Di una cena senza guanti, spero.
Stasera. Avevo stabilito che sarebbe stato stasera un mese fa. I figli non vanno a scuola e se circolano in casa, non scrivo. Non vado nemmeno in palestra. E poi all’ora di pranzo devo andare al colloquio con i professori di Fran. 10 minuti con ognuno. Se arrivi in ritardo, fai penitenza. Nel senso che diventi l’ultimo e aspetti ore. E oggi non me lo posso permettere per quell’impegno che avevo preso un mese fa. Ah la programmazione. Io la detesto. Ma non è meglio una telefonata il giorno prima con una frase del tipo: siete liberi, domani? Sì, no. E’ meglio, però qui non si fa e allora ci si adatta. Così ieri sono andata a fare la spesa nel centro vicino alla mela blu e pensavo mentre parcheggiavo la macchina guardando quei palazzoni che, la prossima volta, magari le dico se ci incontriamo.< ?xml:namespace prefix = o ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:office" />
Poi ho comprato e ieri sera ho iniziato la preparazione della cena. Ho già la prima ferita: una ustione sul polso mentre arrostivo le melanzane che ho nascosto su una mensola in alto nella veranda dove la gatta e gli umani non arrivano.
Ora continuo. Però metto troppa carne al fuoco. Potevo fare un primo, un secondo e un terzo, invece faccio tutto doppio, perché penso che se sbaglio un piatto, c’è sempre l’altro di riserva. Tra un’ora la cucina sarà un caos.
Ripenso quando al liceo, facevamo le sedute spiritiche prima dei compiti in classe. Ognuno proponeva gli spiriti da invocare, poi si decideva di volta in volta, a parte una mia compagna che si faceva chiudere fuori sul balcone. Nella casa non voleva restare, che su certe faccende non si puo’ stare tranquilli, diceva.
I miei morti erano sempre gli stessi. Calvino e Einstein. Italo e Albert. Li chiamavamo per nome.
Ecco, oggi dovrei avere l’aiuto di un grande cuoco, morto da almeno 30-40 anni per completare tutto quello che ho programmato.
E stasera indosserò un paio di guanti. Non bianchi. Neri di lana per nascondere le scottature. Sarebbe stato meglio che li avessi comprati ieri, guanti da forno si chiamano, ce ne erano di carini. Con le ciliegie, con i fiori, con le mollette. Quelli con le mollette erano brutti. Quanto sono brutti, ho pensato.
Ma ora è meglio che cominci.
Categorie: Questioni di famiglia
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Ore 19 e un po’.
Suona il campanello, l’amico di Fran è uscito da qualche minuto. Apro, senza scendere a controllare. Sto lì a guardare dall’alto. La porta di legno viene sbattuta con violenza contro il muro, segue una figura scura che non riconosco.
Penso:
Ho un pazzo in casa, cioè al piano di sotto, un maniaco che ci ucciderà tutti. Forse i ragazzi potrebbero scappare dalla porta a vetri del corridoio sui tetti piatti e raggiungere quello degli studenti. Ma forse il pazzo maniaco sarà rapido e dopo aver ucciso me, sterminerà anche loro, poi se ne andrà chiudendosi dietro la porta, anzi lasciandola accostata, così quando M. arriverà, salirà le scale dicendo questa frase: avete lasciato la porta aperta, non gli risponderà nessuno e percorrerà il corridoio, si troverà davanti la tavola apparecchiata, le candele accese, la pentola che bolle sul fuoco, avrà appena il tempo di dire ma… e scoprirà i nostri cadaveri.
I cadaveri saranno rinvenuti nella camera da letto come si legge sulle pagine di cronaca nera.
Capelli ricci e radi, presumibilmente biondi, il tipo urla nella sua lingua spaventosa.
Scendo la prima rampa di scale, faccio la curva, pochi metri ci separano.
Azzardo, senza convinzione: Scusa, ma non capisco l’olandese.
Prosegue in inglese, aumenta la voce e la concitazione delle parole.
Dice che sono mesi che M. usufruisce delle prestazioni di Elaine. Tutte le sere dalla 6 alle 7.
Soldi voglio soldi, ora, subito!
I riccioli traballano indignati.
