VibrisseLibri…     15-11-2006  
VibrisseLibri
Domani a Roma alle 11.30 presso il Caffè Fandango (Piazza di Pietra 32) si svolgerà la conferenza stampa di presentazione di Vibrisselibri.
Cos’è Vibrisselibri?
E’ una casa editrice che crede in certi libri che per motivi diversi sono un po’ "mostruosi" , ma che lei vede invece bellissimi. E allora li cura con tanto di editing, di copertina, di scheda di lettura e di presentazioni in giro per l’Italia e poi cerca anche di convincere gli editori cartacei che quello che loro vedevano come "mostruoso", mostruoso non lo è affatto. (così Demetrio).
Maggior dettagli qui
E a Demetrio il mio in bocca al lupo!

Categorie: Segnalazioni

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La prossima volta apro io….     14-11-2006  
La prossima volta apro io.
Dopo le sette di sera quando suona il campanello è, quasi sempre, una donna con la faccia dimessa, tra i cinquanta e i sessanta, vestita come se dovesse attraversare un campo zuppo d’acqua, con un cilindro rosso in mano. Sul cilindro rosso c’è un’apertura per le monete. Il cilindro rosso è un salvadanaio e la donna, che ogni volta è diversa, è una cercatrice di fondi.
Anche il motivo per la richiesta dei fondi cambia sempre.
L’unico ricorrente è quello per i reumatismi. Gli olandesi soffrono di reumatismi perché non possono usare l’ombrello, ma anche perché non portano cappelli, impermeabili leggeri e non s’asciugano i capelli.
Poi ci sono i motivi che mi spiazzano e mi spaventano. Come la raccolta di soldi per persone che hanno avuto il viso ustionato dal fuoco.
Anche per il corpo? Ho chiesto.
No, per il corpo no. Il corpo si copre, il viso si mostra.
Però se organizzano una spedizione per gli ustionati penso che ce ne sia un numero consistente.
Infine ci sono quelli che vendono servizi e oggetti (che possono essere uomini o donne di varie fasce d’età).
Io non compro mai nulla, do solo qualche euro alle signore con il cilindro.
Il fatto è che gli oggetti che mi propongono non m’interessano mai. Sono centrini di cotone, tazze di ceramiche dipinte a mano, polli e uova comprati all’ingrosso e che spacciano per biologici.
Qualche giorno fa il campanello ha suonato dopo le sette, ma io ero al piano di sopra e allora ha aperto Emme.
Dopo dieci minuti mi sono affacciata dalle scale.
Era un artista, un pittore per la precisione. E stavano guardando le foto dei suoi quadri.
Il tipo diceva che in ogni casa di Cameliahof c’è almeno un suo dipinto.
Hanno continuato a sfogliare le foto, poi l’artista gli ha chiesto: preferisci l’astratto o i paesaggi?
Lui non ha risposto subito.
Io sono scappata nel bagno a ridere.
Non ha risposto subito perché era una domanda che non si aspettava. Ché nella sua immaginazione un pittore è uno che dipinge per ispirazione non su commissione.
Quando sono uscita dal bagno, l’ho sentito concludere così: non posso giudicare i tuoi quadri dalle foto. Alcuni sembrano interessanti…
E io te li porto, allora! Quando?
Quando? Forse domenica…
Va bene domenica alle due?
Domenica alle due meno cinque ho visto un pulmino verde fermarsi davanti al nostro ingresso. Prima che l’autista scendesse sono fuggita al piano di sopra.
Ha scaricato quadri per quindici o venti minuti.
Poi Emme mi ha chiamato. Sono scesa.
C’erano quadri ovunque. In cucina, nella serra. Alcuni appoggiati al muro, altri impilati uno su l’altro.
Emme, quella sera, deve aver risposto che preferiva l’astratto, anche se c’era qualche mulino e qualche campo di tulipani.
Ho fatto un giro e poi ho preparato i caffè.
Lo, invece, li ha guardati tutti con attenzione.
Poi l’ho sentito dire: quello con il blu e il verde mi ricorda tanto uno che avevo fatto l’ultimo anno di asilo. Ma non c’era scherno nella sua voce, semmai una punta di nostalgia.
Ho portato i caffè e mi sono fatta un altro giro.
Intanto l’artista parlava e parlava. Raccontava di un viaggio in India e di una sua passeggiata su delle lame appuntite. Di un santone che si è sollevato di venti centimetri, poi mi sono persa un passaggio e ha tirato fuori dal portafoglio la foto del figlio, un bambino di circa un anno con gli occhi identici ai suoi.
Infine ha domandato quale quadro preferissimo.
Io sono andata a sciacquare i bicchieri.
I primi a tornare nel pulmino sono stati quelli giganti, poi quelli con i mulini e i tulipani, infine quelli con le cornici dorate. A un certo punto ho sentito Lo dire a Emme: certo che fa pena, però. Comunque quello del mare è bello.
Ma i gabbiani sono disegnati male, ha risposto lui.
Sono tornata nel soggiorno.
Allora? Ha chiesto l’artista.
Allora se lei non dice nulla, significa che non le piacciono.
Non ti piacciono? M’ha domandato.
Chiusa nell’angolo, ho risposto: a me piacciono i quadri come quello.
E ho indicato un quadro appeso alla parete dove c’è una ragazza e un asino davanti a un muro surreale.
Facciamo così, ha detto l’artista. Ve ne lascio alcuni e poi decidete con calma.
Lo e io abbiamo scelto un quadro dipinto di bianco con una palla verde al centro.
L’artista ha detto che qualcuno ci vede il mondo in quella palla.
Emme ne ha indicato uno che potrebbe essere intitolato: l’autunno.
Sulla tela sono stati scaraventi il giallo, il marrone, il rosso, il verde e poi sono stati fatti asciugare. E anche un altro in cui s’indovina una pancia femminile tra il rosso e il nero.
Quando Fran è tornato prima  è scoppiato a ridere e poi ha domandato: di chi sono queste croste?
Lo, a quel punto, si è sentito in dovere di spiegarli. E poi ha aggiunto: se l’avessi conosciuto ti avrebbe fatto pena.
Così da due giorni c’è una discussione tra la necessità di spiegare o non spiegare l’arte e se sia giusto comprare qualcosa per  compassione.
Fran sostiene: comprare un suo quadro è un errore. Primo perché è orrendo, secondo perché lo illudi che è bravo.
La posizione di Lo, ovviamente, è opposta: non dipinge male, cioè non tutto è brutto. E poi fa pena.
Emme dice: questi tre quadri non sono male. Questo dell’Autunno ha qualcosa che mi piace, ma anche questo della pancia.
Io dico che non mi piacciono. Però aggiungo: certo che ha quel bambino così piccolo…
Già, dice Emme.
Però ci sono i sussidi di disoccupazione che sono altissimi…
Abbiamo tempo fino a domenica alle dieci.

