Poi ci deve essere qualcosa di nuovo nell’aria se persone che credevo immobili per sempre cambiano lavoro, casa, partner, abbigliamento.
Categorie: Pensierini
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Alessandra Galetta
Diario di un’emigrante quasi di lusso |
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La città si conserva invece…
26-10-2006
La città si conserva invece
Poi ci deve essere qualcosa di nuovo nell’aria se persone che credevo immobili per sempre cambiano lavoro, casa, partner, abbigliamento. Categorie: Pensierini [ 15 commento(i) ]
Una promessa….
24-10-2006
Una promessa.
E’ facile: non puoi sbagliare! Dicono in coro. E’ il mio ex collega a prendere la parola: è lontano, però con una metro, due autobus e cinquecento metri di walking sei arrivata. Walking? Walking! Sentito che pronuncia? Da settembre ho iniziato un corso d’inglese! Ma che stai dicendo? E’ la mia ex collega che interviene. Uochin, due autobus, una metro? Dove la vuoi mandare? L’inglese t’ha confuso l’orientamento oltre che il cervello. Quella strada è vicina. Tre fermate di metro e poi lo uochin che dice lui. Ma no. Ma sì. Verifichiamo sul computer, dice lei. Un momento, dico io. Forse esistono due vie con lo stesso cognome. L’iniziale del nome è P. E’ vero, ci sono due strade, dice la mia ex collega. Però avevo più ragione io. Perché io ho fornito le indicazioni per P.B., tu invece per E.B. e l’avresti spedita dall’altra parte della città. La strada dell’altra parte della città è più grande. Avendo a disposizione solo il dato del cognome è più normale che si pensi a quella piuttosto che al vicolo che le hai indicato tu. Però la mia è quella giusta. La mia era quella più logica. Però… Come faccio a dimenticare queste micro discussioni? E’ facile: non puoi sbagliare. Devi andare dritta, poi giri a destra e sei quasi arrivata.Mi dice un ragazzo con dei capelli lunghissimi legati con un elastico e un cane nero al guinzaglio che non pare molto contento della spiegazione o della sosta. Categorie: Fatti italiani [ 10 commento(i) ]
L’utente xxx ti ha aggiunto come amico….
20-10-2006
L’utente xxx ti ha aggiunto come amico.
Su Splinder c’è una funzione che ti permette d’indicare i tuoi amici. Io non la uso. Per pigrizia e perché non ne capisco il senso. Quali amici s’intendono: quelli che frequenti o quelli che leggi? Se sono quelli che frequenti io ne potrei indicare uno, anzi una perché gli amici devono avere il blog su splinder. Se s’intende, invece, come credo, quelli che leggi è una funzione inutile perché te li annoti con un link o ancora più comodo li inserisci nella mozBlogBar. Comunque. Io ho dodici persone che mi hanno scelto per amica di cui tre sono sconosciuti. Uno dei tre dopo avermi scelto ha reso il suo blog privato. Quindi non so proprio nulla di lui. Gli altri due invece sono pieni di amici. Uno ne ha 400 e l’altro 593 e quindi è come se non ne avessero nessuno. E se volessi potrei cancellare l’offerta di amicizia dei dodici. Insomma questa funzione mi pare un po’ perversa. Poi ieri è successa una cosa che m’ha fatto sorridere. Un tipo, uno sconosciuto, m’ha aggiunto come amica e mi ha mandato una mail dove mi notificava la sua decisione. Io non ho ricambiato (per pigrizia, per non comprensione del senso e perché non lo leggo). E lui dopo dodici ore di silenzio mi ha cancellato. Ora questa cancellazione mi ha risvegliato qualcosa che mi girava dentro quando indossavo un grembiulino azzurro a quadretti e gli porrei, volentieri, un certo numero di domande sceme. Meglio che mi contenga. E vado a cercare dov’è finito questo libro che leggerò nel lungo viaggio che mi aspetta domani: autobus, treno, primo aereo, secondo aereo, se sono fortunata: macchina, altrimenti altro treno e metro. Beata la gatta che è partita in anteprima e ha viaggiato con un solo aereo e il taxi. Categorie: Pensierini [ 14 commento(i) ]
C’è un vetro che separa gli…
19-10-2006
C’è un vetro che separa gli impiegati e il pubblico e se allunghi il collo vedi una stanza con due tappeti persiani un po’sbiaditi, un poltrona di raso verde con le zampe e i braccioli d’oro: è la stanza del console dove non entra mai nessuno, nemmeno il console.