Silenzio, ci sarà silenzio quando M. tornerà a casa. Solo il rumore delle forchette che avvolgono gli spaghetti e urtano le scodelle. Le candele saranno spente. Io non mangerò, lo aspetterò invece dietro il muro della cucina e…
Il centro, ora mi sta raccontando di questo centro. Di lui e di Elaine, che non pensava potesse accadere una roba del genere.
Ah, ma quindi lui ed Elaine stanno insieme…
Infila la mano nel giubbotto.
Non ho tempo di dire una parola, che ne so: scappate, nascondetevi, nulla. I miei figli stanno per essere uccisi e io non li avviso.
Nessuna arma, solo un foglio. Che agita velocissimo.
Sale 3 gradini.
Fermati là, gli dico. Scendo io.
Prendo il foglio, lo guardo e lo riguardo alla ricerca di una parola che mi aiuti a capire.
E’ una fattura dove sono elencati delle date e dei prezzi.
C’è il nome e il cognome di uno sconosciuto che abita al numero 3. Io sono al 5.
E’ il 5 questo.
Come, dice lui.
Hai sbagliato numero. Il 3 è la porta di fronte.
Come? Ripete ancora, piccolo, piccolo.
Scusa, scusa.
Sembra un palloncino sgonfio che parla.
Io e Elaine, il centro. Scusa.
Elaine è tua moglie?
Sì, è una fisioterapista. E io l’aiuto.
Scusa.
Se ne va.
Scendo le scale, scosto un lembo della tenda.
E’ davanti al n.3, suona il campanello.
Nessuno apre.
Suona ancora.
Poi sale in bicicletta e parte lentamente.
Sollievo e pena si mischiano insieme, spariscono del tutto quando avvolgo gli spaghetti al pesto. La forchetta non sbatte contro la scodella.
Me lo devo ricordare la prossima volta.
Categorie: Con quella faccia un po così
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Qualcosa di diverso c’era
Il pomeriggio, mentre li accompagno in piscina, un altro pezzo del tetto della macchina si sgretola.
Gli istruttori con le tute rosse sono all’ingresso che aspettano. Nel centro ci sono 6 vasche e solo in quella dove vanno Fran e Lo fanno il corso tradizionale, nelle altre si nuota in acqua con i vestiti. Il centro è in un quartiere popolare. Quindi ci sono arabi-turchi, olandesi e altro. Nell’altro ci sono anche i mezzi. Così un ragazzino, coetaneo di Lo, gli ha presentato due fratelli di 9 e 7 anni. Loro sono mezzi. Poi ha spiegato: la madre è italiana, il padre è inglese. I mezzi, tra loro, parlano in olandese. Con Lo in romano, invece. Dieci minuti prima dell’inizio della lezione, un istruttore infila una scheda nella porta e i ragazzi entrano. I genitori restano fuori a meno che i figli non abbiano 4-5 anni, ma se tuo figlio ha 4-5 anni non fa il corso tradizionale, fa i brevetti: C (con maglietta); B (pantaloni maglietta felpa); A (come il B + giacca a vento e scarpe). < ?xml:namespace prefix = o ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:office" />
Alcune piscine sono visibili dall’alto dietro i vetri, altre no. Quella dove nuotano Fran e Lo è visibile da un angolo, ma ci sono sempre le sedie occupate, e per vederli devo allungare il collo come una giraffa e allora do un’occhiata e poi esco a fumare una sigaretta. Alcune madri vanno via. Le olandesi portano sempre i pantaloni, le arabe i vestiti neri fino alle caviglie. Sono le loro partenze che guardo, mentre fumo. Hanno delle biciclette enormi, il sellino che arriva all’altezza della vita, avviano la bicicletta e poi ci saltano sopra. Non s’impicciano con le gonne.
Dopo vado a leggere nel bar, però mi distraggo. Cerco di trattenere le parole che sento. Quando mancano dieci minuti vado all’ingresso. Arriva un inglese, padre dei mezzi. La madre li accompagna e lui viene a riprenderli. Questo tipo, l’inglese, sono quattro anni che l’incontro, però non ci salutiamo. Con sua moglie, sì, invece. Se ne sta seduto rigido come se avesse ingoiato una scopa, guarda davanti a lui, a volte controlla l’orologio che ha al polso oppure quello enorme che c’è sulla parete. Quando esce il primo mezzo, piega la testa, dice un paio di parole e poi la rimette dritta, quando arriva il secondo, si alza e vanno via.
