto che bisognava portare le fotocopie. Il sito? Il sito internet. Sì, ma adesso io mi confondo. E poi queste foto sembrano tutte uguali. Non sono uguali. Sono simili, sono fratelli. Gemelli? No, fratelli. Ma sono cambiate molto da queste sui passaporti! Sono cresciuti. Sì però adesso mi confondo. Per questo le avevo messe in cartelline separate, però lei le ha tirate fuori. Le fotocopie le rifaccio. Queste sono troppo piccole. Però per i passaporti ci vuole un sacco di tempo. Ma io alla fine di ottobre devo andare a Roma. E allora rinnovali lì. No, uno è scaduto. Tanto non guardano la scadenza. Io preferisco rinnovarlo qui, comunque. Sono venuta apposta.
Dopo venti minuti di: separa le fotocopie, prendi le fotocopie, dividi le foto con il passaporto corrispondente, no, non sono io quella sul computer, il cognome è lo stesso, ma il nome è diverso, anche la data di nascita, io poi sono nata a Roma, quella a Den Haag, dopo tutto questo, finalmente, sono fuori.
Il tipo con la barba da disoccupato e il ragazzo di Riccione sono seduti per terra nel corridoio, le schiene appoggiate al muro, fumano e chiacchierano sottovoce. Sembrano padre e figlio, la ragazza che ride e va in pausa è sparita, invece.

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Tre     20-09-2006  

Chiara
C’era stato un tempo in cui Chiara Bersani s’alzava al primo chiarore dell’alba perché aveva bisogno di riflettere prima di uscire.
Riflettere, in realtà, non era la parola giusta.
Chiara aveva bisogno di prendere coscienza di sé.
Distendeva una stuoia sul pavimento e, in calzettoni e pigiama, si tirava, si fletteva, respirava e aspirava. In basso le braccia, in alto le gambe. Poi si concentrava sui muscoli fino a quando non li identificava singolarmente. Seguiva il sangue che scorreva nelle arterie e nelle vene e si disperdeva nei capillari. Quel flusso doveva pur produrre un suono e, per quanto impercettibile, tentava d’identificarlo.
Infine entrava in cucina, si sedeva, allungava le gambe sullo sgabello di fronte, fissava il caffellatte bollente che appannava il bicchiere, i polpastrelli che sfioravano la superficie del vetro mentre mutava da nitida ad opaca, un filo di musica muoveva l’aria, e lasciava che i pensieri le calassero addosso.
Ma non era esatto chiamarli pensieri.

Va? Non Va? E Perchè Non Va?

Curioso che quando sto per postare un pezzo (ma anche dopo) o per inviarlo per posta a qualcuno che non sia un amico (anche in questo faccio sempre almeno un’altra spedizione), mi accorgo di errori, ripetizioni, dissonanze.