Alcune persone, anzi certi personaggi che aspettano al consolato mi ricordano quelli che camminano sotto i portici o chiacchierano seduti sulle panchine nei giardini di Piazza Vittorio. Che poi non ho chiamato lo studio dove lavoravo che è poco distante dalla piazza, cioè ho chiamato verso sera, tanto sapevo che a quell’ora nessuno di loro era in metro e non mi andava di ascoltare la frase: le senti le sirene? Comunque il consolato era vuoto, cioè quando sono arrivata non c’era nessuno, tranne un inglese con il biglietto azzurro, lo stesso colore del mio, mi sono seduta senza tirare fuori il libro e senza ascoltare quello che diceva l’inglese ché riflettevo sulla possibilità che i passaporti non fossero ancora pronti e mentre mi predisponevo all’arrabbiatura, il campanello ha suonato, le porte di sicurezza si sono aperte e ho sentito una voce all’ingresso, devo ritirare i passaporti ha detto, biglietto celeste allora, ha risposto l’uomo con i baffi che distribuisce biglietti, e ho pensato: io questa voce la conosco, è quella che è venuta alla presentazione di O. a maggio e che ha fatto una domanda lunghissima, talmente lunga che alla fine ho risposto per intuito, è la voce di quella che Lo ha descritto, lasciandomi di sasso, a qualcuno che non la conosceva così: vuoi sapere com’è A.? A. è identica a B. ma è alta il doppio e chiacchiera la metà. Siccome A. è anche lei di Roma, parliamo dell’incidente della metro, fino a che arrivano due, arrivano anche altri in effetti, ma io vengo attratta da questi due, che si siedono proprio di fronte a me. A. accenna alla piazza quando c’era ancora il mercato all’aperto, e questa coppia, sembra proprio che sia stata teletrasportata da lì. Poi mi chiamano. L’impiegata dice: è pronto solo un passaporto. E gli altri due? Gli altri due li preparo adesso. Quanto c’è d’aspettare? Il tempo per preparare due passaporti! Così torno al mio posto senza protestare ché ormai sono con la testa da un’altra parte. La coppia, dicevo. Lei mi ricorda una bidella del liceo che era magra come un osso, piccola, vecchia, con la dentiera che avvolgeva in un fazzoletto un po’ solido quando mangiava, il rossetto sgargiante che usciva fuori dai bordi, un ombretto celeste in sintonia con gli occhi, con una sfumatura incerta. E mi ricordo anche di quel giorno che non avevo voglia di rientrare in classe e lei, in uno slancio di generosità, mi offrì una poltiglia gocciolante arpionata da una forchetta: li vuoi un po’ di gnocchi? Comunque la tipa che ho davanti pare più giovane della bidella, ma non più di tanto, forse è sui sessanta. Al contrario di lei che se ne stava sempre rinchiusa nel suo camicino carta da zucchero, questa si propone sexy: stivaletto schiacciaformicall’angolo con tacco al massimo, camicia bianca parzialmente abbottonata, giubbotto di pelle sottile, jeans che stringono, quel poco che c’è da stringere perché è quasi inconsistente. Lui invece è sui trenta, jeans che scendono ma non come dice la moda, scendono perché è dimagrito o perché appartengono a qualcun altro, ricorda quei poveretti che fanno i famosi sull’isola televisiva, una camicia di jeans a cui ha allacciato anche il bottone sotto il colletto, capelli neri e ingarbugliati. Parlano fitto, in olandese, ma lui è innegabilmente italiano. Un italiano nato qui perché, questo lo sentirò poi, non lo parla molto bene. In comune hanno che sono entrambi sgualciti, spiegazzati, non stirati. Come se lui (o lei ) una sera è scivolato in un canale e lei (o lui) passava di lì, si è fermata