E insomma mancavano questi dieci minuti, scendevano le arabe dalle loro biciclette, l’inglese guardava il solito punto davanti a lui, non so che darei per sapere quale punto, cosa gli passa per il cervello, e si sente una sirena, poi si vede, attraverso le pareti di vetro, il bagliore di una luce blu. Mi alzo, entra una barella, gli infermieri e un medico. Qualcuno si è fatto male. Dentro l’ufficio della segreteria, parlano veloci. La barella si dirige verso le piscine, io cammino e penso. I bambini saranno 150, gli istruttori una quindicina, la probabilità che possa essere uno dei miei è bassa. C’è anche un modo per calcolarla. Lui, l’inglese, non ha mutato espressione, né posizione della testa. Quello che succede davanti a lui non gli interessa, cioè gli importa solo di quel punto. Il mondo crolla, ma lui non cambia lo sguardo. E’ la sua missione del lunedì. Dalle 17.50 alle 18.10, tieni d’occhio il punto, del resto non ti curare. Cammino davanti all’ufficio della segreteria, potrei chiedere: spingi il bottone e aprimi quella porta, voglio controllare che Fran e Lo siano negli spogliatoi, sono le 18.02, sono già usciti dall’acqua. E invece non dico niente. Le arabe parlano tra loro, si aggiustano i fazzoletti, aprono buste di patatine, puliscono il naso ai figli. Le punta delle dita mi diventano fredde, però che ne so delle probabilità, ho avuto 30 all’esame di statistica, ma non mi ricordo un accidenti. E poi la barella non esce. Non esce nessuno da quella porta che si apre con una scheda o con un pulsante. Mi siedo, sfoglio il libro, lo richiudo, cerco il punto che guarda l’inglese, penso che ha una faccia da deficiente, mi verrebbe voglia di mollargli uno schiaffo. Mi rialzo in piedi, arrivo davanti all’ingresso, dove c’è l’autoambulanza con gli sportelli aperti. Ci sono gruppetti di madri arabe e olandesi che bisbigliano. Alla fine la porta si apre con un cigolio a cui non avevo fatto mai caso.
Ha le scarpe slacciate, la chiusura lampo abbassata, si trascina la borsa. E’ il mezzo più piccolo. Si siede vicino a suo padre, che abbandona l’osservazione del punto. Dice: it’s cold outside. Intendendo con questa frase che dovrebbe mettere il giubbotto, lui, il piccolo mezzo, alza le spalle e non ubbidisce. Allora gli faccio cenno di avvicinarsi.
Fran e Lo? Chiedo con un sorriso.
Si stanno vestendo, mi risponde. Vuoi che li chiamo?
No, non importa.
Dopo quando escono, non penso ai capelli bagnati. Gli faccio infilare i cappucci delle felpe e torniamo a casa. Un altro pezzo di tetto si sgretola. Chiamo Veronica, che ha il turno in piscina dalle 18 alle 19. Lei entra perché sua figlia ha 5 anni.
Mi racconta quello che ha visto. Nella corsia del brevetto A. Nell’ultimo quarto d’ora, i bambini si spogliano e si tuffano dal trampolino. Tre metri d’altezza. E’ scivolata di lato, una ragazzina di 8 anni. Giù di testa, non nell’acqua sul pavimento. Dovevi vedere sua madre, mi dice. Tranquilla, serena. Quando l’hanno messa sulla barella, la bambina si è svegliata, ha mosso le gambe. Quando l’hanno portata via si teneva da sola la mascherina con l’antidolorifico.
Non ci credo, Veronica. Sarà stata tranquilla, ma serena…
Hanno messo il gancio alla scaletta del trampolino. Dalle 18 alle 19 non si è tuffato più nessuno.
Tutto questo accadeva l’altro lunedì. Veronica ha incontrato la madre della bambina il giorno dopo e le ha detto che stava bene, ma che sarebbe rimasta in ospedale ancora per un po’.
Ieri, il gancio alla scaletta non era stato tolto, l’inglese fissava il suo punto, le arabe scendevano con agilità miracolosa dalle biciclette, io avevo il mio libro, tutto come al solito, no, qualcosa di diverso c’era. La notte. Alle 18.00 era buio.