Categorie: Questioni di famiglia

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Alla fine rido quanto gli altri, anzi forse anche di più
Ero in una sala di centocinquanta, forse duecento posti. Tutti occupati.
Centoquarantanove persone che ridevano di continuo o forse centonovantanove.
L’uno mancante ero io che avrei voluto riuscirci, davvero.
Il fatto è che i film comici, satirici o grotteschi al limite mi scuciono un sorriso, ma d’imbarazzo,  proprio per questa mia incapacità di unirmi alla risata collettiva.
Ero con Emme che rideva, con Maria che rideva fortissimo, Maria sudamericana al mille per mille, che avevo conosciuto un paio d’ore prima a cena, Maria che nella durata di una sigaretta mi ha raccontato la sua vita, e mi ha scioccato tre volte per un fatto spiacevole da cui è uscita da poco, per l’allegria con cui ne parlava e perché me lo raccontava dopo un’ora che ci eravamo strette la mano. Con Pedro che rideva più contenuto, Pedro metà sudamericano e metà napoletano, e uno s’immagina che con queste origini chissà come è ciarliero e espansivo mentre invece è chiuso come un’ostrica o come un olandese introverso. Con Chris che ha smesso di ridere solo per lo spazio di una domanda e di una risposta, Chris che è olandese, ma che compensa Pedro. E insieme smentiscono le generalizzazioni.
Chris che a un certo punto mi ha domandato: non ti piace, vero?
E’ stato solo allora, davanti al suo viso preoccupato perché il film l’aveva proposto lui, che sono scoppiata a ridere.
Che ci posso fare? Rido solo per le espressioni delle facce dal vivo, e a volte anche quando non sarebbe opportuno.
Non posso certo esprimere un parere su Borat. Di sicuro è trasgressivo. Nel film vengono ridicolizzati un po’ tutte le categorie della minoranza, ma anche la maggioranza benpensante.
Qui una recensione, qui alcuni pezzi del film e dello show che l’ha preceduto.