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Sono su un cerchio. …     19-09-2006  
Sono su un cerchio.
Poi ho deciso che esco dal gruppo.
Non ci riesco proprio ad accettare le scelte dei libri degli altri.
Finora ho rifiutato Questa storia di Baricco, ho acconsentito a leggere Stupori e Tremori della Nothomb, con enorme noia e saltando qualche pagina, mi hanno convinto con La Concessione Del Telefono di Camilleri, di cui non avevo mai letto nulla e che non mi è dispiaciuto, ma che non mi ha incuriosito a continuare, c’è stato Quattro Giorni Per Non Morire di Marino Magliani, che avevo letto appena uscito, ma si sono visti ad agosto e io non c’ero, avrei partecipato volentieri all’incontro su Canone Inverso di Maurensig, letto alcuni anni fa, ma quella sera avevo un impegno.
Ora è di turno Con Le Peggiori Intenzioni di Piperno che non m’interessa affatto.
Mi piacciono, di solito, le scritture semplici, senza fronzoli e quella di Piperno non ha certo questa caratteristica.
A rifletterci quella della Nothomb ce l’ha, invece, e, come ho detto, mi annoia.
Allora mi correggo.
Dirò che mi piacciono le scritture semplici ed evocative, quelle che con una frase definiscono un’emozione, un fatto, uno stato, e che magari ti trascinano a immaginare anche qualcos’altro,  come la Kristof.
E però non è detto che io non continui ad andare ad Amsterdam.
Le persone che formano il gruppo sono, in qualche modo, particolari. Quello che l’ha inventato, il gruppo intendo, ha una memoria prodigiosa che mi sorprende ogni volta. Si parla del libro e di altro per circa tre ore, di solito ci vediamo in un ristorante-caffè, lui dice le sue impressioni, fa le domande, è, diciamo, l’animatore, quello che tiene i fili, ma in modo molto quieto. Dopo qualche giorno dall’incontro arriva una sua mail, gli iscritti sono numerosi e non tutti risiedono ad Amsterdam, e accanto al nome di chi ha partecipato sono riportate le sue riflessioni. Io gliela invidio tantissimo questa capacità e anche quel modo di tenere le briglie senza mai dare l’impressione che esistano.
C’è anche da dire che gli italiani che vivono ad Amsterdam sono diversi da quelli che vivono nel mio paese o in quelli adiacenti. Sono meno uniformi. Eppure è stato il caso che li ha portati in città e non qui. Non sono uniformi nemmeno quelli che lavorano qui e decidono di abitare ad Amsterdam e che affrontano, ogni giorno, ottanta- novanta chilometri di trasferta, che magari è accettabile in Italia non in Olanda. Perché dal momento che sei emigrato vuoi una qualità della vita migliore e non puoi farteli in treno questi chilometri, sei costretto a spararteli in macchina.
Insomma esco dal gruppo e per un po’, forse, continuerò a frequentarlo. In fondo non m’interessa ascoltare osservazioni su autori che ho deciso di non leggere. E poi penso che mi dispiacerebbe non vederli più.
Sono su un cerchio, purtroppo.

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La tecnologia non fa miracoli….     18-09-2006  
La tecnologia non fa miracoli.
Stanotte mentre aspettavo Fran e lottavo contro il sonno, mi ricordavo di una frase che diceva mia nonna: abitavo a Testaccio, vicino al Monte dei Cocci, ma sono nata trasteverina. E io m’immaginavo una montagna altissima che luccicava al sole con una bandierina rossa che sventolava in cima. Poi quando la vidi rimasi assai delusa anche se lei sosteneva che ai suoi tempi era un’altra cosa.
Cocci, coccio.
Certi ricordi non vengono in mente per caso.
Verso l’una sorridevo su un’espressione romana che dice così: ma che sei de coccio?
Con cui s’intende che non sei un tipo particolarmente sveglio.
Così delle 3 ore e mezzo di ritardo del pullman di Fran lo venivo a sapere dal sito della scuola, dove i prof. segnalano via cellulare l’ora esatta d’arrivo, e ne conoscevo anche il motivo: i due autisti s’erano perduti (o sperduti) sul confine francese e non riuscivano più a trovare la strada che portava in Olanda malgrado mappe e gps.

Categorie: Roba d'Olanda

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Chi esce dal gruppo, chi si pone quesiti sulle anatre, Fran fa così.
Nella sua pagella di giugno, accanto alla casella Inglese, era scritto: lo studente dimostra una capacità nell’esprimere il suo punto di vista e nel difenderlo assai superiore alla sua età.
E ti credo, commentavamo noi, con un sorriso dolce-amaro, è da quando ha tre anni che discute.
A metà agosto, al secondo o terzo giorno della ripresa della scuola, ci comunicava: darò ripetizioni di chimica e di matematica quest’anno, è arrivato il momento che guadagni qualcosa; e il mio stupore superava l’orgoglio davanti a un proposito tanto nobile (non mi abituerò mai alla constazione che io, proprio io, abbia contribuito per un cinquanta per cento a generare un essere con una spiccata attitudine per robe scientifiche).
Effettivamente cominciò a dare ripetizioni di matematica a una sua amica con un’evoluzione imprevista (o forse no).
Seguiva, poi, un’altra comunicazione: entro nella squadra di cross country della scuola, e qui avevo una caduta dalle nuvole, e osservavo: ma hai sempre detestato correre! E omettevo: non ti riconosco più figlio mio! A cui seguiva una risposta laconica: si cambia, eh, ( ecco un’altra espressione dell’adolescenza, oltre alla polemica, la laconicità).
Andremo in trasferta una volta al mese, ma stai tranquilla che ci costerà solo il viaggio in pullman, per dormire e mangiare saremo ospitati dalle famiglie degli studenti che vivono lì.
Toccherà anche a noi, allora, e se arrivano ragazzi come quelli che sono capitati a C., l’anno scorso, che non producevano nemmeno una parola, solo sospiri?
La comunicazione può risolversi con il cibo perché rispondeva: Tu prepara le lasagne per cena.
Infine s’iscriveva a un ciclo di conferenze che simula quelle dell’Onu.
Anche questa attività lo porta fuori e a partire il venerdì, saltando quattro ore di lezioni.
Un momento, dico, non stai esagerando con gli impegni e le assenze? Che diranno i professori? Tranquilla, rispondeva lui, sono andato a parlare con il Professore Capo e mi ha dato il permesso.
Il permesso, il Professore Capo gli ha dato il permesso. E il nostro permesso?
Sembra, però, che questo ciclo di conferenze sia irrinunciabile ché migliora la capacità per la risoluzione dei problemi e stimola il ragionamento.
Bene. O forse no. Ci devo pensare.
Mentre pensavo che ci devo pensare, preparavo una busta piena di cibo, l’accompagnavo a scuola in macchina, ché tra pochi minuti parte per Londra, vestito da atleta, e mi pare proprio che abbia preso il volo anche se il viaggio se lo fa in pullman.