Categorie: Roba d'Olanda
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Questa sera tra le 6 e le 9 metterò un cappello.< ?xml:namespace prefix = o ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:office" />
La mappa con gli indirizzi è nella borsa. Le case sono riconoscibili da una lanterna a forma di zucca. Fran farà il giro con i suoi amici. Ieri sera ha preparato l’abbigliamento. Ha preso una maglietta extralarge e l’ha tagliata, poi ci ha scritto un numero a 3 cifre. Ha cercato un vecchio paio di jeans in quel buco nero che è il suo armadio e ha tagliato anche quelli. Però li ha tagliati troppo. E si vedevano i boxer, allora voleva che li ricucissi. Alle undici di sera. Io che non attacco nemmeno un bottone e di notte poi. Così abbiamo chiuso lo strappo con una spilla da balia e speriamo bene. Il sangue finto non l’abbiamo trovato, invece, ma tanto non lo poteva usare. E’ vietato. Lo invece devo accompagnarlo nel giro. Voleva vestirsi da Dracula, però non c’era nessun negozio che vendeva mantelli adattabili, e il pareo che gli avevo proposto io, in sostituzione, mi ha detto che era una roba da femmine e in effetti lo era, così si vestirà tutto di nero e avrà la faccia dipinta di bianco. Però avrà i capelli gellati e viola. In realtà era questo che voleva. Avere la scusa per tirarsi su una chioma punk. Mi ha chiesto se gli cucivo il mantello. Ieri pomeriggio. Potevi pensarci una settimana fa! E comunque sarebbe stata una missione impossibile, mi sarei punta appena avrei preso l’ago. E mi sarei addormentata per sempre. E poi, siccome si stava arrabbiando, ho girato il discorso su un corso di cucito che avevo fatto quando avevo venti anni el’ho fatto commuovere. Lo sai? Ero l’ultima del corso! L’insegnante diceva che ero irrecuperabile. Mi faceva sedere vicino a lei e cuciva al posto mio. E perché hai fatto il corso allora? Ma perché…mi aveva convinto una mia amica, poi volevo verificare se imparavo qualcosa…
Il giro nel quartiere americano è tra le 6 e le 9. E ci sarà la luna piena. Per lo meno stamattina c’era. Al limite sarà un po’ ristretta.
Ho comprato un cappello da strega. Per evitare seccature come quella che mi è capitata l’anno scorso. Quando un tipo con la maschera da zombi che accompagnava i figli per il giro, mi si era incollato addosso ripetendo questa cantilena: ma non è corretto: non sei mascherata. Gli ho spiegato che non sapevo che avrei fatto quel giro. I ragazzi andavano ancora alla British. Quando sono arrivata qui pensavo: se non possono frequentare una scuola italiana, almeno che sia europea. Sbagliavo, invece. Come quando mi sono iscritta al corso di cucito.
Così ho comprato questo cappello, però siccome non volevo spenderci troppo, l’ho preso al vivaio, al reparto zucche. E ci sono incollati una massa di capelli orange. C’è che l’arancione non mi piace. E allora con la bomboletta spray pensavo di tingerli di viola. Avrei preferito averli verdi, veramente. Sarò una strega con i capelli turchini. Un ibrido. Mi piace.
I giardini vengono trasformati in cimiteri. Si fanno arrivare tutto dagli States. E allestiscono delle robe pazzesche. Chissà se incontro il tipo dell’anno scorso. Se lo incontro, gli chiedo se conosce la storia di Pinocchio. Non m’importa se la conosce o no. Voglio sentirgli solo pronunciare la parola Pinocchio. Avete mai sentito un anglosassone dire questa parola? Lo e Fran, quando vogliono farmi ridere, la dicono. Anche maionese rende bene.
Categorie: Roba d'Olanda
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Verso sud, sperando di sfuggire al maltempo, c’è Bruges.
Bruges è medievale e cattolica. Pare assurdo che a poco più di due ore da dove abito, esista un posto simile. Si gira a piedi, ma è percorsa da carrozze, pulmini e imbarcazioni piene di turisti.
Alla fine del 400, Maria di Borgogna, che ha 25 anni, partecipa ad una battuta di caccia. Ad un certo punto il suo cavallo si spaventa e parte al galoppo. Maria non riesce a fermarlo e, dove il bosco finisce e comincia il sentiero che conduce alla città, cade e muore. Sono i contadini a trovarla e rimangono molto scossi per quella morte. Nel quadro che la raffigura, Maria è distesa per terra, i contadini l’hanno appena raggiunta.
