Se il gatto c’è     02-11-2005  

I topi non mi fanno paura, ne ho avuto uno nella cantina della vergogna per qualche mese e transitavo da quelle parti senza timore.
Poi ho avuto due gerbilli. I gerbilli assomigliano ai topi per tutto, tranne per la coda che è pelosa.
E, in effetti, quello che non mi piace di un topo è quella coda rosa che non  c’entra nulla con il corpo come gli fosse stata cucita addosso per caso.  E non sopporto i mezzi. La mezza mela, la mezza luna, l’una e mezza. E anche la faccenda del bicchiere mezzo pieno, mezzo vuoto: ogni volta ci devo pensare e se ci penso allora la risposta non conta.
E dunque quel mezzo avvistato in fondo al corridoio, mi ha gettato nel panico. La scena deve essere stata comica, credo, perché ho camminato a occhi chiusi con la schiena appoggiata al muro. In cucina ero salva. Ho alzato il ricevitore, composto un numero, ho chiesto: cosa devo fare? Mi sono state prospettate una serie di possibilità, ho scosso la testa accompagnando il movimento con un mesto noooo, non posso. E ho scelto quella che nei minuti che sono venuti dopo, mi vedeva avanzare a occhi semichiusi con uno straccio in mano. Bersaglio coperto. Ho cacciato un lungo sospiro e mi sono preparata per uscire. Se almeno si fosse mangiata il mezzo che comprendeva la coda sarebbe stata meno tragica.

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Evacuation drill nel giorno delle zucche.
Pensavamo quando il primo figlio era piccolo,  - con un leggero senso di colpa, molto leggero e ben nascosto, - che era bello scorazzare per la città vuota. Dalle finestre spalancate arrivavano i Noooo e gli ohhhh dei goal, e ci regolavamo su quelli se tornare a casa o meno. 
I figli, i figli sono come i genitori li fanno.
Qualche anno più tardi, precisamente ieri, eravamo su un prato in una giornata d’autunno con 22 gradi, senza quel senso di colpa ma anche senza l’ingenuità e la presunzione di allora. Il prato era quello di un campo di calcio e Emme e io, eravamo lì a tifare per il secondo figlio, che ama il cinema come suo padre. Il primo invece continua a detestare il pallone di cuoio,  proprio come noi, dei film non gliene importa nulla,  ma dei videogames invece sì, ricordi un’altra frase ricorrente: in questa casa mai entrerà una di quelle infernali macchinette…E i punti esclamativi che chiudevano ognuna di queste celebri frasi? 
E la scuola privata assolutamente no, e gli americani no, ah la tolleranza degli olandesi che mito! E di cosa si parla negli ambienti internazionali?
Poi ci furono le esperienze e arrivammo al presente.
E i figli non sono i fiori delle piante, ma altre piante.
Oggi a scuola ci sarà Il party di Halloween,
Halloween ti ricordi? Quando in quell’asilo su una collina di Roma ci fu la prima festa in cui bisognava mascherarsi da streghe e da mostri, e tu non eri mica  contenta, già, già: è vero.
Mi rendo conto che il post è un po’ confuso, ma  da queste parti splendeva il sole tra le 12 e le 13, e allora se il sole splendeva,  io mi confondevo, perché pensavo che sarebbe stato proprio in quel momento, 31 ottobre tra le 12 e le 13, l’evacuazione della scuola per la simulazione di un bombardamento.
Ma a che serve? Mica c’è il rischio che ci bombardino, vero mamma? Mi chiedeva qualcuno prima di uscire stamattina. 

