Tutta colpa dei vicini se poi immagino storie terribili
La famiglia asiatica che vive di fronte a me da un mese circa ha definitivamente acquistato una forma come se si fosse colorata con il pennarello che cancella l’invisibilità. Non è ancora ricomparso invece il figlio piccolo. La mattina escono il padre, la madre e il figlio sui tredici, quattordici anni, sempre in quest’ordine e la sera verso le sei rientrano nel senso inverso: prima il figlio, poi la madre e infine il padre. Quello minore, dopo essersi palesato in un paio di occasioni, non si è più manifestato. Forse apparirà dopo Natale?
Le finestre della loro casa hanno sempre le tende tirate nelle stanze del secondo piano, del sottotetto e del soggiorno e la luce non l’accendono mai. Utilizzano, penso, delle candele. Oppure vedono al buio come i gatti o hanno il senso dei pipistrelli?
L’Ammazzasette è in letargo e fino a primavera siamo tutti tranquilli.
Il mio vicino spagnolo di sinistra, sua moglie Paola Paola e la loro bambina di due anni li ho visti, e soprattutto sentiti, l’ultima volta sabato quattro novembre.
Ne sono certa perché in quella data a W. si festeggiava la notte delle streghe e dei loro amici con le maschere da mostri bussarono alla loro porta verso le sette per il giro nel quartiere. Il mio vicino è uscito, con un cappello da mago mestamente ripiegato su se stesso, tra le braccia teneva sua figlia vestita da fantasma, ha chiamato sua moglie Paola Paola un numero di volte indeterminato e, quando i vetri delle finestre hanno cominciato a vibrare, Paola Paola è apparsa trasformata in fata turchina con dei tacchi altissimi poco adatti alla passeggiata, alla pioggia e al costume (non per nulla siamo in olanda e ognuno si veste come accidente gli pare). Infine il corteo vociante è stato inghiottito dal buio di Cameliahof.
L’ultima parola che ho sentito è stata, per l’appunto, l’esclamazione Paola Paola seguita da altre che non sono stata in grado di decifrare. E’ rimasta la sua automobile con l’adesivo del toro incollato sul parabrezza e il suo container del verde con il coperchio aperto. Ogni lunedì guardo con cupidigia quel container vuoto e conduco una battaglia interna. Mi farebbe comodo utilizzarlo per le foglie che continuano ad ammucchiarsi nel mio giardino.
Questo, in effetti, è un altro mistero: da dove vengono le foglie a fine autunno quando tutti i rami sono spogli?
Se mi capita un tassista sottomano glielo chiedo.
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Alle otto di mattina al parcheggio della stazione sono incollata allo sportello della mia macchina in difesa di uno dei miei figli che per questioni di “privacy” non svelerò qual è. Davanti a me un arabo inferocito, con gli occhi dilatati, che vuole aprire lo sportello.
L’arabo ha ragione di essere arrabbiato, ma la reazione è spropositata. Intorno a noi centinaia di persone e nemmeno un poliziotto, che di solito sono ovunque in bici, a piedi, a cavallo, in motorino, ma non lì in quel momento.
Da quelli che passavano non mi aspettavo certo un aiuto, come non me lo sarei aspettato in nessun posto del mondo in effetti, però incredibile: la gente non ci ha rivolto nemmeno uno sguardo, come se fossimo trasparenti.
Gli emigrati sono sempre più arrabbiati, colpa della Verdonk, delle black school, della sproporzione tra offerta e domanda di lavoro.
Alla fine il tipo sono riuscita a calmarlo pronunciando una frase magica.
Doveva essere lì da qualche parte, bastava tirarla fuori. Ho detto: è mio figlio. Ha smesso di gridare e di tirare lo sportello. Ci ha lasciato andar via pur continuando a fissarci minaccioso.
M’è venuto in mente Sabato, un racconto di Giancarlo De Cataldo in Teneri assassini. La storia si svolge in un bar dove un padre e un figlio di un paese dell’est entrano a bere qualcosa. A un tavolo ci sono dei ragazzi del paese che sono un po’ di malumore, un po’ annoiati, un po’ ubriachi. I due dell’est non sono a caccia di liti, i ragazzi invece sì. E una sera di un sabato che avrebbe potuto essere senza storia finisce nel peggiore dei modi. Più tardi, in macchina, disse agli amici che il ragazzo non aveva toccato Katia. Era stato tutto uno stupido equivoco. Nessuno gli chiese perché non l’aveva detto subito. E chi se ne frega, - disse Tappo - era solo uno straniero di merda. (Tratto da Sabato)
L’episodio che mi è capitato alla stazione non ha nulla in comune con il racconto di De Cataldo. Quasi nulla a parte l’intolleranza da cui derivano entrambi.