La faccia di Maria è irriconoscibile, il vestito, invece, è pulito, privo di lacerazioni, intatto come quando era cominciata la battuta di caccia. C’è solo del sangue che è colato sul merletto che le copre il collo.
E’ scomparsa da due ore, quando viene ritrovata.
Maria non si è perduta: aveva un appuntamento segreto con un mercante di cui era innamorata.
Si toglie il vestito, indossa una cuffia bianca, una gonna scura, un mantello e un paio di zoccoli. Da una carrozza scende una contadina, che vive in una capanna nella campagna che circonda Bruges, venduta dal marito in cambio di un sacchetto d’oro. Alla ragazza viene fatto indossare il vestito di Maria, poi due uomini la legano ad una quercia ed un terzo le colpisce il viso con una pietra. Le viene tolta la benda dagli occhi ed è adagiata all’inizio della radura.
Maria assiste alla scena e piange. Non sappiamo se sta piangendo perché abbandona il suo mondo o per l’assassinio della ragazza. Si inginocchia vicino a lei, sistema il vestito, tocca ancora una volta i merletti e il velluto dell’abito. La contadina non è morta e Maria si ritrae con orrore. Il servo, con la pietra insanguinata, sta per colpirla ancora. La ragazza la supplica di occuparsi di suo figlio. Maria sale sulla carrozza. Si fermerà poco dopo davanti ad una capanna dove verrà preso un bambino ancora stretto nelle fasciature. La carrozza, protetta da soldati mercenari, partirà verso la Spagna. Più tardi, i contadini che troveranno il cadavere sfigurato, avranno già scoperto l’omicidio del contadino e la scomparsa della donna con il bambino.
Non credono che sia Maria, protestano. Margherita, madre di Maria, mette a tacere le chiacchiere. Preferisce piangere sulla tomba della figlia, piuttosto che affrontare la verità e lo scandalo.
Mamma?
Eh?
C’è qualcuno in casa?
M’immaginavo una storia. Ti ricordi quel quadro che abbiamo visto oggi?
Quello con la morta?
Sì.
Fran sbuffa. Poi continua: Ti sei accorta che è un posto di vecchi, questo? Sono sulle carrozze, nelle barche che girano nei canali, nei pulmini gialli che fanno il giro della città. Hanno tutti 60, 70 anni. E gli abitanti? Almeno 80 – 90.
Hai ragione. Non ci avevo fatto caso.
Percorriamo una strada non asfaltata, contornata da due muri di mattoni color ruggine. Oltre quei muri ci sono dei giardini. Facciamo arrampicare Lo in modo che possa scattare con il cellulare una foto.
La strada è quella che s’immagina quando si sta facendo un gioco di ruolo dove potresti scoprire un bottone che apre un passaggio segreto.
La proprietaria del B&B., invece, non ha età. Vive a Bruges per 7 mesi l’anno. Ricopre scatole di scarpe con tovaglioli di carta, naviga con il computer e ascolta musica lirica da un piccolo stereo. Prima di Natale chiude tutto, nasconde il portatile da qualche parte e raggiunge la figlia a Pechino. Lì compra gabbie senza uccellini che appenderà nel giardino e in cui cresceranno piante rampicanti e statuette di terracotta di soldati cinesi.
Le statuette. Lo si fisserà sul fatto di averne una. Dal momento che quelle della signora non sono in vendita, ripiegherà prima su una africana, scolpita in una pietra grigia, poggiata su un ripiano di cristallo sotto un faretto in un negozio d’antiquariato e finirà poi per accontentarsi di un pirata di coccio che beve birra.
Vicino ad una statua di Jan Van Ejck, un uomo con un paio di mutande e il corpo nudo verniciato di bronzo sta immobile e aspetta che la gente gli getti un euro.
L’aquilone resterà nella busta, del resto non sarebbe riuscito ad innalzarsi in volo. A Bruges il vento non c’è perché, sembra, che ai turisti non piaccia. Eppure nel passato c’erano i mulini. Oggi ne sono rimasti solo 3. Li hanno abbattuti, quando hanno cacciato via il vento. Il discendente di Maria, invece, è tornato a Bruges e lavora all’ufficio turistico del Municipio. Sa che quel quadro, a pochi metri da lui, raffigura una menzogna, ma mantiene il segreto. Il neonato, invece, morì durante il viaggio, ma sarebbe morto lo stesso, dice. L’anno successivo alla fuga di Maria verso la Spagna, la peste nera decimò la popolazione. Se Maria non fosse fuggita, lui non sarebbe mai nato.
