La mia amica P. mi racconta il suo primo incontro con T.
Ci siamo incontrate alle 7, da sole.
Due ore sedute una di fronte all’altra. E non è stato facile.
Intanto lei non sa l’inglese, cioè un po’ lo conosce, ma ha detto che non aveva voglia di parlarlo. Così tutta la conversazione si è svolta in olandese e ci sono state anche lunghe pause in cui stavamo in silenzio. Durante una di queste è arrivato il suo gatto, un enorme gatto nero e lei ha sillabato: gat-to! Brava, ho detto io, la pausa era durata due tre minuti, forse anche di più, e mi scervellavo su un argomento da tirare fuori ed eccolo lì a portata di mano!
Facciamo così, ho detto, ogni volta t’insegno due o tre parole in italiano, ti va? Ha risposto di sì, che le andava.
Comunque non è stato facile, per niente, anche perché ci facevamo delle domande, però c’era questa linea sottile che non si poteva oltrepassare.
Non deve sapere dove abito, il mio numero di telefono, non deve avere troppe informazioni sulla mia vita e allora ogni volta che parlavo, dovevo concentrarmi sulle parole e su quello che era opportuno dire e non dire. Così quando ha cominciato ad accarezzare il gatto, in effetti l’unico nota anomala di quelle due ore è stato proprio il modo come lo accarezzava, non come si accarezza un animale, ma neanche un bambino e nemmeno un peluche, comunque in quel momento mi sono sentita un po’ sulle spine, e allora le ho raccontato che anche io avevo avuto un gatto. Quella non era un’informazione troppo personale.
Dopo mi ha mostrato la casa. L’ha dipinta da sola. Di blu e di rosa. L’ha dipinta bene, senza sbavature. Tutto era molto disordinato: il letto era sepolto dai vestiti, il lavello era colmo di piatti sporchi e sul tavolo c’erano una decina di tazze piene a metà di caffè, in alcune c’era una patina quasi solida e un vaso con dei fiori a cui era rimasto solo il gambo. Pareva una casa abitata da tre, quattro studenti e invece ci vive da sola.
Ha 32 anni, prima lavorava in un ufficio, ma quando è iniziata la depressione ha smesso. Percepisce un assegno dal comune. Oltre alla depressione, ha anche una leggera forma d’autismo. Così c’era scritto nella scheda che mi hanno dato. Però non so. Parlava, molto più di me. Le immagini dei gatti. Ecco quelle mi hanno colpito. Statuette, peluche, fotografie e disegni. C’erano delle immagini di gatti anche sulle tazze sul tavolo.
E’ brutta. Ha un corpo maschile e un viso pieno di bolle. Però non bruttissima. Se cambiasse il taglio dei capelli e vestisse diversamente. E si nutrisse meglio. Mangia patatine e le zuppe in polvere. E’ appassionata di cabaret. La prossima settimana andremo in un pub dove c’è uno spettacolo che ha già visto, ma dice che è molto divertente e ogni volta le battute cambiano.
E’ sola. Senza amici, senza famiglia. Anche questo l’ho letto sulla scheda. Passa un po’ di tempo in un maneggio dove si prende cura dei cavalli, non la pagano, se volesse potrebbe avere delle lezioni gratuite, ma non le va d’imparare a cavalcare. Poi disegna teste di gatto che appende alle pareti.
A parte questa fissazione non mi è sembrata molto diversa, nel modo di ragionare intendo, dalle persone che frequentavo quando vivevo a Roma.
Categorie: sanità dutch
[ 1 commento(i) ]
il 08-02-2005 alle 19:38
Tenero affresco di una palpabile resltà… l’asocialità e la depressione che diventano normali…
Baci a te e alla tua “nuova amica”
Nighty