e l’ha aiutato a risalire sul bordo. Mentre parlano, si avvicinano sempre più l’uno all’altro e si tengono per mano come due che stanno insieme da poco. A. sfoglia il giornale. Hai visto, le sussurro all’orecchio. Ho visto, sì. Chiamano il tipo. Lui si scolla da lei, arriva allo sportello, si gira e le dice in dutch: vieni qui. Ma lo dice con il tono del bambino che ha bisogno della madre prima di parlare a qualcuno che non conosce. Poi dice: mi hanno menato, me ne hanno date veramente tante, e m’hanno preso il passaporto. Forse l’impiegato gli domanda se ha la residenza qui. Perché lui risponde: sì, certo, qui ci sono tutti: i genitori, i fratelli, gli zii. Non ha un altro documento? Ecco…Mi hanno rubato anche quello. Poi i miei passaporti sono pronti. Firmo, e quando sto per uscire, vedo che lei gli tiene la mano, ma non come quando stavano seduti a parlare senza prender fiato, gliela tiene proprio da madre. E io lo so e anche l’impiegato lo sa, perché continua a fare domande, che quel tipo, che pare proprio uno che le ha prese, sta inventando una balla. Categorie: Con quella faccia un po così [ 3 commento(i) ]
Come ho passato il tempo in questi giorni? …
17-10-2006
Desiderando di giocare in borsa. Categorie: Pare che sia andata [ 12 commento(i) ]
Scritto Mesto: dalla rete alla carta…
12-10-2006
Scritto Mesto: dalla rete alla carta (passando per la sacrestia)
Mirco Pellicino aggiornava il blog la mattina quando tornava dal lavoro. Mentre sua nonna gli scaldava il latte con il cacao, lui allacciava il portatile al filo della rete e postava quello che aveva scritto la notte piegato sulla brandina. Scambiava due parole con la vecchia, sua madre a quell’ora era già uscita da un pezzo, poi lei andava a messa, lui a dormire. Veniva alla luce verso mezzogiorno, con il borbottio della moka. Ancora in pigiama faceva fuori i rigatoni al sugo, sorseggiava il caffè e guardava insieme alla nonna una telenovela, scambiando qualche parere sulla puntata, infine la nonna domandava: esci? Lui rispondeva: studio! Lei allora alzava le mani verso il ritratto di Padre Pio e diceva: se ti sentisse tuo padre! Lui tornava nella sua stanzetta e passava in rassegna le coppe di judo. Quella che guardava per ultima era sempre la coppa del 2003 che aveva una forma orrenda, ma che gli ricordava una grande vittoria. Sospirava e apriva il libro di Diritto Civile e studiava fino alle cinque quando sua madre tornava dalla sartoria. Chiacchierava un po’ anche con lei, mentre correvano i titoli di un’altra telenovela, e quando la madre attaccava a litigare con la nonna, fuggiva nella cameretta e si faceva un giro in rete. Controllava gli accessi e i commenti al suo blog che erano bassi i primi e quasi inesistenti i secondi. Forse perché l’aveva aperto da poco o perché non commentava mai quelli degli altri, chissà. Infine dava un’occhiata al suo romanzo e diceva: il mese prossimo lo spedisco alle case editrici. La sua vita filava via così, da bravo ragazzo o da sfigato, a seconda che a definirlo fosse Don Dino, il prete della parrocchia, o Erri Putacchia, il capo di quelli del bar. Alle sei ficcava nello zaino la sua cena e andava a prendere Desirè, la sua ragazza, che lavorava come shampista da una parrucchiera. La sbaciucchiava e la palpava il giusto tra le siepi spelacchiate di un giardino nelle vicinanze e dopo l’accompagnava in palestra o a casa e lui attaccava il turno come guardiano di notte al garage Felloni. Leggeva nella gabbia di vetro annerita dai gas di scarico e verso le undici, quando