Categorie: in un altro luogo
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Certo che partire per Ameland domani mattina, non mi pare proprio una buona idea. L’aquilone ha le ali fragili e rischia di spezzarsi subito.
Ho chiesto consiglio alla gatta e pure lei sembra contraria. Dice che è preoccupata per il tipo che verrà qui in nostra assenza. Teme che possa mangiarsi i suoi croccantini. Ho cercato di tranquillizzarla, promettendole che lascerò nel frigo insalata di riso, torte semicrude e altro, ma non si fida. Le ho detto che dovrà rassegnarsi e se ne è andata via sdegnata.
Intanto il vento aumenta e le mie perplessità pure.
Il paese è semivuoto. Mi sa che hanno acquistato quei pacchetti reclamizzati sulle vetrine delle agenzie di viaggio. Italia, Spagna e Portogallo. Parigi e Londra.
Vado a dare un’occhiata a cosa succede verso sud. Poi vado a comprare un aquilone più robusto.
Categorie: Questioni di famiglia, sanità dutch
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Un dubbio< ?xml:namespace prefix = o ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:office" />
Forse perché piove. Comunque mi è arrivata una mail in cui mi si fa notare che c’è contrasto tra quello che è la mia forma e quello che è il contenuto. Cioè il mio stile dimostra venti anni, il contenuto suggerisce un’altra età. Non so. Io credo che dipenda sempre dal contenuto, a volte faccio delle cose un po’ sceme.
Quanto alla forma…Mi piacerebbe scrivere come Elsa Morante, con dei periodi più lunghi e di taglio più maschile. Usare altri aggettivi. Un po’ di tempo fa, prima di iniziare un racconto, buttai giù una lista di aggettivi da evitare assolutamente e di altri che avrei dovuto utilizzare. Arrivai alla seconda pagina di word e poi cancellai tutto. Mi sembrava di costruire un cruciverba, piuttosto che scrivere un racconto.
La forma…
Vado a buttarci un po’ di farina sopra. Magari cambia un po’.
Categorie: Con quella faccia un po così
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Ieri, all’Istituto Italiano di Cultura < ?xml:namespace prefix = o ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:office" />
Seduta su una pieghevole nocciola trasparente, in decima fila, non vedo Dario Voltolini e Giulio Mozzi che presentano Sotto i Cieli D’Italia.
Ho caldo, ma non posso togliermi la giacca di pelle, che la camicia ha le asole larghe e si sbottona. Così un po’ cerco di seguirli, ma è difficile per me ascoltare qualcuno se non riesco a guardarlo negli occhi e un po’ mi distraggo.
Vicino a me, c’è una con capelli neri lunghi ricci e io comincio ad osservare le sue scarpe. Sono degli scarponcini di cuoio nero, molto consumati sulle punte. Ho un debole per le scarpe. Ti raccontano qualcosa, se le osservi bene. Ho un debole o forse una fissazione. Quando ero sotto i venti, ho preso delle decisioni a causa delle scarpe. Stavo con un tipo da un mese, non ne ero innamorata, lui di me sì, era uno che mi faceva ridere però e questo mi bastava. Poi un giorno viene a prendermi, lo vedo arrivare da lontano su un guzzi 125, anzi prima di vederlo, lo sento. Ha una maglietta blu, un paio di jeans, rallenta, si ferma, mette il cavalletto e mi prende un colpo: indossa un paio di stivaletti bianchi, orribili. Proprio quella sera, gli dico che è meglio che non ci vediamo più, che non funziona. Ora descritta così, questa vicenda, suggerirebbe che io sia una persona molto superficiale, e non è che io voglia escludere che lo sia, però non sono una fissata dell’abbigliamento, mi annoio mortalmente a guardare le vetrine dei negozi e il tipo l’avrei comunque lasciato. Diciamo che gli stivaletti bianchi hanno solo accelerato un processo che era già in atto.
Comunque, dicevo della tipa che era seduta vicino a me, ieri. Siccome sono influenzata positivamente dalle sue calzature, continuo a guardarla. Ha un maglione di lana pesante, una maglia di cotone a maniche lunghe che sbuca fuori sui polsi, braccialetti di filo, di cuoio, mani piccole, unghie corte senza smalto.