Categorie: Segnalazioni

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Un paio d’ore a O. ogni…     09-11-2006  
Un paio d’ore a O. ogni mercoledì
O., il paese dove abitavo prima, lo salverei per due cose: il campanile e il negozio di fiori.
Il campanile non ha proprio nulla di speciale.
E’ grigio scuro e spicca tra tutte le casette di O. come svetta qualsiasi campanile in tutti i paesi d’olanda, e ha un galletto dorato in cima che gira in modo scontato quando tira il vento. Però l’ho guardato a lungo sotto differenti prospettive questo campanile, con l’oscurità e la luce nei quattro anni in cui ho vissuto lì. Lo vedevo anche sottile e nero dalla finestra dove c’era la mia scrivania e mi ha ispirato, forse per questo suo essere uguale ma anche diverso, un certo numero di storie non scritte e qualcuna in cui invece è finito sulla carta, riconoscibilissimo.
Poi c’è il negozio dei fiori.
Il negozio dei fiori dovrebbe essere menzionato nella guide d’Olanda. Vero che poi bisognerebbe arrivare fino a O. solo per lui.
Se amate i fiori, lasciate perdere. Se invece vi attrae tutto quello che esce un po’ fuori dal già visto, bisognerebbe cercarlo. Più che descriverlo il negozio di fiori di O. si dovrebbe fotografare una volta la settimana quando cambia l’allestimento. Scattare un centinaio di foto, selezionarle e tappezzarci una parete di una stanza. Due aggettivi che gli stanno bene: solenne e misterioso. Insomma il contrario dei nostri negozi dei fiori.
Ci sono i vasi. Giganti o con forme curiose, minimalisti: marrone chiaro, neri, grigi, e di colori accecanti. Ci sono piante strane, enormi, contorte, la maggior parte sconosciute. Che vengono abbinate con i vasi. Delle viole chiare in un vaso dipinto a mano di vernice nera. Un mazzo di tulipani neri dentro un vaso grigio chiaro. E poi le decorazioni della vetrina. Decorazioni non è proprio il termine esatto. Ho visto invenzioni in quella vetrina che mi hanno stupito, sempre.
Ieri c’erano dei tubi argentati dello spessore di tre centimetri. Uno piegato a forma di specchio, un altro che pareva un serpente con la bocca spalancata che stava per mordere, uno che era un cerchio perfetto. Ho scattato una foto, velocemente, due o tre persone che passavano si sono voltate a guardarmi, per un attimo mi sono sentita come quando fotografavo a Sidi bu said i vecchi che dormivano davanti alle case.
Ho riguardato la foto dopo aver scritto queste righe e l’immagine s’avvicinava poco alla mia descrizione.
Ieri il campanile tagliava un cielo marrone, minaccioso. Con un cielo così poteva capitare qualunque cosa. Anche che scendessero gli alieni.
Ma forse sono già atterrati molti secoli fa.
Del cielo non ho foto, però.

