C’è un vetro che separa gli…
19-10-2006
C’è un vetro che separa gli impiegati e il pubblico e se allunghi il collo vedi una stanza con due tappeti persiani un po’sbiaditi, un poltrona di raso verde con le zampe e i braccioli d’oro: è la stanza del console dove non entra mai nessuno, nemmeno il console.
Alcune persone, anzi certi personaggi che aspettano al consolato mi ricordano quelli che camminano sotto i portici o chiacchierano seduti sulle panchine nei giardini di Piazza Vittorio.
Che poi non ho chiamato lo studio dove lavoravo che è poco distante dalla piazza, cioè ho chiamato verso sera, tanto sapevo che a quell’ora nessuno di loro era in metro e non mi andava di ascoltare la frase: le senti le sirene?
Comunque il consolato era vuoto, cioè quando sono arrivata non c’era nessuno, tranne un inglese con il biglietto azzurro, lo stesso colore del mio, mi sono seduta senza tirare fuori il libro e senza ascoltare quello che diceva l’inglese ché riflettevo sulla possibilità che i passaporti non fossero ancora pronti e mentre mi predisponevo all’arrabbiatura, il campanello ha suonato, le porte di sicurezza si sono aperte e ho sentito una voce all’ingresso, devo ritirare i passaporti ha detto, biglietto celeste allora, ha risposto l’uomo con i baffi che distribuisce biglietti, e ho pensato: io questa voce la conosco, è quella che è venuta alla presentazione di O. a maggio e che ha fatto una domanda lunghissima, talmente lunga che alla fine ho risposto per intuito, è la voce di quella che Lo ha descritto, lasciandomi di sasso, a qualcuno che non la conosceva così: vuoi sapere com’è A.? A. è identica a B. ma è alta il doppio e chiacchiera la metà.
Siccome A. è anche lei di Roma, parliamo dell’incidente della metro, fino a che arrivano due, arrivano anche altri in effetti, ma io vengo attratta da questi due, che si siedono proprio di fronte a me.
A. accenna alla piazza quando c’era ancora il mercato all’aperto, e questa coppia, sembra proprio che sia stata teletrasportata da lì.
Poi mi chiamano.
L’impiegata dice: è pronto solo un passaporto.
E gli altri due?
Gli altri due li preparo adesso.
Quanto c’è d’aspettare?
Il tempo per preparare due passaporti!
Così torno al mio posto senza protestare ché ormai sono con la testa da un’altra parte.
La coppia, dicevo.
Lei mi ricorda una bidella del liceo che era magra come un osso, piccola, vecchia, con la dentiera che avvolgeva in un fazzoletto un po’ solido quando mangiava, il rossetto sgargiante che usciva fuori dai bordi, un ombretto celeste in sintonia con gli occhi, con una sfumatura incerta. E mi ricordo anche di quel giorno che non avevo voglia di rientrare in classe e lei, in uno slancio di generosità, mi offrì una poltiglia gocciolante arpionata da una forchetta: li vuoi un po’ di gnocchi?
Comunque la tipa che ho davanti pare più giovane della bidella, ma non più di tanto, forse è sui sessanta. Al contrario di lei che se ne stava sempre rinchiusa nel suo camicino carta da zucchero, questa si propone sexy: stivaletto schiacciaformicall’angolo con tacco al massimo, camicia bianca parzialmente abbottonata, giubbotto di pelle sottile, jeans che stringono, quel poco che c’è da stringere perché è quasi inconsistente.
Lui invece è sui trenta, jeans che scendono ma non come dice la moda, scendono perché è dimagrito o perché appartengono a qualcun altro, ricorda quei poveretti che fanno i famosi sull’isola televisiva, una camicia di jeans a cui ha allacciato anche il bottone sotto il colletto, capelli neri e ingarbugliati.
Parlano fitto, in olandese, ma lui è innegabilmente italiano. Un italiano nato qui perché, questo lo sentirò poi, non lo parla molto bene.
In comune hanno che sono entrambi sgualciti, spiegazzati, non stirati.
Come se lui (o lei ) una sera è scivolato in un canale e lei (o lui) passava di lì, si è fermata e l’ha aiutato a risalire sul bordo.
Mentre parlano, si avvicinano sempre più l’uno all’altro e si tengono per mano come due che stanno insieme da poco.
A. sfoglia il giornale.
Hai visto, le sussurro all’orecchio.
Ho visto, sì.
Chiamano il tipo.
Lui si scolla da lei, arriva allo sportello, si gira e le dice in dutch: vieni qui. Ma lo dice con il tono del bambino che ha bisogno della madre prima di parlare a qualcuno che non conosce. Poi dice: mi hanno menato, me ne hanno date veramente tante, e m’hanno preso il passaporto. Forse l’impiegato gli domanda se ha la residenza qui. Perché lui risponde: sì, certo, qui ci sono tutti: i genitori, i fratelli, gli zii.
Non ha un altro documento? Ecco…Mi hanno rubato anche quello.
Poi i miei passaporti sono pronti.
Firmo, e quando sto per uscire, vedo che lei gli tiene la mano, ma non come quando stavano seduti a parlare senza prender fiato, gliela tiene proprio da madre.
E io lo so e anche l’impiegato lo sa, perché continua a fare domande, che quel tipo, che pare proprio uno che le ha prese, sta inventando una balla.
Alcune persone, anzi certi personaggi che aspettano al consolato mi ricordano quelli che camminano sotto i portici o chiacchierano seduti sulle panchine nei giardini di Piazza Vittorio.