Categorie: Questioni di famiglia

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La grande mano…     13-09-2006  
La grande mano
Da qualche giorno in qua la mano di una bambina gigante entra dalla finestra della mia stanza, mi afferra e mi deposita altrove. Ho provato a rifugiarmi dove non mi potesse raggiungere e sono scesa giù in cantina, (benché sia il luogo dell’orrore, ché lì abitano una lavatrice, un’asciugatrice e lo strumento di tortura per eccellenza: il ferro da stiro) ma non è servito a nulla: con uno stratagemma - ha ordinato al telefono di squillare - mi ha fatto uscire.  Aspetto quindi la pioggia e il freddo, così potrò tenere le finestre chiuse, ché avrei da terminare una cosa, anche se temo che la bambina sia dotata di una fantasia proporzionata alla sue dimensioni, e metterà a punto altre strategie per obbligarmi a venir fuori.

Categorie: Pensierini

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Il bio non mi si addice …     12-09-2006  
Il bio non mi si addice
In Cambogia quelli che si occupano di dio sono vestiti di arancione non di nero, e ci sono monasteri ovunque, e il verde è profondo, e passeggiavamo sulla strada principale verso sera, ché non c’era da far altro lì e ho visto una roba orrenda, quella che sappiamo tutti. Ho visto europei e americani che caricavano sulle automobili prese a noleggio bambine di do*di*ci, tre*di*ci anni con le facce dipinte e gli occhi serissimi. E le donne, le donne hanno mani incredibilmente piccole. Che nella mia testa le mani sono quelle delle gigantesche donne olandesi, tranne quelle di mia madre, eh, ma mia madre è come una madre del sud, eh, sempre vuole sapere, sempre ha bisogno di aiuto. Al mercato ho comprato questi! Scegli quello che preferisci. Li vedi i colori? Sono diversi dai nostri. E’ come per il paesaggio. Ti dico che c’è il verde, e tu immagini il nostro verde e invece è tutta un’altra cosa. Il costo della vita è minimo e puoi avere un cuoco personale, per esempio. Ma che ci faccio io in Cambogia con un cuoco personale? Che m’importa di mangiare speciale tutte le sere se poi vivo in un altro mondo? Io sono felice nel mio. Così sono riuscito a contrattare e starò lì solo per un anno. Un anno scivola via come l’acqua. Poi il cibo è ottimo. Il pesce sa di pesce, le verdure hanno un sapore.
A proposito di biologico, Chris, ho comprato il latte biologico come m’avevi suggerito tu, ma…
Ma?
Ma che tipo di biologico è se scade dopo dieci giorni?
Dove l’hai comprato?
Al Super.
E’ un biologico parziale. Il tutto biologico lo trovi solo nei negozi e nelle fattorie. Devi andare qui.
Qui? A dodici chilometri per comprare il latte?
Però poi bevi un latte sano, con un sapore!
Qui si non si beve latte bianco, ma si sorseggia, un po’ nervosi e se c’è tempo, solo cappuccino. Anzi capucino.

Categorie: Chiacchiere

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