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A me la saggezza stresserebbe
Percorro la solita strada dritta che taglia la solita distesa verde, sul fondo c’è un po’ di sole tra la nebbia.
Sono soddisfatta. Assetata. Sudata.
Ho da poco terminato di giocare a tennis, ma la soddisfazione non deriva solo dal gioco, ma dal fatto che ho finalmente avuto un contatto con Misaki.
Cioè con la prepotente del gruppo che gioca a tennis.
Quella che deve essere prima a ogni costo. Prima a passare una porta, a sedersi su una sedia, a fare un determinato esercizio, a prenotarsi per la lezione successiva, a bere, ad andare al cesso, in fila, ovunque.
I tipi così si manifestano nel pieno del loro volere soprattutto nel lavoro e nel gioco, anche se quando ce l’hai dentro l’ossessione di essere primo devi metterla in pratica sempre.
Le altre del gruppo la lasciano primeggiare. Alcune forse non ci fanno caso, altre forse sì e saggiamente (ma si tratta di saggezza? non ne sono così sicura) pensano: in fondo a me cosa cambia? Sono qui per divertirmi e non mi occupo d’altro.
Nel lavoro, certo, non funziona così, ma in una situazione di svago si può lasciar perdere.
E’ meno stressante.
Vuoi essere la prima ad attraversare quella porta: vai pure, tanto non ho fretta in questo momento.
Io invece non glielo posso permettere. Non ce la faccio. Se davanti alla porta ci sono io non mi sposto per lasciar passare te a meno che non intuisca che sei distratta, che non ci fai caso.
Fino a oggi per una serie di casualità lei e io non siamo mai venute in contatto. Dato che il gruppo non è così numeroso, immagino che non siamo capitate vicino perché avevo bisogno di tempo per osservarla con attenzione.
Quando sono stata certa del suo obiettivo, allora, credo, non l’ho più evitata.
Ho adottato la tecnica olandese.
Excuse me, excuse me, a cui seguiva una frase in cui m’informava che c’era prima lei, Misaki. Reazione da parte mia? Nulla. Come se non avesse parlato. Come se non esistesse.
E’ andata avanti così fino a quando ha deciso di porre fino al contatto o alla prova di forza.
Si è ritirata insomma.
Mi pareva quasi di sentire il rumore scomposto degli zoccoli dei cavalli e un suono triste di tromba.
Si ritorna alla macchina dell’inizio.
Mi godo lo spettacolo della nebbia che si spezzetta sotto il sole.
Se non fosse per la sete starei benissimo.
Percorro questa strada dritta a doppio senso, senza corsia di sorpasso a cinquanta chilometri all’ora come da segnale stradale.
Si potrebbe andare a settanta, anche a novanta in effetti perché non c’è nemmeno una curva, un avvallamento del terreno, nessuna imperfezione, pare proprio una strada tracciata con la riga, ma rispetto la regola. Come quello prima di me e come quello dopo. Come la ventina di automobilisti che marciano tutti a una distanza di sicurezza.
Poi dallo specchietto noto un’automobile nera in corsia di sorpasso. Quando mi affianca vedo che è Misaki al volante. Pochi secondi ed è la prima della fila, altri pochi secondi ed è un punto in fondo alla strada.
Cinque minuti dopo c’è la sua macchina ferma in una piazzola e due poliziotti in moto.
Potevo non suonare il clacson e non salutarla?
Categorie: Pare che sia andata
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Quella notte in cui piovvero bulbi
Sono nel vivaio con Chris. Lui spinge il carrello, io scelgo le piante.
I vivai di qui non esistono in Italia, se proprio devo fare un confronto potrei paragonarli alle grandi librerie dove acquisti libri, ma non solo.
Qui compri piante, alberi e fiori, ma non solo.
Nel padiglione più esterno c’è un olivo contorto circondato da bottigliette d’olio piantate nella terra che simulano un’aiuola.
Questo resta qui per sempre, dico.
No, dice Chris. Lo comprano, eccome se lo comprano.
E’ ridicolo. Non è un bonsai, ma non ha nemmeno l’altezza di un olivo. E’ un ibrido, una via di mezzo, mi sentirei a disagio ad averlo in casa. E poi ha bisogno di caldo, di luce, come farebbe a sopravvivere ?