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E’ stata la risata, credo, che ha evitato la guerra. 
Sono nervosa, di quel nervosismo leggero che mi fa ridere senza ragione.
Stiamo andando Lo e io al liceo che c’è vicino alla chiesa, quella che ha il gallo d’ottone in cima al campanile, stiamo andando lì perché c’è la prima lezione d’italiano.
Finalmente dopo lunghe ricerche, sono approdata a lei: una maestra vera,  che vive in Olanda da vent’anni, che ha un metodo tradizionale, che dà un sacco di compiti.
Cammino sul marciapiede, concentrandomi sulla poltiglia di foglie rosse e gialle, attenta a non calpestarle, con lo scopo di non ridere più.
Lo mi precede di qualche metro e, ogni tanto, si gira a guardarmi. Stai ridendo, mi dice. Ti ho sentita. 
Ma no, no. Cioè sì, ma perché stavo per cadere. 
Prima dell’estate l’insegnante mi telefonò e mi disse: ho inserito suo figlio in questo giorno, però è una classe di cinque bambine, pensa che sia un problema per lui? 
Assolutamente no. Risposi. E dentro di me esultavo: finalmente posso contare su qualcuno che c’è, che non se ne va, che fa questo lavoro perché è il suo lavoro e non un ripiego, finalmente posso smettere di fare la maestra! 
Pensavo solo a questo: al sollievo di non dovermi più arrampicare in spiegazioni dove si usa l’acca e dove invece no.
Poi all’inizio di ottobre incontro una delle madri delle cinque. Una sera, a una festa sfarzosa in cui gli emigranti quasi di lusso si osservano furtivi nei loro vestiti eleganti o simil-eleganti, mangiano a bocconi piccoli storcendo il naso, parlano ad alta voce per sopraffare il caos intorno, generato dalla musica ma anche dagli altri che urlano,  e io non sono da meno, anche se non mangio, parlo poco, ma mi metto un vestito che mai avrei pensato.
Comunque una di queste madri, mi dice: ah ma tu sei Alice! La mamma di Lo. Non sai quanto siamo contente che ci sarà un maschio tra tutte quelle femmine! Sorrido, sorrido quasi sempre quando mi dicono qualcosa, ecco un altro cambiamento, e rispondo: eh sì, però per piacere, se incontri mio figlio, non fare riferimento a questo aspetto. Invece qualcosa vola alle orecchie di Lo, perché più volte, mi chiede: ma per caso al corso d’italiano, ci sono solo bambine? Perché se è così, io non ci vado! Io con delle stupide femmine, non ci sto.
Non so nulla, io. Come faccio a sapere chi c’è o non c’è? 
Che fortuna! Dice Fran. Capitasse a me. Be’ non dice che fortuna, dice un’altra parola, comunque di significato simile.  
Io avrò una ragazza a quattordici anni, non adesso. Adesso non m’interessa. Quelle orribili bambine con i capelli che sembrano bianchi… 
Oh ma vai a un corso, mica ad un incontro galante! dico io. 
Ecco il motivo di questo nervosismo leggero quando cammino nel viale. Perché so che sta per iniziare una battaglia, una battaglia che si concluderà con lui che andrà al corso d’italiano, ma prima…prima ci saranno discussioni infinite. Arriviamo davanti all’aula 216 e ancora non c’è nessuno. Poi si sentono dei passi che salgono le scale e appaiono nel corridoio, prima tre ragazzine e poco dopo le altre due.
Lo sapevo, sussurra lui. Lo sapevo. 
A me verrebbe da dire: be’ non hanno i capelli così biondi da sembrare bianchi ma non dico nulla, rido  ancora, invece. Vorrei essere impassibile, ma non ci riesco.
E succede che si mette a ridere anche Lo, ridiamo insieme davanti alla porta dell’aula 216. E anche una delle cinque ride. Le altre quattro restano serie, ma lei ride della stessa nostra risata, che non s’arresta. 
E alla fine della lezione, quando escono, le cinque saltellando davanti, Lo che cammina dietro al fianco della maestra, una delle madri dice: finalmente è arrivato un bel maschio nel pollaio.
Una frase terribile, che segna un enorme vantaggio a suo favore prima che la battaglia sia cominciata. E, invece, inspiegabilmente mentre torniamo a casa, dice: l’insegnante è simpatica. Anche se mi ha riempito di compiti. Le bambine invece sono sceme e brutte.

Be’, non mi pare. Ormai mi sento tranquilla. Federica non mi pare brutta. 
Chi quella magra, con i jeans e la felpa blu, i capelli lunghi neri e gli occhi verdi? Quella che rideva? 
Eh sì, quella. 
Si chiama Ludovica, non Federica. Ed è brutta anche lei. 

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Oltre il filo spinato.
A Schiphol stanotte. (Cliccare su televideo)

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Dove si dimostra che lo spirito creativo  fa ingrassare.

Si sciolse nel burro della besciamella che ricopriva alcuni strati di lasagne, assunse un colore dorato sui fili di pasta frolla della crostata di pesche, si gonfiò insieme alle verdure e si trasformò in un soufflè.

Poi è uscito attraverso l’inferriata della veranda. E ha colpito una coppia di studenti che assorbiva il sole sui tetti piatti.

E pazienza, allora.
Si scrive domani e stasera si mangia.