Che poi non ho chiamato lo studio dove lavoravo che è poco distante dalla piazza, cioè ho chiamato verso sera, tanto sapevo che a quell’ora nessuno di loro era in metro e non mi andava di ascoltare la frase: le senti le sirene?
Comunque il consolato era vuoto, cioè quando sono arrivata non c’era nessuno, tranne un inglese con il biglietto azzurro, lo stesso colore del mio, mi sono seduta senza tirare fuori il libro e senza ascoltare quello che diceva l’inglese ché riflettevo sulla possibilità che i passaporti non fossero ancora pronti e mentre mi predisponevo all’arrabbiatura, il campanello ha suonato, le porte di sicurezza si sono aperte e ho sentito una voce all’ingresso, devo ritirare i passaporti ha detto, biglietto celeste allora, ha risposto l’uomo con i baffi che distribuisce biglietti, e ho pensato: io questa voce la conosco, è quella che è venuta alla presentazione di O. a maggio e che ha fatto una domanda lunghissima, talmente lunga che alla fine ho risposto per intuito, è la voce di quella che Lo ha descritto, lasciandomi di sasso, a qualcuno che non la conosceva così: vuoi sapere com’è A.? A. è identica a B. ma è alta il doppio e chiacchiera la metà.
Siccome A. è anche lei di Roma, parliamo dell’incidente della metro, fino a che arrivano due, arrivano anche altri in effetti, ma io vengo attratta da questi due, che si siedono proprio di fronte a me.
A. accenna alla piazza quando c’era ancora il mercato all’aperto, e questa coppia, sembra proprio che sia stata teletrasportata da lì.
Poi mi chiamano.
L’impiegata dice: è pronto solo un passaporto.
E gli altri due?
Gli altri due li preparo adesso.
Quanto c’è d’aspettare?
Il tempo per preparare due passaporti!
Così torno al mio posto senza protestare ché ormai sono con la testa da un’altra parte.
La coppia, dicevo.
Lei mi ricorda una bidella del liceo che era magra come un osso, piccola, vecchia, con la dentiera che avvolgeva in un fazzoletto un po’ solido quando mangiava, il rossetto sgargiante che usciva fuori dai bordi, un ombretto celeste in sintonia con gli occhi, con una sfumatura incerta. E mi ricordo anche di quel giorno che non avevo voglia di rientrare in classe e lei, in uno slancio di generosità, mi offrì una poltiglia gocciolante arpionata da una forchetta: li vuoi un po’ di gnocchi?
Comunque la tipa che ho davanti pare più giovane della bidella, ma non più di tanto, forse è sui sessanta. Al contrario di lei che se ne stava sempre rinchiusa nel suo camicino carta da zucchero, questa si propone sexy: stivaletto schiacciaformicall’angolo con tacco al massimo, camicia bianca parzialmente abbottonata, giubbotto di pelle sottile, jeans che stringono, quel poco che c’è da stringere perché è quasi inconsistente.
Lui invece è sui trenta, jeans che scendono ma non come dice la moda, scendono perché è dimagrito o perché appartengono a qualcun altro, ricorda quei poveretti che fanno i famosi sull’isola televisiva, una camicia di jeans a cui ha allacciato anche il bottone sotto il colletto, capelli neri e ingarbugliati.
Parlano fitto, in olandese, ma lui è innegabilmente italiano. Un italiano nato qui perché, questo lo sentirò poi, non lo parla molto bene.
In comune hanno che sono entrambi sgualciti, spiegazzati, non stirati.
Come se lui (o lei ) una sera è scivolato in un canale e lei (o lui) passava di lì, si è fermata e l’ha aiutato a risalire sul bordo.
Mentre parlano, si avvicinano sempre più l’uno all’altro e si tengono per mano come due che stanno insieme da poco.
A. sfoglia il giornale.
Hai visto, le sussurro all’orecchio.
Ho visto, sì.
Chiamano il tipo.
Lui si scolla da lei, arriva allo sportello, si gira e le dice in dutch: vieni qui. Ma lo dice con il tono del bambino che ha bisogno della madre prima di parlare a qualcuno che non conosce. Poi dice: mi hanno menato, me ne hanno date veramente tante, e m’hanno preso il passaporto. Forse l’impiegato gli domanda se ha la residenza qui. Perché lui risponde: sì, certo, qui ci sono tutti: i genitori, i fratelli, gli zii.
Non ha un altro documento? Ecco…Mi hanno rubato anche quello.
Poi i miei passaporti sono pronti.
Firmo, e quando sto per uscire, vedo che lei gli tiene la mano, ma non come quando stavano seduti a parlare senza prender fiato, gliela tiene proprio da madre.
E io lo so e anche l’impiegato lo sa, perché continua a fare domande, che quel tipo, che pare proprio uno che le ha prese, sta inventando una balla.
Categorie: Con quella faccia un po così
[ 3 commento(i) ]
il 19-10-2006 alle 13:14
L’esperienza mi suggerisce di leggere questo tuo racconto con l’occhio di chi osserva l’extraterritorialità di questi luoghi, affrancandosi dal trovarli extraterrestri.
p.s.
Chissà se è sufficentemente chiara questa mia ricorrente sensazione dettata dall’empirismo?
il 19-10-2006 alle 13:15
sufficientemente: bel refuso da idiota
il 19-10-2006 alle 13:24
il p.s. non l’ho capito;-)
Prima volevi intendere: osservare luoghi (e persone) che ti appaiono estranei, sforzandoti di non considerarli poi cosi distanti?