Va di moda far crescere alberi in casa. C’è una cliente che ha proprio un olivo in un cortile interno. E poi è una moda più tranquilla, anche un po’ romantica. Mi ricordo qualche anno fa quando c’era quella dei serpenti. Dovevamo dipingere una stanza dove in un angolo c’era un terrario con dentro un’iguana. Solo che era cresciuto troppo e ci stava stretto. Poveretto, faceva una pena…
La stanza di che colore l’avete dipinta?
Verde foresta!
E il cortile della signora dell’olivo?
Verde argento! Ma quanti ciclamini compri?
Quanti? Due.
E quanti ne hai già? Dieci?
Dieci? Scherzi?
Sei proprio fissata con i ciclamini…
Ebbene sono fissata, sì, mi piacciono perché hanno i fiori che durano a lungo e pare che stiano per scappar via e inoltre se ti dimentichi di loro, di innaffiarli intendo, s’afflosciano subito.
E’ una pianta che dà le sue soddisfazioni insomma. E poi mette in movimento i pensieri…
In Cambogia quando torni?
Ehi non mi far salire la tristezza…
Cos’è che fai lì nei fine settimana? Vai sulla sponda del fiume e dipingi, esatto?
Non approfittarti delle mie confidenze per prendermi in giro.
Guarda stanno caricando l’olivo sul carrello! Non poteva essere che una del genere a portarselo via. Assomiglia all’albero ibrido in un modo pazzesco. Non è bassa, ma nemmeno alta, cammina sui tacchi a spillo e indossa un giaccone da suora, ha ciocche di capelli dipinte di rosso acceso ma anche numerosi fili bianchi.
Non lo dire, ti prego.
Ogni pianta assomiglia al suo proprietario. E io sono un ciclamino. Tu invece…
Taci.
Cosa c’è nel tuo giardino?
Non è un giardino quello.
Va be’ in quello spazio un po’ aperto, un po’ chiuso. Ci sono i tulipani, i fiori simbolo dell’Olanda!
Li ha portati il vento.
Eh sì, un tornado.
Categorie: Chiacchiere
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Io dico di no
La mia amica P., a cui nascerà una bambina fra un mese, commentando l’utilizzo frequente del ricorso al forcipe dei ginecologi olandesi: se capisco che hanno intenzione di usarlo io mi alzo e me ne vado!
Cara P. potresti non farcela ad alzarti…
Allora gli meno! Già ne ho menato uno qualche anno fa, quando mi ha rimesso a posto l’osso della gamba senza avvisarmi prima.
Quanto vorrei essere presente. Primo perché vorrei esserle vicina, secondo per vedere se l’evento la renderà meno combattiva.
Categorie: Roba d'Olanda
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Anche se fuori piove
Ultimamente mi capita di fermarmi a leggere blog chiusi da un pezzo su cui , spesso, non c’è il post che ne dichiara la chiusura.
E quando si decide di far sapere che non ci si scriverà più, si ricorre, di solito, alla parola chiuso non fine.
E questo rappresenta uno dei punti che lo rende diverso da un libro.
Così i blog possono essere paragonati a dei negozi con una vetrina più o meno grande, dove ogni gestore vende qualcosa di diverso. Se il proprietario è un buon venditore o uno a cui piace chiacchierare, quelli che passano si fermano, ritornano, condividono e dissentono. Se è un tipo irascibile, vanitoso o se gli affari gli vanno particolarmente bene, ha sempre qualcuno che torna di notte e tenta di frantumargli la vetrina.
Il libro, invece, ti prende per mano e ti conduce in un viaggio. Se il viaggio è noioso lo abbandoni, altrimenti stringi i denti, pensi: l’ho pagato accidenti e lo finisco.
Quando in un blog la vetrina non viene più cambiata, le parole si impolverano e assumono un carattere diverso. Più sciocco o profondo ma più evocativo, forse. Il proprietario smette di rinnegarle, di lucidarle, di dilatarle.
Ieri sono capitata su uno con gattini, cuoricini e colori, con file musicali a cui era stata tolta la spina, con dettagli d’arredamento che di solito mi respingono. Però era chiuso da più di un anno e allora mi sono fermata a leggere e ho trovato questa frase: vorrei essere al posto della sconosciuta che si sta fumando una sigaretta davanti al mare del Nord, nella spiaggia di W., invece sono a Milano in ufficio.
La foto a cui la frase si riferiva è svanita e al suo posto c’è un quadratino. E così queste parole, non più accudite, diventano un’altra cosa. Forse non diventano nulla, però capita che quella spiaggia si trovi a cinque minuti da dove sto scrivendo e mi chiami di andarci, subito.
Categorie: Pensierini
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E finalmente ho tirato su lo spinnaker.