i clienti erano quasi tutti rientrati, apriva il portatile e lavorava ancora sul romanzo o buttava giù un post. Era il terzo romanzo che aveva scritto. Gli altri due giacevano spiegazzati sul soppalco del bagno. A sua madre, a sua nonna e a Desirè erano piaciuti da impazzire, ma nessuna delle case editrici, a cui li aveva spediti, aveva risposto. Quell’estate li aveva riletti, dopo mesi che non li sfogliava, e li aveva trovati disgustosi, un pietoso intreccio di banalità. Questo, invece, l’aveva ripreso dopo averlo messo in quarantena e continuava a essere soddisfatto. Inoltre, Desirè aveva sbadigliato quando gliene aveva letto qualche pagina, la nonna era caduta in catalessi come faceva davanti alla trasmissione di Porta a Porta e a sua madre era salita una tosse nervosa. Erano segnali positivi questi. Era un uomo felice, dunque. Sfigato, bravo ragazzo, ma felice. Fino al concorso bandito da Scritto Mesto. Il concorso diceva: invia una raccolta di post del tuo blog, di racconti, un romanzo, quello che vuoi. Il vincitore realizzerà il suo sogno: pubblicherà un libro. E Mirco Pellicino si era iscritto. Forse è arrivata la mia occasione, pensò. Oppure prenderò un’altra batosta, e la gente riderà di me e della mia storia. Insomma Mirco era preparato al peggio, ma sperava nella vittoria. Non aveva fatto i conti con le modalità di voto che, dopo qualche giorno, si succhiarono la sua speranza. Bisognava procurarseli i voti e l’impresa gli sembrò più ardua delle difficoltà in cui s’era imbattuto nello scrivere il romanzo. Mise un annuncio sul suo blog. I suoi due lettori: Il Gambero di Catania e Il Faro Nero di Bari gli diedero un bel dieci, lui per non barare si assegnò un otto. A quel punto gli altri partecipanti si accorsero di lui e fioccarono un numero imprecisato di uno fino ad abbassargli la media a tre. Capì che se voleva la sufficienza, doveva avere un numero elevato di voti e che quindi era fregato. Perché lui non conosceva nessuno. Se avesse lavorato in una banca o in un ministero allora sì che avrebbe avuto qualche possibilità. Bastava mandare una bella lettera ai colleghi e il gioco era fatto. Provò a domandare a qualche cliente del garage che gli pareva più evoluto se usasse internet, ma ricevette solo risposte negative. Desirè sparse la voce tra le signore a cui lavava i capelli e in palestra, ma non ci furono altri voti. Sua madre riuscì a sfilare un bel dieci al figlio della Contessa Marchesini, ma venne subito annullato da una cascata di uno. Un pomeriggio invece di aprire il libro di Diritto Civile, scese a parlare con quelli del bar, anzi con il loro capo. Attese pazientemente che Erri Putacchia finisse il pokerino, gli offrì una birretta e aspirò, impassibile, il fumo delle sue tre sigarette mentre lo ascoltava ripetere per l’ennesima volta perché aveva abbandonato il calcio per la lotta libera. Alla fine Erri disse: se è per darti una mano a uscire dalla tua vita sfigata…posso portarti i voti di tutti gli abitanti del Pigneto. Davvero? Chiese Mirco. Davvero. Per uno del Pigneto questo e altro! Rispose Erri Putacchia battendo il pugno sul tavolo e rovesciando il posacenere. Qual è il numero a cui dobbiamo inviare il voto? Il numero? Non è attraverso i cellulari che si vota, Erri, ma attraverso la rete! La rete? E che sarebbe? Internet! Ah quella dove si scaricano le cose porno. Se è così non ti posso aiutare. Non conosco nessuno che la usa. Qualcuno che va agli internet Point, certo, però sono pochi. Se era con i cellulari… Grazie lo stesso, disse Mirco Pellicino. Quella notte, mentre lavava le macchine, pensò di aprire un numero infinito di caselle di posta elettronica e di farsi un giro per tutti gli Internet Point di Roma, ma poi cambiò idea. Si era da poco addormentato quando fu svegliato dalle urla della nonna. Le modalità di voto del concorso di Scritto Mesto a cui partecipò Mirco Pellicino sono le stesse di queste. Categorie: Storie di blog [ 13 commento(i) ]