Categorie: Roba d'Olanda

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L’ultimo cerchietto…     07-11-2006  
L’ultimo cerchietto
Poco fa ho raccolto l’ultimo pezzo della notte delle streghe. Un cerchietto.
L’ho gettato nel piatto di pietra in compagnia degli altri.
La festa in tutte le case di W. è stata rimandata a sabato, ma io non lo  sapevo perché Lo era malato, prima di virus e poi di batteri, e non ho ritirato la mappa con le indicazioni delle case aperte per i dolci.
E poi è il primo Halloween che passo qui a W. tra gli americani che  sono tanti: quasi la metà degli abitanti, forse, ma non sono molto brava con le stime.
Con Lo per la prima volta arrabbiato dopo una settimana di febbre, mentre per sei giorni aveva esultato con un evvai! quando si sfilava il termometro e controllava a che punto fosse la linea di mercurio.
Così Halloween è stato festeggiato solo da Fran, c’era una festa nel pub qui dietro casa, quello dove va tutta la scuola quando compie quattordici anni.
Festa mascherata, ovviamente. Il filo doveva essere quello delle streghe, ma poi ognuno si vestiva come gli pareva e il primo premio è andato a Presley e il secondo a una Barbie.
Fran invece si è mascherato da dark d’altri tempi.
Altri tempi? Che poi sarebbero i miei.
Avevo un giubbotto una volta e anche qualche spilletta.
Tu: una dark?
Ha sgranato gli occhi, e quando sgrana gli occhi in quel modo io sempre mi riprendo le parole.
C’era la fase trucco e preparazione del travestimento, e mi ha parlato di un’amica di un’amica che pare fosse un asso della trasformazione e mi ha chiesto: possono venire a darmi un’aggiustatina?
Certo. Perché non dovrebbero?
Invece sono venuti tutti quelli del decimo anno, ragazzi e ragazze.
Tutti in camera di Fran. E il pavimento ha retto.
La notte delle streghe li ho invidiati un po’ per questi trucchi e queste risate inconcludenti, e ho fatto un paio di scoperte.
Che il segnale per ricevere visite dai bambini non è solo una zucca con la candela dentro, ma è anche la luce accesa nell’ingresso davanti alla porta.
Ma questo l’ho capito verso le nove quando un branco di esseri imbizzarriti camuffati in altro ha abbandonato la casa, anzi la stanza. E’ stato allora, quando ho cominciato a raccogliere il primo cerchietto, che ho avuto l’intuizione di quella luce che segnalava qualcosa che non avevo (caramelle e cioccolate),  l’ho spenta e hanno smesso di scampanellare.
Nella notte delle streghe ho capito, anche, come fare a identificare in mezzo al gruppo di diavolesse, ragazze- spillette, punk e altri esseri strani, quella che sta con Fran.
Era l’unica che guardava altrove, che fingeva di non esserci, insomma.
Che sfoggiava, in effetti, la maschera perfetta: quella dell’invisibilità.

Categorie: Questioni di famiglia

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L’ultima fuga di Bach…     06-11-2006  
L’ultima fuga di Bach
Lipsia, 28 luglio 1750
Personaggi in questa scena:
Maria 16 anni, domestica della famiglia Bach

Ingrid 15 anni, domestica di una famiglia amica dei Bach.
Prima Parte: Maria è alla finestra, Ingrid sulla strada, canticchia una canzone di chiesa