Il pezzo che segue sintetizza perfettamente i miei primi anni nella comunità italiana di qui:
La necessità di sapersi creare una "clausura" mentale sorge nella terza situazione, barca piccola con armatore e amica ( o amici) a bordo, elemento peggiorativo se l’armatore ha esperienza di barca (positivo solo in caso di maltempo perché sa stare anche lui al timone). La convivenza è totale, gli spazi ridotti, non è possibile isolarsi o tanto meno scaricare tensione parlando con qualcuno "dalla tua parte". Ovviamente, filosofie di vita, idee politiche ecc. ecc. sono assai divergenti, unico elemento legante può essere il rispetto e il riconoscimento delle capacità. In questa situazione per sopravvivere è necessario assumere la consistenza di un oggetto d’arredamento, essere presenti, ma non partecipare; a nessuno deve venire in mente di porti delle domande, di coinvolgerti in una discussione, andrebbe in frantumi tutta l’atmosfera, o per il sorgere di tensioni verso l’esterno, se difendessi le mie idee; le tensioni diverrebbero mie interne se invece le rinnegassi per quieto vivere.
(Tratto da racconti di uno skipper)
Poi però li ho fatti sbarcare quasi tutti.
Categorie: Segnalazioni
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Ieri
L’Aja delle sei del pomeriggio la disegnò la mia amica Carla una domenica del mese di novembre quando avevamo quattordici anni e scappammo da una festa dove non c’erano due che ci piacevano. Sono sicura del mese perché una settimana prima lei aveva festeggiato il suo compleanno e qualcuno aveva detto: che giorno del cavolo per festeggiare un compleanno.
E così quel pomeriggio, dopo aver scartato il gelato e il cinema, tirai fuori l’idea di costruire la città del futuro.
M’arrampicai sul soppalco e presi la scatola del Lego già piena di polvere.
Lei, che era bravissima con le matite, disegnò un tram che entrava in un galleria sopra cui c’era un ufficio, dei palazzi viola e verdi con le facciate curiose e sghembe, una biblioteca di vetro con delle poltrone immense, le strade brillanti di pioggia e dei faretti che espandevano i colori e dei camioncini gialli e un piccolo aereo con uno striscione attaccato su cui io scrissi: viva noi.
Dopo il progetto cominciammo la costruzione. Oltre ai mattoncini del lego, usammo le torce, le carte della caramelle e dei ritagli delle riviste.
Venne fuori un’altra città rispetto al disegno: più brutta e per niente futuristica.
Allora presi un’altra scatola che conteneva dei pupazzi minuscoli con cui ci organizzavo qualche anno prima delle avventure pazzesche e la trasformammo in una città viva.
Perché nella città del futuro non c’è nessuno? Chiesi a un certo punto.
Perché sono tutti chiusi nei palazzi a fare le attività.
Quali attività?
Lei alzò le spalle.
Nella città del futuro piove sempre e la notte è lunghissima perché il sole si sta spegnendo e per questo motivo colorano i palazzi e tengono le luci accese, disse dopo un po’.
A me sembrò un futuro tristissimo.
Eppure ieri quando camminavo in quel disegno con l’eco che amplificava i passi ero incredibilmente a mio agio.
Categorie: Roba d'Olanda
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Post slegato d’autunno
Dall’ippocastano è precipitata l’ultima foglia, quelle delle betulle invece ancora resistono seppur diradate e alla gatta si è alzato il livello di stress perché sui rami spogli i merli spiccano neri e grassi.
Alle cinque della sera percorrevo in macchina la strada che taglia W. e un bambino sui dieci, undici anni in mezzo a un gruppo di suoi coetanei ci ha lanciato un sasso. Lo ha abbassato il finestrino e non so che cosa gli abbia urlato contro, ha pescato a caso nel suo repertorio brutteparoleintuttelelinguedelmondo, e mi ha anche rimproverato perché non mi sono fermata. Il sasso era minuscolo e sulla carrozzeria è rimasto solo un piccolo segno.
Sono arrivate le pagelle e ci sono stati i colloqui , i giudizi sono buoni per entrambi. L’unica debolezza di Lo pare sia il clarinetto. L’insegnante dice che non si esercita, e in effetti dopo i primi giorni di solfeggi, il clarinetto è sempre chiuso nella sua custodia. Io però non sono di gran sostegno, ché gli dico: insomma lo vuoi suonare o no questo violino?
Fran da quando vive una storia, che dal suo punto di vista è La Storia, non legge più le storie degli altri, cioè non legge più libri, ma ho un piano segreto per riportarlo alla lettura, che ovviamente non posso scrivere qui.
