E io sono confusa< ?xml:namespace prefix = o ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:office" />
Così ho scoperto che una classificazione d’italiani che vivono nella provincia olandese è tra quelli che vanno a messa la domenica e quelli che non ci vanno. Quelli che vanno in chiesa abitano a little italy, quelli che invece non la frequentano, vivono in un altro posto. Però anche quelli che non abitano a little italy, fanno fare la comunione ai figli.
E così ieri mi sono ritrovata in una chiesa in un bosco. Io, in chiesa ci vado solo per i matrimoni e i funerali e la comunione i miei figli non l’hanno fatta. Forse è per questo che non vivo né a little italy, né nell’altro paese. In realtà è per caso che abito qui.
Comunque ieri ero in questa chiesa. Tutto è cominciato da una festa a cui è andato Lo l’altra domenica, una festa che è durata un giorno e poi c’è stata la messa. E quando sono andata a prenderlo alla stazione, mi hanno chiesto: lo porti a giocare la prossima settimana? Lui è voluto tornare e M. lo ha accompagnato.
Non parliamo di religione in casa, cioè se capita ne parliamo. Lo ci crede in Dio, Fran invece no.
All’una, dopo tre ore di giochi, c’era la Messa. Sono andata a riprenderlo, ma poi non mi sembrava corretto portarlo via.
Il prete è olandese, ma parla italiano. Un italiano senza accento. In quell’ora che sono stata lì, nella chiesa, mi sono concentrata sulle parole per trovarne una che avesse l’accento del Nord, del Sud o del Centro, ma erano tutte senza contaminazioni. Il prete è malato e non riesce a camminare e lo hanno accompagnato all’altare.
Mentre c’era la funzione, dopo aver guardato i vetri colorati, il tabernacolo, le facce di quelli del coro, i quadri appesi ai lati della chiesa, ho pensato: e se adesso qualcuno salisse su una sedia e dicesse qualcosa di inaspettato? Mia moglie mi ha tradito, per esempio. Smetterebbero di pregare, di cantare per dieci, venti secondi, un minuto? Così mentre m’immaginavo le espressioni, la sorpresa, la curiosità dei presenti di fronte a qualcosa d’insolito, è successo che il vecchio prete, ha smesso di leggere le preghiere dal suo libro, ha puntato un dito verso l’ingresso e ha detto: c’è qualcuno che sta fuori e non entra! C’è stata una pausa in cui tutti hanno smesso di respirare, ecco, ho pensato c’è stato l’imprevisto, ho misurato il tempo, credo che non sia durato più di cinque secondi, poi il coro ha cominciato a cantare.
Tutti erano senza cappotto, io invece me lo ero tenuto addosso. Il fatto era che avevo una tuta consumata, che uso a casa. Non prevedevo che sarei rimasta.
Dopo che la messa è finita, tutti hanno cominciato a chiacchierare a coppie o a gruppetti davanti all’ingresso. Anche Lo chiacchierava con quelli con cui aveva giocato prima. Io, pur conoscendo tutti, non parlavo con nessuno. Poi ho visto una bambina di cinque anni e sono andata a farle i dispetti.
Ci rivediamo domenica? Mi ha chiesto qualcuno. Prima che riuscissi a dire qualcosa, Lo aveva già risposto di sì.
Categorie: Questioni di famiglia
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Di personaggi che non vogliono diventare ex< ?xml:namespace prefix = o ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:office" />
Quando finisco di scrivere un racconto di 20-25 pagine, entro in un loop che è sempre lo stesso.
1) Non mi piace. Individuo contraddizioni, periodi non armonici e anche la trama manca di giustificazioni.
2) Mi affeziono al protagonista. Soprattutto se è un bastardo.
Ci rifletto e modifico, m’immagino particolari della sua vita che non compariranno.
Poi, finalmente, mi stufo e l’abbandono.
Un po’ come si fa con i fidanzati, insomma.
Di solito cadono nel dimenticatoio, poi c’è sempre quello che ti perseguita. A quel punto dovrei spingere il tasto cancella per liberarmi di un peso, prima che diventi un’angoscia.
Però mica è facile.
Categorie: Pensierini
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Alle quattro, nel bar della scuola, mentre aspettiamo che finisca la lezione d’italiano, con la mia amica M, chiacchieriamo davanti ai resti di una torta al cioccolato con panna e ad una crostata di ciliegie.
Quindici minuti prima delle cinque, arrivano le altre. E con loro una nuova.
Si siede al tavolo mentre tintinna come la slitta di Babbo Natale.
