Una porta senza maniglia
Paolo e Rita Rossi vivevano in quella casa da tre giorni e Rita s’era presa due settimane di malattia per esaurimento.
Un trasloco può condurre allo stress, aveva sentenziato il medico quando aveva firmato il certificato.
Le colleghe di Rita avevano sogghignato, Paolo aveva ondeggiato la testa e bevuto un sorso di tè. Poi aveva detto: il tè verde uccide i radicali liberi.
Metterò in ordine anche il tuo armadio, le camicie e le cinture, e anche la tua collezione di aerei ( Paolo, la sera, costruiva modelli di aerei degli anni 40), disse Rita lisciandoci i capelli già lisci.
Il tè verde mantiene elastico il cervello, aggiunse lui dopo un’altra bevuta.
Rita sapeva che ce l’aveva con lei.
Ce l’aveva con lei perché era geloso del suo blog. In effetti da quando l’aveva aperto (tre mesi) qualcosa era cambiato nella vita di Rita e di entrambi.
Intanto dopo cinque giorni dall’apertura, gli aveva detto che aveva ripensato alla faccenda del figlio, che era meglio aspettare ancora, che prima aveva altri progetti da realizzare.
Quali? Aveva chiesto lui.
Non sarà mica il blog, il tuo progetto.
No, no. Aveva risposto Rita. Cioè c’è anche quello. Ma io credo…Io credo che se ho altri desideri nel cuore è meglio che rimandi quello di diventare madre.
Be’, sì, aveva convenuto lui. E s’era avvicinato alla sua bocca.
Lei aveva posato indice e medio sulle sue labbra e aveva detto con entusiasmo: sai che oggi ho avuto 148 visite? Non male per tre mesi d’attività!
Insomma le cose andavano così.
Rita s’era presa una sbandata per la rete, anche se era una sbandata innocente (Paolo seguiva tutti i suoi commenti e controllava anche la sua posta di cui aveva scoperto la password).
Dopo la prima settimana di malattia, gli scatoloni erano ancora sigillati, Rita progettava di allungare l’assenza dall’ufficio e Paolo era avvilito. Oltretutto pochi minuti prima, aveva scoperto che il suo Brewster F2A s’era distrutto durante il trasloco.
La mattina dell’ottavo giorno era bianca e ventosa.
Rita in pigiama, con i capelli elettrificati, s’era limata distrattamente le unghie, pensando all’argomento del post.
Un incubo notturno? No, di quello aveva già scritto.
Un ricordo dell’infanzia? No, anche quello l’aveva trattato.
Certo che se me ne sto chiusa in casa, non ho nulla da raccontare. Potrei fare una passeggiata e vedere quello che succede. Sì, mi sa che farò così.
Era seduta davanti al pc, con la finestra e la porta spalancate, quando un turbine gelato penetrò nella casa, che scricchiolò e s’agitò. E la porta della stanza si chiuse con uno schiocco secco. Le porte erano senza maniglie. Le maniglie, delle maniglie d’ottone antico, giacevano ancora in uno scatolone.
Sono prigioniera! E adesso? Ma che stupida, scrivo una mail a Paolo, che venga ad aprirmi.
Lui rispose dopo dieci minuti così: Ah ah! Sei in compagnia del tuo blog, buona giornata. Io torno alle 6, come sempre. Un po’ di dieta non ti farà male e se hai proprio fame, mangiati la rete.
Lei scrisse altre lettere in cui l’implorava di liberarla.
Lui le inviò risposte con questo testo: 7 ore e 20 minuti alla liberazione. 6 e 40 minuti alla liberazione.
Rita aprì word e meditò sulle parole per raccontare quello che le stava capitando. Ma la rabbia le impediva di concentrarsi e le mani non riuscivano a star ferme. Camminò avanti e indietro. Poi s’affacciò alla finestra.
Lo studente di medicina era seduto alla sua scrivania, come sempre.
Era un ragazzo biondo, con occhi scuri e piccoli come quelli di un peluche, ma con un corpo atletico, che aveva fatto domandare a Rita più volte: come fa ad avere quei muscoli uno che sta sempre seduto dietro una scrivania?
Lo studente guardò nella sua direzione, e accortosi che lo guardava, le fece un cenno di saluto. Poi lei disse qualcosa e lui aprì la finestra.
Dieci minuti dopo, il portiere e un ragazzo aprirono la porta della sua stanza. Lei li accolse con un sorriso, li avrebbe dovuti ringraziare e, finalmente tranquilla, tradurre la sua avventura in un gran post.
Invece offrì a entrambi un tè.
Il portiere disse che doveva tornare alla guardiola, lo studente rimase.
Ma il tè mi fa schifo, disse.
Rita pensò che osservati da vicino i suoi occhi non erano così piccoli. Poi siccome era quasi l’ora di pranzo, stappò una bottiglia di prosecco.

Questa storia è un’opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono frutto dell’inventiva dell’autrice e vengono usati in maniera fittizia. Qualsiasi somiglianza con persone reali e vive, fatti o luoghi è assolutamente casuale.


Categorie: Storie di blog

[ 8 commento(i) ]

8 Responses to “Una porta senza manigliaPaolo e Rita Rossi…”

  1. saltino dice:

    Quando leggerò di una donna che per una volta, anche una sola, punisse un’altra donna, aprirò un nero d’Avola del 2002.

  2. giorgi dice:

    Grande! Voglio sperare però che non ci sia dell’autobiografico…

  3. alice121 dice:

    @saltino: guarda che nelle mie storie, di solito, le donne non è che siano tanto buone…

    @giorgi: accidenti! mi sono dimenticata di aggiungere in piccolo: ogni riferimento a fatti o persone è puramente casuale…;-)

  4. sciroppato dice:

    Bel racconto!

  5. LaSirenetta dice:

    :) mmmm… quasi quasi mi vien voglia di rimettere le mani sul mio blog … e di traslocare nelle vicinanze di un bel fusto… ma no, non ora, magari più in là…

    :)
    splash!

  6. manuelcalavera dice:

    io una volta sono rimasto chiuso nel bagno, con la maniglia in mano. non avevo pc, e nemmeno un libro.

  7. utente anonimo dice:

    bello bello. nella mia testa la stanza, il palazzo, non erano mica tanto nordici - pini che sbattevano contro le finestre nel bianco ventoso della mattinata - quindi il fusto biondo non ci stava a dire molto. Nel momento in cui ha speso il suo disgusto per il tè verde ha ottenuto pieno diritto di cittadinananza (anche se forse.. è una sootigliezza più femminile?). Baci Leo

  8. alice121 dice:

    be’ anche nella mia testa la storia si svolge a sud. E alla protagonista non piacciono i biondi. Poi certo c’entra anche il caso…

    ciao Leo;-)

Leave a Reply