Ecco un’altra fissazione. Non mi piacciono le unghie lunghe con lo smalto. Comunque mi viene in mente una che vive ad Amsterdam ed ha un blog. Ogni tanto lo leggo. Ogni tanto perché aggiorna molto di rado. Una volta vidi una sua foto. Erano in due, sui 30, e non specificava quale fosse lei. La foto, poi l’avevo vista almeno un anno prima. Non ricordavo le differenze tra le due facce. Però penso che la tipa con gli scarponcini consumati potrebbe essere una delle due. Penso che come è vestita, come bisbiglia al tipo che è seduto vicino a lei, quando scarta una gomma, assomiglia alla tizia di cui leggo, saltuariamente, il blog. Cioè se avessi dovuto immaginarla, l’avrei pensata proprio così.
Sono indecisa se chiederle se ha un blog. Se non lo ha, non saprà neanche cosa significhi la parola blog. E non è che posso spiegarglielo in quel momento. Così mi rimetto a sentire Giulio Mozzi che parla di Calvino, che spiega i non luoghi. E per un po’ mi scordo di chi ho vicino, delle scarpe, di tutto insomma. Poi ho di nuovo caldo e sete. E dalla tenda marrone, parzialmente tirata, vedo un carrello con dei bicchieri di vino rosso. La sedia è scomoda e non vedo la faccia di Giulio, così chiedo alla tipa: scusa, ma tu hai un blog?
Lei mi risponde, sì. E allora le dico: ho capito chi sei. Sei Sonechka.
Be’ chi potesse essere dal momento che mi aveva risposto di sì, non era difficile. Che qui in Olanda siamo in poche ad avere un blog. Anche lei era capitata sul mio. Si ricordava di quello che avevo scritto sulla spazzatura. Un’ altra fissazione. Acquisita da quando mi sono trasferita qui.
Non ho comprato Sopra i Cieli d’Italia. Ho preso invece La Felicità Terrena (Mozzi) e 10 (Voltolini).
Giulio Mozzi ha una voce che è i micro-racconti di vitarealeimmaginaria sul treno, davanti al portone di casa, al telefono, che si leggono sul suo blog. Mi dispiace di averci parlato poco. Con Dario Voltolini ho chiacchierato un po’ invece. E’ una persona che sorride. Di lui avevo un ricordo, di parecchi anni fa, quando ero iscritta alla mailing list di Fabula. Sette o otto anni fa, credo. Si leggevano cose interessanti, ma c’erano anche risse continue. Molto più violente di quelle che avvengono oggi sui blog. Lui, invece, scriveva sempre mail tranquille e si manteneva lontano dai conflitti. Una volta scrisse una recensione bellissima su un romanzo di Moresco. Comprai il libro, ma non arrivai oltre pagina 40. Succede a volte che quando qualcuno ti racconta di un film, di un disco, di un romanzo, e lo fa bene, la sua descrizione acquisti un valore in sé.
E a questo punto, dovrei scrivere una conclusione. Ma non ne ho voglia. Dirò, invece, che il parcheggio era scaduto e sono dovuta andare via.
Categorie: Libri
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Un tris per turisti A proposito del tris di cui ho scritto qui, nel caso specifico venivo identificata con spaghetti, Siena e Totti - ma il tris puo’ variare per lo meno nelle prime due componenti, mentre la terza, cioè Totti, è costante - Laura mi manda questa foto. La foto è scattata con il telefonino al mercato dei fiori di Amsterdam. Esistono vari tipi di turisti, identificabili per tris. Tre cose fondamentali che vanno fatte quando si va in Olanda, dunque ad Amsterdam. Quello che arriva per passare una settimana di sballo. Prima visita: smart shop, dove acquisterà funghetti allucinogeni (casetta rossa). Seconda visita: coffee-shop, dove sanno tutti quello che si trova (casetta in mezzo). Terza visita: sex shop, anche qui non è necessario spiegare quello che si vende (casetta a destra). C’è poi il turista serio, che atterra all’aeroporto di Skiphol di solito in gruppo e farà anche lui 3 cose principali. La prima: acquisto di almeno 5-6 poster al Museo Van Gogh. La seconda: visita al quartiere a luci rosse (sembra che ne restino sempre delusi). La terza: acquisto delle suddette casette della foto di Laura (sono calamitate) che attaccheranno sul frigo di casa. Entrambe le tipologie saranno vestite come se andassero al Polo, le signore per l’occasione indosseranno anche pellicce non ecologiche.
