Aspettando Katrina.
Due giorni fa
Davanti a un taxi che lo sta portando all’aeroporto, un uomo alto, oltre i quaranta, parla a un altro, probabilmente della stessa età, che ha una borsa di plastica a tracolla, la camicia slacciata su un petto cosparso di ciuffi di peli grigi, che ascolta prendendo appunti su un taccuino.
Prima vai alle baracche, ti porti qualcosa da bere, capito? Individui i soggetti interessanti, attento al viso: non mi riprendere qualcuno senza denti o ubriaco, deve apparire sporco, ma pulito. Cerca la storia! Fammi un primo piano anche di un paio di serpenti. Poi vai allo stadio. Lì rintracci uno con il sax, fagli suonare un pezzo, no almeno quattro. I bambini: riprendi i bambini. Ma non così genericamente, capito? Devi trovare una famiglia in cui la gente si riconosca. Devono pensare: se nascevo nero, sarei stato quello, se mi licenziavano l’anno scorso ero lei, quella donna con i capelli trattenuti indietro da una fascia. Tira fuori l’anima della famiglia, capito? Cerca i culi abbondanti, ma non obesi, capito? Gira quando sono addormentati, quando mangiano, quando pisciano. Gira sempre, senza fermarti mai. E nemmeno te ne accorgi di Katrina, nemmeno ci pensi. Hai paura?
No, capo, no.
Il taxista, un messicano grasso che riempie la parte anteriore dell’auto, dice: ehi capo, sbrigati ne ho altri tre da caricare. Il capo tira su col naso, si riavvia il ciuffo che nella concitazione delle istruzioni ha scoperto un cranio pieno di bolle.
La polvere, capo.
12 ore dopo.
Con la stessa borsa di plastica blu, con la stessa camicia del giorno prima, ha abbordato una davanti a lui nella fila, lei dopo un attimo di timidezza, di balbettii, gli ha mostrato un foglio in cui c’è scritto: schizofrenia paranoide, gli ha vomitato addosso un fiume di parole, di spazi vuoti e di gengive, la busta con le medicine, una con le collane, quella con i vestiti.
Ho un lavoro, dice per centocinquanta volte. Un lavoro in un gruppo di volontariato.
La vuoi una birra?
Non la voglio, no. Bevo solo succhi di frutta.
Solo succhi. Oh! E perché? Ehi non mi hai detto come ti chiami!
Ha riso. Una mano davanti alle labbra, gli ha chiesto: indovina?
Eh non lo so. Jenny, forse? Hai il viso da Jenny.
No, non mi chiamo Jenny, prova ancora.
Venti nomi gli ha detto, o trenta. L’avrebbe colpita con un pugno sulla bocca, invece. Sarebbe stata meglio. Non si sarebbero più notati i pezzi mancanti.
Alla fine ha urlato : Katrina mi chiamo, come l’uragano!
Mentre lui si stupiva e lei rideva compiaciuta, si piegava dalle risate, ha fatto scivolare il barattolino nella busta delle medicine.
Ora.
Aspetta Katrina davanti al cesso del bagno da 60 minuti.
Non mi dimentico, non ti preoccupare. Ho un lavoro, io.
E arriva, in ritardo, quando sta già per precipitare nel panico, ma arriva. E senza buste.
E la tua roba, dove l’hai lasciata?
Al sicuro, dice lei.
Nulla è al sicuro qui, pezzo di deficiente.
Katrina alza le spalle e dice senza coprirsi la bocca:. Voglio 30 minuti di riprese. Altrimenti ti bevi il caffè amaro, ok?
Ok, ha risposto.
Poi mi consegni la cassetta e io ti do lo zuccherino, ok?
Non vorresti dei soldi, invece? 50 dollari, che ne dici?
No. Voglio vedermi alla tv, io. Voglio quello.
Categorie: Storie per la rete
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