Razzista! Non si giudica una persona in pochi secondi.
Sorride finto. Cioè magari voleva sorridere anche seria, - ma che dico? -, forse il sorriso le è riuscito male perché si trova a disagio.
Parla.
In punta di parole. Accento del Sud, italiano perfetto, da attrice che ha appena terminato un corso di dizione, ma che deve esercitarsi ancora.
Non fare l’inglese, smettila: pensa ad altro.
Preparate sempre torte per la merenda?
Vuole fare la simpatica, ma ha la voce arrotolata per lo sforzo.
Ricordati quando sei arrivata tu!
No, dice la mia amica M., oggi è il compleanno di mio figlio. Vuoi una fetta di crostata? Qualcosa da bere?
Scuote la testa, di nuovo il tintinnio, però c’è una melodia nuova, come se la slitta che volteggia nell’aria avesse trovato un ostacolo e la renna fosse stata costretta a frenare all’improvviso.
Non mangio dolci se non mi posso lavare i denti.
Non pensare.
Quando termina la lezione? chiede
Che denti bianchi che ha.
Alle 5.
E come è abbronzata.
Da dove vieni? dico.
Dall’Egitto. Avevamo una villa grandissima in Egitto, con vista sul mare.
Lo sapevo, lo sapevo…
E Andy frequentava una scuola dove c’erano solo inglesi.
Andy?
Andy?
Il suo nome è Andrea, ma in Egitto lo chiamavano così.
E come è andata la prima settimana? Si trova bene Andy? Chiede la mia amica M.
Be’ …Andy è… Andy ha…
Un fiume di qualità di Andy ci travolge per dieci minuti.
Cattiva, sei cattiva: stai giudicando.
Cerca qualcosa da guardare.
La cassiera del bar è seduta al tavolo vicino al nostro. Ha appena aperto un pacchetto di patatine alla paprika. Le mangia con gusto. Il colore del pacchetto è blu. Paprika in olandese si scrive con la K. In italiano con la c, ma volendo anche con la K. La cassiera ha le unghie lunghe, smaltate trasparenti con il bordo dipinto di nero.
Così va meglio. Ora non chiederti se le stringeresti la mano, non lo fare.
Le cinque. Sono le cinque: la lezione è finita, via a casa di corsa.
Categorie: Roba d'Olanda
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Segnalazione< ?xml:namespace prefix = o ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:office" />
Di Kader Abdolah avevo scritto qui, ora ho trovato un audio su radio rai 3, in cui Fahrenheit lo intervista dopo l’assassinio del regista Theo Van Gogh
Categorie: Segnalazioni
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Accompagnato da Emme alla stazione, dopo aver ricevuto un invito arrotolato, Lo ha uno zaino in cui ci sono 12 monete d’oro, una forchetta, un piatto e un bicchiere.
Dal treno scende un uomo con una barba lunga e bianca, un cappellaccio, una palandrana e un bastone su cui si appoggia, seguito da un essere piccolo e peloso.
Non sono pazzi, nè barboni, e sul treno nessuno li ha degnati di uno sguardo.
E’ solo l’inizio di una festa.
E fuori il primo
Sembrava proprio Gandalf, mi racconta Emme, fino a che non l’ho guardato negli occhi. E’ il tizio che lavora al piano sotto al mio, l’altro non so chi fosse, anzi l’altra, era una donna.
Poi se ne va ad Amsterdam a salutare il suo amico che pare abbia trovato lavoro in un punto impronunciabile dell’Asia centrale.
E fuori il secondo.
Rimane il terzo che aspetta un paio d’amici.
In teoria saremo di nuovo quattro
Sembra che la matematica non sia un’opinione. I fatti che seguono, dimostrano il contrario invece.
All’una mangiano una lasagna per 8, una macedonia per 10 e si dividono una torta al cioccolato.
Uno è molto tranquillo e taciturno.
Fran è la via di mezzo, che unisce gli estremi.
Tom, invece… Tom Sawyer lo definisce in parte, anche se il suo nome e cognome veri spiegano meglio il tipo, ma non uso mai nomi reali sul blog. Da un punto di vista fisico è identico al ragazzino di Twain. E’ inglese, ma sembra americano, ha 13 anni e sorride spesso.
Tom, a differenza di quello della storia, è ricchissimo e non vive con una zia, ma con il padre e la sua nuova famiglia.
Il padre è stato categorico: suo figlio non puo’ uscire. Non starebbe tranquillo.
All’ora di pranzo non mi siedo al tavolo con loro. Gli faccio un po’ di compagnia e poi mi piace vederli mangiare. Anzi divorare.