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Il difficile compito del…     25-10-2005  

Il difficile compito del volontario. 
Tina è una donna tra i 25 e i 30 anni con problemi psichici che incontro alla fermata del bus. Io e lei non possiamo parlarci: lei conosce solo l’olandese e io, io l’italiano. Anche se penso di essere uno di quei pochi casi  che  pur vivendo in un luogo internazionale, invece di migliorare nell’inglese e nell’olandese, non solo non fa progressi, ma si scorda anche la sua lingua d’origine, dicendo per esempio:fa freddo, mi sa che metto un un…jumper. Leggere e scrivere diventa il modo con cui mi difendo dallo smarrimento delle parole.
Pensavo che Tina frequentasse una scuola. Alla fermata ci sono anche persone con la sindrome di down che aspettano l’autobus. Poi qualche mese fa, ho scoperto che non vanno a una scuola, ma a un centro sociale dove cucinano e mangiano insieme e fanno attività di vario tipo.
Me lo ha raccontato una mia amica che fa la volontaria in questo posto. A dire il vero ci sarei dovuta andare pure io, ma poi non me la sono sentita per una serie di ragioni. Anzi per una. Quella che devi mantenere sempre una certa distanza con la persona che segui. Non devi raccontarle della tua vita privata, non devi dirle dove abiti, cosa fai quando non sei con lei, se hai un fidanzato o dei figli. Devi darle notizie molto generali, insomma. Riflettere bene prima di dirle: anche io ho un gatto. 
Ieri ho assistito alla seguente scena.
Arrivano due ragazze. Tra i 20 e i 25. Non le descrivo. Dirò invece che erano come gli italiani immaginano le ragazze olandesi. Chiacchierano, ridono. Arriva Tina. Di solito mi saluta e si viene a sedere vicino a me. A volte mi dice qualcosa. Se sono in compagnia, s’innervosisce. Se quel qualcuno mi parla, comincia a borbottare e a sbuffare. La soluzione che ho adottato è quella di avvisare chi sta con me di fingere di non conoscermi. Comunque dicevo delle due ragazze. Ieri Tina non mi saluta, nemmeno mi vede. Si dirige da loro. Comincia a parlargli, dal tono che usa si capisce che le conosce bene. E’ evidente che le due sono volontarie del
centro. Loro interrompono la conversazione e le dicono: ok, ok. Un ok che significa: i nostri rapporti sono terminati quando abbiamo varcato la porta del centro. E’ la prima regola che c’insegnano questa, quando decidiamo di fare volontariato. E’ la prima regola che insegnano anche a quelli che richiedono un aiuto. Tina lo sa. Comunque mette su una faccia disperata e va a incastrarsi nell’angolo della pensilina. 
Io, al loro posto, avrei combinato un pasticcio. 

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S’ode un sibilo nella notte
C’è un gatto che s’aggira su questi tetti piatti, che nell’oscurità sembra una pecora in miniatura.
Alla luce, invece, è assai inquietante perché pare un felino egizio: muso e  collo lunghi, e per occhi due bottoni gialli, che non c’entrano con il suo aspetto, come se qualcuno li avesse cuciti nelle orbite a caso.
Ci sono altri gatti che circolano e tutti convivono pacificamente con la mia.  Tranne lui che più volte l’ha aggredita costringendomi a portarla dal veterinario o staccandole chili di pelo.
Come? A morsi, credo. 
Così ho deciso di non farla più uscire di sera. Però ieri è sgusciata fuori da una finestra dimenticata aperta e lui l’ha inchiodata sopra un albero, un albero che sbuca oltre i tetti.
La pavimentazione era ricoperta da foglie e pozze d’acqua e non avevamo una torcia.
Siamo usciti Fran, Lo e io per una missione impossibile di salvataggio gatta. Sui  tetti piatti è pericoloso camminare di notte perché non c’è una staccionata che indica dove comincia il vuoto.
Vado io! Ha detto Fran risoluto. Con la luce delle finestre si vede bene.
Te lo  proibisco!
Non puoi trattarmi come un bambino, so quello che sto facendo.
E sono stata zitta, forse perché ho riconosciuto che aveva ragione o che non mi avrebbe dato retta.
Però con Lo, ho ancora il potere dell’autorità.
Tu non ti muovere, capito?
No, va bene, sto qui, ha risposto troppo remissivo, anzi vado un attimo dentro che…ed è scomparso in casa. 
Passa qualche minuto, i nostri occhi si abituano all’oscurità, Fran avanza verso il mostro bianco che si sposta con flemma, in circolo, ma non arretra. Lui batte le mani, i piedi.
E ora che faccio? Non se ne va.
Si avvicina ancora, il gatto cammina un po’ e si riassesta di nuovo sotto l’albero.
Sembra non esserci una soluzione. Inoltre ricomincia a piovere.
Ritorna, gli urlo. Ritorna che la gatta se la caverà da sola. Se la cava sempre, alla fine. 
Non possiamo abbandonarla così. Dice Lo alle mie spalle.
E sento un sibilo e subito dopo vedo (o intuisco) la pecora bianca che schizza nella notte talmente veloce da sembrare la coda di una cometa.  
Mi giro. Lo ha una fionda. Tende l’elastico ancora, lancia, altro fischio che taglia l’aria, segue un frastuono in un punto lontano. 
Ma? Ma basta! dico.
Fran rientra nel nostro tetto. Sei stato tu a colpirlo! Accidenti: complimenti! Che mira! Ma cosa gli hai tirato? 
Hai presente la mia collezione di pietre che tengo nella bacheca? Ne ho prese alcune che avevo trovato al mare, quest’estate. 
Fran continua a lodarlo, io a perdermi nei ma, e lui ha un’aria, ha un’aria, come la spiego? Ah sì, un’aria simile a quella di un cowboy quando soffia sulla pistola.  