Ingrid (ad alta voce) - ciao Maria, vieni a fare la spesa?
Maria (sottovoce) – Il mio padrone è morto poco fa. Vengo, sì, per comprare i fiori.
Maria scende in strada
Maria (mentre si annoda un fazzoletto in testa) - La mia padrona mi ha ordinato di comunicare alla tua che Bach è morto. E di chiederle se puoi venirci ad aiutare per il rinfresco.
Ingrid (felice) – E’ sicuro che mi darà il permesso! Finalmente potrò respirare l’aria che ha respirato un genio! La mia padrona quando ne parla dice sempre: quell’uomo è un genio. Sarà compreso quando saremo morti.
Maria (sospirando) – è l’unica a pensarlo. Forse un giorno si scoprirà che è stato un genio, ma come padrone è, era (calcando la voce) insopportabile.
Ingrid (con un’espressione sognante) - Eppure ho ascoltato suonare una sua composizione in chiesa e quel giorno non ho commesso peccati. Raccontami di lui, della sua morte!
Maria ( si ferma e sgrana gli occhi) - La sua morte è stata preceduta da un miracolo!
Ingrid: (mettendosi le mani sulle guance) - E’ Dio che ci ha mandato un segno!
Maria: (sussurrando) - Poco prima dell’alba si è svegliato, mi hanno chiamato per accendere le lanterne, la padrona si è sistemata al tavolo e lui le dettava le note fino a che ha gridato: vedo la luce! La padrona ha rovesciato l’inchiostro che ha cancellato l’ultimo pezzo che aveva scritto. Ci siamo avvicinate al letto, la padrona con le mani tremanti, io gelata dalla paura, ma anche per il freddo. Improvvisamente quel vento bollente che ha soffiato tutta la notte si è sciolto e dalla finestra si è insinuata una brezza gelida che ha quasi ghiacciato la stanza.
Ingrid (si porta le mani sul cuore) continua, ti prego!
Maria (con voce sempre bassa e misteriosa di chi ha visto) - La padrona mi ha detto: prendi la lanterna, svelta! Le ho passato la lanterna, l’ha avvicinata agli occhi del padrone che erano pieni di lacrime e che hanno seguito la luce della fiamma. A quel punto Bach ha sussurrato: ci vedo di nuovo, Anna!
Una carrozza vuota passa nella strada, il cocchiere rallenta.
Cocchiere (togliendosi il cappello) - Oh che belle signore! Posso avere il piacere di dar loro un passaggio?
Maria (con un sospiro)- Purtroppo no, signore, siamo serve che vanno al mercato.
Ingrid (indignata) - Vattene immediatamente! Altrimenti chiamo la guardia!
Il cocchiere si rimette a posto il cappello. Frusta il cavallo e riparte veloce.
Maria (arrabbiata, fissando la carrozza che scompare nella via) – Che bisogno c’era di trattarlo in quel modo? Quando troveremo un marito se ogni volta che si avvicina qualcuno lo fai fuggire via così?
Ingrid (alza le spalle) - Non è tempo di mariti ora, ma è tempo di storie.
Ingrid (abbassa la voce) – E poi io non voglio sposarmi, io voglio fare la cantante come la tua padrona Anna Wulcken!
Maria (scuote la testa) - Per ora fai la serva.
Ingrid (con voce un po’ lamentosa) – Ti prego continua la storia.
Maria (compiaciuta) - Non è una storia è la verità
Ingrid (sorridendo) - Ma tu la trasformi in storia.

Categorie: Incipit

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Due leggono Tre in una stanza     03-11-2006  

Volevo scrivere qualcosa su Come Dio Comanda che ho finito di leggere stanotte, ma ho lasciato perdere.
. Ma guardate qui cosa scrivono i lettori dopo pochi giorni dall’uscita del suo libro.
Poi mi sono messa a riflettere sul mio di romanzo. In effetti ci ho pensato spesso ultimamente e l’altra notte, quando c’è stata la tempesta di vento, ho pure sognato le protagoniste.
Chiara Bersani, che poi pensate un po’ una Chiara Bersani esiste  e mi ha anche lasciato un commento quando avevo postato un pezzo su di lei, Lidia Celi e Manuela Rigoni stavano sedute davanti a me e aspettavano che gli dicessi cosa dovevano fare.
Io vi prenderei a schiaffi, ho detto a un certo punto.
Che avete da guardare? Via, fuori, aria!
Avevo deciso di farlo leggere a due persone il romanzo, solo a due, perché, pensavo, altrimenti è come quando hai un disturbo strano e consulti parecchi specialisti e alla fine accade che ognuno ti fa una diagnosi leggermente diversa dai colleghi e tu non sai più chi seguire. Così ho scelto un lettore che potesse svolgere il ruolo di un medico generico (mi conosce, l’incontro di rado e si occupa di letteratura) e uno specialista (uno che si occupa da sempre di letteratura, che ci ha vissuto  e che non mi conosce affatto).
Un pregio e un difetto della mia storia. Me li hanno rivelati entrambi al termine della lettura.
E qui si arriva alla cosa pazzesca.
Che quello che per uno è un difetto, per l’altro è un pregio e viceversa.
Credo che uno dei due mi abbia letto con arricciamento di naso e l’altro con curiosità. Erano un pochino prevenuti, forse, verso il bene e il male. Però poi sono usciti fuori questi due giudizi che si presentano come uguali e contrari e che si annullano a vicenda.
Passato l’attimo di stupore e di confusione penso che debba trarre un certo conforto da questo risultato:  non ho scritto di sicuro il capolavoro degli ultimi dieci anni, ma nemmeno una schifezza (come temevo).
E’ arrivato il momento di voltare pagina quindi.

