La prossima volta apro io….     14-11-2006  
La prossima volta apro io.
Dopo le sette di sera quando suona il campanello è, quasi sempre, una donna con la faccia dimessa, tra i cinquanta e i sessanta, vestita come se dovesse attraversare un campo zuppo d’acqua, con un cilindro rosso in mano. Sul cilindro rosso c’è un’apertura per le monete. Il cilindro rosso è un salvadanaio e la donna, che ogni volta è diversa, è una cercatrice di fondi.
Anche il motivo per la richiesta dei fondi cambia sempre.
L’unico ricorrente è quello per i reumatismi. Gli olandesi soffrono di reumatismi perché non possono usare l’ombrello, ma anche perché non portano cappelli, impermeabili leggeri e non s’asciugano i capelli.
Poi ci sono i motivi che mi spiazzano e mi spaventano. Come la raccolta di soldi per persone che hanno avuto il viso ustionato dal fuoco.
Anche per il corpo? Ho chiesto.
No, per il corpo no. Il corpo si copre, il viso si mostra.
Però se organizzano una spedizione per gli ustionati penso che ce ne sia un numero consistente.
Infine ci sono quelli che vendono servizi e oggetti (che possono essere uomini o donne di varie fasce d’età).
Io non compro mai nulla, do solo qualche euro alle signore con il cilindro.
Il fatto è che gli oggetti che mi propongono non m’interessano mai. Sono centrini di cotone, tazze di ceramiche dipinte a mano, polli e uova comprati all’ingrosso e che spacciano per biologici.
Qualche giorno fa il campanello ha suonato dopo le sette, ma io ero al piano di sopra e allora ha aperto Emme.
Dopo dieci minuti mi sono affacciata dalle scale.
Era un artista, un pittore per la precisione. E stavano guardando le foto dei suoi quadri.
Il tipo diceva che in ogni casa di Cameliahof c’è almeno un suo dipinto.
Hanno continuato a sfogliare le foto, poi l’artista gli ha chiesto: preferisci l’astratto o i paesaggi?
Lui non ha risposto subito.
Io sono scappata nel bagno a ridere.
Non ha risposto subito perché era una domanda che non si aspettava. Ché nella sua immaginazione un pittore è uno che dipinge per ispirazione non su commissione.
Quando sono uscita dal bagno, l’ho sentito concludere così: non posso giudicare i tuoi quadri dalle foto. Alcuni sembrano interessanti…
E io te li porto, allora! Quando?
Quando? Forse domenica…
Va bene domenica alle due?
Domenica alle due meno cinque ho visto un pulmino verde fermarsi davanti al nostro ingresso. Prima che l’autista scendesse sono fuggita al piano di sopra.
Ha scaricato quadri per quindici o venti minuti.
Poi Emme mi ha chiamato. Sono scesa.
C’erano quadri ovunque. In cucina, nella serra. Alcuni appoggiati al muro, altri impilati uno su l’altro.
Emme, quella sera, deve aver risposto che preferiva l’astratto, anche se c’era qualche mulino e qualche campo di tulipani.
Ho fatto un giro e poi ho preparato i caffè.
Lo, invece, li ha guardati tutti con attenzione.
Poi l’ho sentito dire: quello con il blu e il verde mi ricorda tanto uno che avevo fatto l’ultimo anno di asilo. Ma non c’era scherno nella sua voce, semmai una punta di nostalgia.
Ho portato i caffè e mi sono fatta un altro giro.
Intanto l’artista parlava e parlava. Raccontava di un viaggio in India e di una sua passeggiata su delle lame appuntite. Di un santone che si è sollevato di venti centimetri, poi mi sono persa un passaggio e ha tirato fuori dal portafoglio la foto del figlio, un bambino di circa un anno con gli occhi identici ai suoi.
Infine ha domandato quale quadro preferissimo.
Io sono andata a sciacquare i bicchieri.
I primi a tornare nel pulmino sono stati quelli giganti, poi quelli con i mulini e i tulipani, infine quelli con le cornici dorate. A un certo punto ho sentito Lo dire a Emme: certo che fa pena, però. Comunque quello del mare è bello.
Ma i gabbiani sono disegnati male, ha risposto lui.
Sono tornata nel soggiorno.
Allora? Ha chiesto l’artista.
Allora se lei non dice nulla, significa che non le piacciono.
Non ti piacciono? M’ha domandato.
Chiusa nell’angolo, ho risposto: a me piacciono i quadri come quello.
E ho indicato un quadro appeso alla parete dove c’è una ragazza e un asino davanti a un muro surreale.
Facciamo così, ha detto l’artista. Ve ne lascio alcuni e poi decidete con calma.
Lo e io abbiamo scelto un quadro dipinto di bianco con una palla verde al centro.
L’artista ha detto che qualcuno ci vede il mondo in quella palla.
Emme ne ha indicato uno che potrebbe essere intitolato: l’autunno.
Sulla tela sono stati scaraventi il giallo, il marrone, il rosso, il verde e poi sono stati fatti asciugare. E anche un altro in cui s’indovina una pancia femminile tra il rosso e il nero.
Quando Fran è tornato prima  è scoppiato a ridere e poi ha domandato: di chi sono queste croste?
Lo, a quel punto, si è sentito in dovere di spiegarli. E poi ha aggiunto: se l’avessi conosciuto ti avrebbe fatto pena.
Così da due giorni c’è una discussione tra la necessità di spiegare o non spiegare l’arte e se sia giusto comprare qualcosa per  compassione.
Fran sostiene: comprare un suo quadro è un errore. Primo perché è orrendo, secondo perché lo illudi che è bravo.
La posizione di Lo, ovviamente, è opposta: non dipinge male, cioè non tutto è brutto. E poi fa pena.
Emme dice: questi tre quadri non sono male. Questo dell’Autunno ha qualcosa che mi piace, ma anche questo della pancia.
Io dico che non mi piacciono. Però aggiungo: certo che ha quel bambino così piccolo…
Già, dice Emme.
Però ci sono i sussidi di disoccupazione che sono altissimi…
Abbiamo tempo fino a domenica alle dieci.

Categorie: Questioni di famiglia

[ 2 commento(i) ]

2 Responses to “La prossima volta apro io….”

  1. giorgi dice:

    Oddio, vi vedo, vedo tutti e quattro a esaminare le croste del povero pittore… Senti, io non comprerei mai un quadro che non mi piace. A meno che non vuoi regalarlo a qualcuno che ti sta antipatico… (a proposito, ma costano molto? Se sono brutti e costano molto non mi farei problemi.)

  2. alice121 dice:

    Vedici in tre, ché l’esame di Fran è durato pochi secondi;-)

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