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Un paio di desideri sulla strada del ritorno
Quando passo da uno Stato all’altro e vedo il cartello blu con le stelle d’oro, mi emoziono sempre un po’. Ed e’ incredibile come cambia il paesaggio. Ieri pomeriggio tre Paesi in cinque ore. Un’ora in piu’ rispetto all’andata perche’ era giovedi’ e non domenica e le strade d’Europa sono le strade dei camion. E i camionisti affollavano gli autogrill con le magliette sgualcite e le barbe lunghe. 
E le differenze nei cessi.
Sulle strade francesi sono gratuiti, con i dispenser che dispensano sapone e acqua di colonia, su quelle belghe sono a pagamento con un tavolino dietro cui e’ seduta una signora in camice celeste e ciabatte e devi lasciare tra i 30 e 50 centesimi in un piattino e su quelle olandesi non ci sono, e a te scappa la pipi’? Stringi i denti e fortificati nella sofferenza. Cosi’ mentre mancavano ancora 50 chilometri a Rotterdam, esprimevo desideri. Piccoli desideri, perche’ il raffreddore m’impediva di volare alto. A saperlo prima che i desideri si sarebbero realizzati, ci avrei pensato meglio. Comunque il primo era: vorrei una tavola apparecchiata e un piatto di pastasciutta fumante oppure una pizza, anzi tante pizze. E poi basta con queste partenze, per un po’ voglio stare tranquilla, senza programmi, senza ricerche, senza. 
E…  tac! Verso la soddisfazione del primo e un’amica che s’annoiava aveva preparato pizze, troppe pizze per due persone sole. E se le mangiavamo con loro? Eravamo troppo stanchi per una deviazione? Ma non so, ho il raffreddore e anche un po’ di febbre, pero’ la pizza c’e’ ed un peccato, ah ma per il raffreddore ho un metodo infallibile. Lo uccidiamo con lo champagne, metto nel congelatore una bottiglia, cosi’ facciamo un brindisi al tuo libro,  scommetto che non l’hai ancora fatto, eh?, e al raffreddore non ci pensi piu’. E  si preparava anche la strada per il secondo desiderio, che la febbre era scappata con le bollicine e il raffreddore certo non m’avrebbe tenuto ferma,  e rientrando verso le 11, mollando le valigie nel corridoio buio, inciampavo poco dopo in una di queste, nello specifico proprio la mia, mantenevo in un modo che non saprei spiegare un equilibrio precario, e a farne spese era la caviglia, ed eccomi accontentata: finalmente ho quel tempo che avevo desiderato.  

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Dentro al cortile
Pensavo che appese al filo ci  fossero agli e cipolle rosse e invece sono fette di grasso e carne essiccata. Oltre quella finestra ci vive una vecchia con un fazzoletto corsaro in testa. Suo marito e’ gentile e ci saluta, ma lei ci guarda con sospetto. Alla finestra a fianco vivono ragazze che lavano la biancheria a tema, l’ho sempre lavata per colore io, i chiari separati dagli scuri, loro invece, le tre ragazze intendo , hanno avuto il giorno delle calze, il giorno dei reggiseni e stamattina quello delle mutandine.
E poi…
E poi per chi sta a Bologna, alle 21, c’e’ la presentazione dei….indovinate un po’?

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Da una weg a una rue
Le scuole sono chiuse per la vacanza d’autunno e ieri in 4 ore di strade vuote abbiamo raggiunto un piccolo appartamento di un amico che non c’e’ quasi mai.
Il condominio ha le porte turchersi, e’ tutto di legno e c’e’ odore di frittata, anzi di omelette. E scricchiola tutto.
Lui, l’amico, prima abitava in un altro posto, poi si e’ trasferito qui perche’ non vuole piu’ prendere la metro per andare a lavoro. Rispetto all’altro questo ha la macchina del gas che funziona e un futon, cosi’ i ragazzi non dormono per terra, che poi gli fa pure bene secondo me , ma sul futon appunto.
E poi la torre Eiffel. Nell’altro si vedeva dalla finestra del cucinino, qui dal soggiorno -cameraletto- ingresso.
Al centro Pompidou puoi usare internet senza pagare, che non e’ male.
Ora vado a mangiare un panino davanti alla mia fontana preferita, quella che ha i pupazzi che sembrano di cartapesta che a certe ore buttano acqua. Vado e prima o poi torno.

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