Categorie: Tre in una stanza

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Tre ragioni per cui sono contenta di avere un blog
Ho conosciuto persone che  difficilmente avrei avuto la possibilità di incontrare.
Anche se la manciata di lettori che mi legge giornalmente tende ad affezionarsi e quindi a diventare parziale come gli amici e i parenti a cui leggo le mie storie, faccio sempre uno sforzo per cercare di rendere presentabili quelle righe che decido di rendere pubbliche.
Ho un archivio. E se un giorno un ispettore di polizia bussasse alla mia porta e mi domandasse: che cosa faceva lei alle ore diciannove del due novembre duemilaequattro? Potrei rispondere: aspetti un attimo che controllo. 

Categorie: Pensierini

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Un fatto che non riesco a dimenticare.
Dopo
Allora gli hai menato? Chiede un tipo che ha come segni particolari avambracci grossi come zampe d’elefante con un pelame fitto e pettinato.
Macché! Risponde uno basso, compatto, capello biondo ossigenato ravviato indietro in una simulazione perfetta di una criniera leonina, strizzato in un completo jeans che svela dettagli di un corpo non certo appetibile.
Macché! Non reagiva. Stava lì come un deficiente a ripetere che lui non ha detto nulla, che l’avevano seguito. Gli ho dato qualche pizza, ma così, senza soddisfazione.
Prima
Tra il marciapiede e la strada davanti alle bancarelle d’abbigliamento, un gruppo di uomini che lavorano lì, probabilmente i padroni, si sistemano a cerchio. Al centro del cerchio c’è uno sui trenta che non ha l’aspetto di un ragazzo sui trenta,  ma che sembra invece un uomo sui trenta di quaranta anni fa. Indossa un giubbotto di renna slacciato su una polo gialla che mostra la curva della pancia, i capelli neri pettinati con una riga a destra, le guance paffute e rasate, un borsello a tracolla sulla spalla sinistra.
Davanti a lui il tipo compatto delle righe precedenti.
L’uomo compatto strilla, l’uomo di quaranta anni fa risponde a bassa voce, sembra tranquillo.
Pur trovandomi a una decina di metri da loro non mi arriva una parola di quello che si dicono. Il tipo compatto mi dà le spalle, il tipo di quaranta anni fa è rivolto verso di me.
Il tipo compatto alza ancora la voce, urla talmente forte che dovrei sentirlo per forza, ma il brusio delle persone che ho intorno, delle auto che cercano di passare per la strada bloccata dai furgoni parcheggiati in seconda fila coprono le parole e sento solo la sua rabbia.
Poi il tipo compatto colpisce al viso l’uomo di quaranta anni fa. Sei, otto sberle forse anche dieci. Ne dà un paio e fa una pausa, gli urla contro e paf, paf, prosegue.
Le guance del tipo diventano rosse e poi rosso scuro.
Non indietreggia, non si ripara con le braccia, non accenna a nessun tipo di difesa. Rimane lì fermo sotto gli occhi di tutti e durante la pausa parla, sempre a bassa voce.
Io
Aspetto i figli che si misurano dei jeans dietro a un telo attaccato a un bastone.
E faccio di no con la testa al venditore che vuole trovare qualcosa anche a me.
Il venditore assomiglia a un personaggio di un fumetto che leggevo da bambina. Un pirata francese che navigava con un vascello sui mari in tempesta. Quando i mari si calmavano andava all’arrembaggio, infine approdava a un porto e s’innamorava perdutamente di una donna per poi ripartire malinconico.
Però questo qui ha parecchi chili in più che in fase d’arrembaggio gli sarebbero d’ostacolo e due occhi blu, mentre il tipo del fumetto li aveva scuri.
Al quinto giubbotto che slaccia per mostrarmi l’imbottitura gli chiedo: perché quel tipo non reagisce?
Scuote la testa. Modifica il tono. Da uno convincente passa a uno misterioso. Mi si avvicina.
Perché… Quello con il giubbotto di renna è un ladro. Ruba nelle macchine parcheggiate qui intorno e i portafogli alla gente. Qualche giorno fa ha nascosto della roba dietro la bancarella di quel tipo. Pochi minuti dopo sono arrivati dieci carabinieri di corsa, hanno recuperato la roba e hanno arrestato quello biondo, che non c’entrava nulla. Ora lui lo punisce. Già noi gli avevamo detto che non si doveva far più vedere da queste parti, invece è tornato.
Perché non si difende?
Il pirata solleva le spalle. E’ un ladro scemo, risponde. Mi sa proprio che un giubbotto non lo vuoi, eh?
Io non capisco. Non capisco come non abbia l’istinto di tirarsi indietro. Di parare lo schiaffo.
Non c’è niente da capire, dice. Ha torto, punto.
Pensierino che non porta da nessuna parte
Quel tipo s’è alzato dal letto, si è fatto la barba e forse una doccia, si è infilato una polo gialla stirata, un paio di pantaloni, ha pensato è ottobre, e ha indossato il giubbotto di renna anche se la temperatura era estiva, ha bevuto un caffè a casa o al bar e si è diretto dove va tutte le mattine, malgrado l’avvertimento di non comparire più. Con il tipo compatto probabilmente di nuovo lì alla bancarella. Quando l’ha avuto davanti invece di fuggire o di bucare il cerchio quando era circondato, è rimasto immobile a prendersi le sberle con la faccia di uno che aspetta che gli incartino il pane.

