Ho sempre pensato che Scheveningen sia il luogo della tristezza per via dei grattacieli davanti al mare, per la pioggia costante e i cartelli pubblicitari lampeggianti.Ho sempre pensato che Scheveningen sia sotto un incantesimo e che quando splende il sole svanisca per tornare visibile al riapparire delle nuvole.
Dopo aver lasciato Lo ad una festa, ho in programma di aspettarlo in macchina. Ho un libro con me e ho sostituito anche i cd e parcheggio su una strada lievemente in salita da dove si puòguardare il mare. Mi accorgo di un cartello su cui c’è scritto che in questa via si puo’ sostare fino a centoventi minuti, invece dei soliti trenta e allora cambio idea.Sono di fronte ad un bivio. Quello di passeggiare su un pontile di cemento infestato da negozi, venditori di patatine e merluzzo fritto e piccioni oppure scendere sulla spiaggia. Sono i piccioni che mi indicano la via: io e loro siamo incompatibili. Cavalli e cavalieri camminavano sulla sabbia bagnata e compatta, bambini e cani corrono su quella asciutta. Per venti minuti calpesto i solchi lasciati da una biga e mi fermo davanti ad una scommessa. Gli sfidanti sono due ragazzi di circa sedici anni, che dopo essersi spogliati, si gettano in acqua. Gli amici fanno il tifo da riva e vince (resiste) quello più ossuto e violaceo. Il mare è grigio scuro e vagamente minaccioso. Bello. Decido che voglio qualcosa da bere. Penso ad un cappuccino. Così entro alla Galleria, ristorante gestito da sardi, sono da poco passate le tre. C’è chi mangia cannelloni pizza e lasagna e chi beve cappuccino, appunto. In effetti mi andrebbe un caffè, ma non mi va di azzardare che lo so che poi rimango delusa. Tiro fuori il libro e comincio a leggere un racconto. E’ ambientato a Bologna, dei tipi s’incontrano per andare insieme ad un concerto di Neil Young, è appena morto Carlo Giuliani. La storia mi piace, ma perdo il filo, rileggo un paragrafo, una, due volte senza capire il senso.
Il fatto è che mi sono messa a seguire la musica che scende dagli altoparlanti. Qui alla Galleria (ne conosco tre di Gallerie) hanno la mania delle compilation monotematiche, attaccano con un cantante e trasmettono tutto il repertorio e c’è Massimo Ranieri che gira, e nella mia testa scorrono le parole in anticipo e non riesco a smettere, affiora anche un ricordo che avevo rimosso. Sono in quarta elementare, c’è una nuova maestra, è di Napoli, ma ci parla sempre della Reggia di Caserta, si va a mangiare alla mensa della scuola marciando, ci racconta di quanto siano stati cattivi i vicini con lei e la sua famiglia quando era caduto il fascismo e che furono costretti a cambiare casa e decide, mi ricordo che disse proprio così: “ho deciso”, che per esercitare le nostre menti non avremmo più imparato a memoria le poesie del Pascoli e del Carducci, ma le canzoni di Massimo Ranieri, e ce le faceva cantare tutti insieme e singolarmente, e beveva il cappuccino che le portava il barista, Alberto si chiamava, cappuccino al vetro, su un vassoio della peroni, con tre cucchiaini di zucchero, lo girava e si sporcava il dito indice, unghia lunga smalto rosa scuro scrostato, si leccava questo dito macchiato di cappuccino e svuotava il bicchiere in un colpo solo, dito mignolo rivolto al soffitto, così un giorno dovevamo cantare rose rosse per te, ho alzato la mano, ho detto: io sono comunista! E lei mi ha fatto scrivere due pagine con queste parole: i bambini non parlano di politica. Ha scritto anche una nota a casa. Quando è venuto mio padre, lei gli ha spiegato che io quella frase l’avevo detta per dispetto, in realtà era per l’esasperazione causata dalle canzoni di Massimo Ranieri e allora mio padre mi ha domandato: non dirai più frasi per offendere, vero? E io ho precisato che non volevo offendere nessuno e che però da grande avrei fatto la comunista. Allora mio padre le ha sussurrato all’orecchio, ma io l’ho sentito, che quando m’impuntavo su certe cose era meglio lasciar perdere, che poi mi dimenticavo. E ho pensato che invece l’avrei ricordata quella cosa che avrei dovuto fare da grande.
Ne è passato di tempo e Massimo Ranieri non ha più venti anni e fa qualcosa di diverso per vivere, e la parola comunista non esiste più, magari la usa ancora qualcuno di tanto in tanto, qualcuno che non nomino, e la pizza che servono in questo ristorante non è come quella che si mangia nelle pizzerie in Italia anche se si chiama p i z z a e quelli che ho intorno, mentre aspettano di mangiare, ascoltano queste canzoni, spalmando etti di burro sulle fette di pane, e immaginano che l’Italia sia questa.

Categorie: Roba d'Olanda

[ 10 commento(i) ]

10 Responses to “Scheveningen sotto un altro punto di vista”

  1. utente anonimo dice:

    Punti di vista…

    Ciò che rende diverso il consueto…

    Il solito…

    E’ questo il bello anche e soprattutto quando ci fa inczzzre… E ci fa sempre pensare.

    Ciao

    Nighty

  2. LaSirenetta dice:

    mamma mia, che post!

    c’è dentro tutto:

    malinconia, sogno, realtà e memoria, rabbia e rassegnazione dispetto e disillusione… accidentaccio, e tutto grazie a shevingen! Mi sa che dovrò andarci prima o poi!

    splash!

  3. LaSirenetta dice:

    ops sheveningen pardon ho il cervello bollito :-)

  4. alice121 dice:

    @Nighty: certe volte sarebbe meglio non pensare;-)

    @LaSirenetta: grazie;-))

  5. meva dice:

    però una panino con l’aringa (uhm, lo so che storcerai il naso…. :-P)

  6. alice121 dice:

    e invece no! Trovo che sia buonissimo. Con molta cipolla ancora di più;-)

  7. saltino dice:

    Anche noi immaginiamo che l’Italia sia questa… oggi inzia anche San Scemo!

  8. alice121 dice:

    San scemo, bellissimo;-)))

  9. occhivispi dice:

    Qui invece va forte Ramazzotti, quello anni 80, ad libidum … per la pizza ho risolto, la faccio in casa.

  10. Alessandra Galetta September 2007 dice:

    [...] davanti una ricostruzione in un museo di cera tra cento anni. E hai visto, dice Emme, questa notte Scheveningen ti contraddice, non c’è nemmeno una nuvola in cielo, ed è pieno di coppie di ragazze bionde in [...]

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