Mi è venuta un’allergia per la cucina. Non mi sono comparse bolle, ma mi taglio continuamente con il coltello e mi brucio con il forno. Però riesco a preparare una cena sempre diversa (be’ quasi sempre) in trenta minuti, apparecchiatura compresa.
I quadri del tipo di qualche post fa non li compreremo. Neanche il ritratto di famiglia c’interessa.
A Emme ho detto: perché non lo dipingi tu l’autunno? Ha fatto un chiaroscuro di una foglia accartocciata che era atterrata sulle piastrelle del bagno che a me pare bellissimo, lui sostiene invece che è solo un’esercitazione, e che ogni cosa che disegna io dico sempre che è bellissima, senza alcun spirito critico.
Sono arrivati dei nuovi vicini nella casa di fronte. E’ già da qualche giorno che ci dormono e sono praticamente invisibili. Non chiudono né aprono le tende delle finestre, non escono ed entrano dalla porta, eppure ci sono. Ho visto i ragazzi un paio di mattine fa che risalivano CameliaHof con la felpa azzurra e i pantaloni di carta blu della british school. Mi sono imposta di non esprimere un giudizio in anteprima, in effetti anche i miei figli sono andati in quella terribile scuola. Oggi c’è il trasloco in atto e ogni tanto ne spio qualche passaggio. I trasportatori olandesi mi fanno pensare agli orsi bruni che guardano il nulla allo zoo.
Sono stata in una strada commerciale di Rotterdam che attraversa un quartiere abitato dagli arabi-turchi. Gli uomini non avevano facce contente. A Emme piaceva il giubbotto che indossava uno e l’ha ammirato per qualche secondo, ma lui non ha gradito perchè si è fermato minaccioso, le gambe divaricate, le mani sui fianchi e un’espressione che diceva: avvicinati che ti uccido.
Ho la testa da un’altra parte e accumulo mille immaginazioni surreali. Come quella in cui i personaggi delle mie storie sono apparsi nella mia stanza. Anche quelli dei due racconti in corso.
Il protagonista di uno mi è simpatico (Tonino sollevò le labbra e scoprì i denti. Denti dritti, candidi, un po’ aguzzi, su cui non c’erano dubbi: costituivano,senz’altro, il suo cavallo di battaglia. Ma si possono fare conquiste attraverso i denti se uno non ride, anzi non sorride praticamente mai? E poi come lo chiamava Antonella in certi momenti che si lasciava andare? Il mio squaletto. Squaletto, non squalo. E ciò era mortificante e gli faceva passare la voglia dell’amore. Che poi non combinava più niente. Non la dire quella parola, no? Io la dico con affetto, rispondeva lei con gli occhi limpidi e l’espressione testarda).
Ma gli altri sono quattro che non vorrei mai conoscere dal vivo. Così ho deciso di regalare a uno di loro una nota in modo che non mi disturbi di averlo qui nella mia stanza.
Stasera me ne vado ad Amsterdam alla libreria Bonardi dove Quelli di Astaroth si esibiscono in: Un ululato con un brivido d’autunno.
Ho ripreso a leggere Dostoevskij. Ho cominciato da Il Sosia dove c’è questa frase che ben mi si addice in questo periodo: Per un paio di minuti però rimase a giacere immobile sul suo letto, da uomo non ancor pienamente sicuro se si sia svegliato o dorma tuttora, se esista nella veglia e nella realtà tutto ciò che intorno gli succede o sia il seguito delle sue disordinate e assonnate fantasticherie.
Categorie: Pensierini
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Ciò che conta è che si parli di me
Così Fran: sabato sera cinque studenti del nono anno, cioè di quattordici anni, per accrescere l’autostima in se stessi, hanno avuto l’ideona di rompere auto per un totale di circa 30 mila euro, poi la polizia li ha beccati.
30 mila euro? E quante ne hanno distrutte?
Mica tante. Hanno scelto quelle più grosse. Un finestrino a una, uno sportello a un’altra. Che scemi. Hanno raggiunto il loro scopo, comunque.
Però la polizia li ha sorpresi.
La polizia li ha beccati, è vero, ma gli studenti della scuola li indicavano, le ragazze li guardavano, finiranno sul giornale di W.e in tutte le case di W. all’ora di cena si parlerà di loro come stiamo facendo noi adesso. L’autostima sfiorerà le stelle, qualcun altro s’infilerà il cappellino di lana che identifica il loro gruppo.
Non vorrei essere al posto di quei genitori
Non vorrei essere al posto di quei figli.
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