Categorie: Con quella faccia un po così

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Ma non dicevi che saresti voluta restare ancora qualche giorno?
La temperatura tropicale di Roma ha colpito Lo e la gatta: il primo ha rimediato una febbre, la seconda un raffreddore. Quando la decisione di rimandare la partenza era stata presa, e Lo s’alzava dal letto sentendosi un po’ meglio, ho infilato roba alla rinfusa nelle valigie e via.
Come passare il controllo all’aeroporto senza perquisizioni? Con un ragazzino influenzato che innaffia giacche, giubbotti e divise di chiunque si trovi nelle vicinanze.
Così si è creato il vuoto intorno a noi e abbiamo proseguito relativamente tranquilli.
A Parigi per due ore.
Mamma fai la normale, per favore.
Davanti agli imbarchi i francesi hanno costruito un’area massaggi. Ti accomodi su una poltrona con una forma speciale e in dieci minuti ti tolgono la stanchezza dell’attesa.
Che c’è di strano, chiedo.
Sei sotto gli occhi di tutti e poi è una roba da vecchi.
Invece quelli che avevano pagato per farsi togliere lo stress avevano tra i trenta e i quaranta anni.
Però quando Fran pronuncia la frase: roba da vecchi, io mi ritraggo dall’azione che sto per compiere come una lumaca nel guscio.
A Schiphol sotto l’ombrellone dei fumatori dopo nove ore di viaggio mentre Fran (sono il tuo facchino, ormai. Ma sei così incredibilmente forte! Sì ma i pesi pesano lo stesso) aspetta i bagagli. Arriva un tale con i capelli all’olandese (rasati sulla nuca più lunghi in cima), carnagione scura, occhi neri, sopracciglia folte.
Oh madonna mia, dice con un sospiro tirando fuori una sigaretta.
Con le dita nascondo il titolo del libro che ho appoggiato vicino al posacenere, il tipo mi domanda d’accendere, in inglese.
Eccomi qui. Sono atterrata da pochi minuti e già mi sono settata in modalità non comunicativa, mentre nei giorni passati sono stata sempre disponibile alle micro conversazioni che nascevano dalle attese.
Ci rifletto un po’ su questa cosa, mentre il facchino vigila il nastro, e concludo che non è il luogo che determina la mia disponibilità al dialogo ma è la prevedibilità del dialogo che avrei avuto con costui, emigrante come me, che non mi attira.
Poi dopo altri quarantasei chilometri sono finalmente a casa.
Nel giardino al buio a respirare aria di caminetto.

Categorie: Pare che sia andata

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