Categorie: Roba d'Olanda
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Tra folli ci si intende, forse.< ?xml:namespace prefix = o ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:office" />
Albertejin : dieci giorni fa, circa.
Un tipo magro, di bassa statura, con la faccia olivastra piena di rughe si stabilisce davanti all’ingresso. Suona la fisarmonica. Gli lascio un euro nella scatola di cartone. Nei giorni successivi, il tipo arriva verso le 8 del mattino, suona un paio d’ore e se ne va, poi torna ancora verso le 6 del pomeriggio. Se sono nel soggiorno e le finestre sono aperte, posso sentirlo. Prendo l’abitudine di lasciargli 30-40 centesimi.
Il tipo, un arabo-turco, credo, ogni volta che passo smette di suonare e aspetta. Quando riesco dal supermercato, invece, non gli lascio niente. Però lui s’interrompe lo stesso e mi guarda. Io fingo di non vederlo, invece.
Poi ieri, verso le 7, vado al super.
Ho in mente di comprare delle salsicce e farci un sugo. La mattina ho preparato gli gnocchi. Voglio fare gli gnocchi affogati nel sugo delle salsicce. Vendono un tipo di salsicce all’Albertejin senza spezie. Le dividerò a metà e dirò che le ho comprate da Ven. Le spaccerò per salsicce abruzzesi, così nessuno potrà storcere il naso e commentare che il sugo è pesante.
Però devo fare in fretta, prima che M. arrivi e le veda intere.
L’uomo con la fisarmonica è all’ingresso, come sempre, ma non suona, parla invece con un altro arabo-turco che conosco bene. Anche lui, a volte, è all’ingresso e vende giornali per immigrati. Capita che faccia il pazzo e canti canzoni arabe, ma solo è una finzione.
Un paio d’anni fa, sbirciavo i titoli di Repubblica dell’unica copia che viene venduta nel paese in cui vivo, lui guardava un altro giornale, e mi disse in italiano: c’è un articolo interessante sull’origine dell’uomo. A volte mi salutava, a volte passava a testa bassa. Se gli girava bene, mi raccontava qualcosa di lui. Così so che ha studiato a Perugia, che suonava la batteria in un gruppo, ma quando ho provato a fargli qualche domanda, non rispondeva o se ne andava.
Comunque, ieri avevo fretta.
Do un’occhiata ai due che chiacchierano ed entro. Ho il sospetto che parlino di me, ma non ci penso più di tanto. Riesco dopo dieci minuti. Il suonatore attacca a suonare O Sole Mio. L’arabo folle mi strizza l’occhio e mi fa uno dei suoi sorrisi non folli.
Allora gli dico, seria: è spagnola! O sole mio è una canzone spagnola.
Cerco un punto di passaggio tra una signora anziana su una macchinetta elettrica e le biciclette parcheggiate. Lui mi viene dietro, mi dice: come è spagnola? Lo sanno tutti che una canzone italiana!
Lo era, sì. Poi avevano bisogno di soldi e l’hanno venduta alla Spagna.
Una volta conoscevo il sosia di Claudio Villa, era un cliente dello studio dove lavoravo. Era proprio identico: stesso viso, stessa altezza, solo più giovane di cinque, sei anni. Diceva che questa storia di essere un sosia, l’aveva esasperato. Ci aveva guadagnato un po’, ma neanche tanto. Lo fermavano per strada, gli chiedevano un autografo e che cantasse un pezzetto di O sole mio. Lui non sapeva cantare e O sole mio la detestava. E’ morto un anno dopo l’originale.
Così mentre percorro la strada verso casa, penso che la bolognese mi fa schifo, che il calcio lo detesto, che le partite dell’Italia non le ho guardate mai, nemmeno quando vinceva, che sono un po’ suonata, ma che tra suonati ci si comprende e che l’arabo-turco che ha studiato a Perugia, capirà questa reazione, o forse no, chisseneimporta. Penso che se il tipo con la fisarmonica continuerà con quella canzone, da me non avrà più un centesimo. Che se andate al museo di Van Gogh, ad Amsterdam, non comprate i poster, che si trovano anche in Italia.
Categorie: Con quella faccia un po così
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