Misteri degli incipit…
11-10-2006
Misteri degli incipit
Tano, abbreviazione di Gaetano, era un ragazzo di circa vent’anni che preparava caffè in un bar della stazione Termini. Sono di Messina, anzi di Messina porto, rispondeva con un lampo d’orgoglio negli occhi, se qualcuno gli chiedeva quale fosse il suo paese senza spiegare la ragione di quella precisazione. Tutte le mattine sedevo per sessanta minuti vicino al frigo delle bibite e invece di sfogliare il giornale, osservavo Tano che sciacquava tazze e tazzine, premeva bottoni, aggiungeva latte, e dava un’occhiata all’orologio. Alle nove l’afflusso dei clienti diminuiva e lui scambiava qualche parola con la cassiera, con il collega o con chiunque fosse presente. Era proprio dopo le nove che gli domandavano da dove venisse. Il piccolo scrittore era sotto il gettito della doccia e alternava acqua bollente e gelata. Continuò con questo gioco fino a quando la pelle s’arrossò e cambiò consistenza. Allora indossò l’accappatoio, un paio di misure più grandi della sua taglia, si versò il caffè in una tazzina bianca in cui fece sciogliere una zolletta di zucchero scuro, mescolò a lungo fintanto che l’ultimo granello non si fu liquefatto, ne aspirò l’aroma per un istante, poi inghiottì un abbondante sorso scottandosi le labbra e la gola. Tonino chiuse la porta a chiave e si chinò sul water. Ieri ho scritto tre incipit che probabilmente non proseguirò. Anzi proprio il fatto di averne scritti tre e di non aver portato a termine nemmeno la prima pagina mi fa pensare che rimarranno tali. Categorie: Incipit [ 13 commento(i) ]
Alla fine i tempi non cambiano…
10-10-2006
Una previsione su una nuova amica di Fran io la traggo dalle scarpe. Categorie: Pensierini [ 6 commento(i) ]
Sussurri s’alzavano al suo passaggio
09-10-2006
Tre anni fa scrivevo un post sul club della mozzarella a cui m’ero iscritta. La convivenza in un luogo ristretto è imprevedibile. Categorie: Roba d'Olanda, Tre in una stanza [ 8 commento(i) ]
Dell’Olanda, del pallone e di un ibrido. …
06-10-2006
Dell’Olanda, del pallone e di un ibrido.
La determinazione correva su prati lucidi di pioggia tra le 19 e le 21 ieri sera. Aveva gambe sottili o muscolose e senza peli. Urlava, rideva e s’incitava. La determinazione era di un’età fra gli otto e i vent’anni. E io invidiavo molto quelli che l’avevano. Quando si sono accese le luci il pulviscolo d’acqua appariva con una forma ovale che attraversava i campi di calcio. Si allenano costantemente. Nelle strade, all’uscita della scuola, con il vento tagliente. Come immagino faccia un paese del terzo mondo. Come fa qualcuno che non ha risorse e sfrutta l’unica possibilità che non costa nulla. Categorie: Roba d'Olanda [ 7 commento(i) ] |
@ mail alice.visconti(at)gmail.com stai pensando di trasferirti in Olanda? stai per scrivermi una mail? prima leggi qui. Vedrai Vedrai Untitled.Ed. i miei racconti in rete: Una mattina alle 6.15 a Tor Bella Monaca Tra un po' Io,Mafalda e le Due Una storia credibile of course Oltre la Storia,nulla Afia ultimi commenti
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