Tento una conversazione con quello silenzioso-timido (che è italiano): quando ti tolgono il gesso?
Martedì.
Posso metterci una firma?
Se vuoi.
Con Tom il dialogo scorre invece.
Intanto lui ripete qua e là le parole che sente dal suo amico.
Ma tu parli italiano…
No, dice aprendo una bocca in cui scompare una porzione di lasagna. Però lo capisco un po’.
E come mai?
E’ simile al latino.
Studi il latino? No, il francese. Il latino, il francese e l’italiano hanno lo stesso suono. La conversazione scivola sul surreale e cerco di stargli dietro, poi tornano a giocare con il game cube, gli scacchi.
Ma Tom fa anche altro: rincorre la gatta, che rovescia un paio di piante per seminarlo, raduna i cuscini che trova in giro e coinvolge gli altri due in una battaglia.
Salta a corda, anzi corre saltando a corda lungo il corridoio.
Mi ruba il portatile.
Solo un attimo, dice. Poi torna di là e s’inventa una gara dell’urlo più acuto.
A questo punto, barricata nella stanzetta, potrei uscire a fare un giro in bici, oppure accendere lo stereo ad un volume che contrasti Tom e la sua energia.
Invece non faccio nulla. Perché ogni venti minuti Tom siede al piano e suona dei pezzi bellissimi.
Allegro.
Triste.
Di corsa.
Saltellando.
Ogni pezzo è preceduto da una parola che lo introduce.
Il piano è nel corridoio, adiacente alla porta della mia stanza.
Ride alla gatta, a Fran e al Taciturno, a me, ride o sorride a chi si avvicina a sentirlo.
E’ uno scherzo, spiega.
Perché allegro era triste e triste era allegro.
Suo padre arriva alle 16.00, come aveva preannunciato.
Tutto, ok? Chiede.
Sì, però una passeggiata non gli avrebbe fatto male.
Non ha l’età, risponde sicuro.
Tom è di nuovo perfetto, ora. Un piccolo gentleman.
Ma prima o poi costruirà una zattera, lo so.
Categorie: Con quella faccia un po così
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Mi ricordo…< ?xml:namespace prefix = o ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:office" />
Era al mare, sì, d’estate ed era appena terminata l’ora del silenzio. Facevamo un gioco. Lo chiamavamo teatro, mi pare. Però forse era passata da un pezzo l’ora del silenzio, perché il sole era un po’ di sbieco. Comunque eravamo ancora in costume. Di solito eravamo divisi in due gruppi, quello dei grandi e quello dei piccoli, a parte quando si giocava a nascondino. E insomma, lei aveva questa parte, doveva fare una bambina cieca. Aveva 6 o 7 anni credo. Insomma ha cominciato e noi eravamo intorno a guardarla. Ha fatto qualche passo, ha detto qualche parola. Gli occhi chiusi, le mani tese verso il vuoto. Un’interpretazione perfetta, che mi aveva un po’ spaventato. Quando ha concluso, nessuno ha detto niente, dopo, forse, ci hanno chiamato per la doccia.
Questo accadeva molto tempo fa, ed è così molto che sembra quasi un’altra vita.
Da una settimana ha aperto un blog.
Categorie: Segnalazioni
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Vorrei che fosse già Natale.
Il regista ucciso, una telefonata che rivendicava la presenza di una bomba all’ambasciata americana dell’Aja venerdì notte, quella scoppiata lunedì nella scuola islamica prima dell’apertura, l’incendio in un’altra scuola mussulmana martedì, l’assedio di ieri, sempre all’Aja, cominciato alle 3 di notte, finito dopo oltre 24 ore. E poi, ieri pomeriggio, mentre ero nel bar della scuola aspettando che Fran finisse la lezione d’italiano, una borsa abbandonata nel parcheggio.< ?xml:namespace prefix = o ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:office" />
Evacuazione dal retro per chi poteva tornare a casa a piedi, gli altri quelli che avevano la macchina nel parcheggio, invece dentro. Strade circostanti bloccate. Dalla vetrata si vedeva la polizia che arrivava, l’accesso che veniva chiuso. Sono andata a cercare Fran che non scendeva, ma non mi hanno permesso di entrare nel corridoio del piano superiore. L’altoparlante continuava a ripetere di abbandonare l’ala sinistra della scuola che era quella vicino al parcheggio. Poi la borsa è stata aperta, era piena di libri e siamo tornati a casa. Già dalla mattina, quando era arrivata la notizia di quello che stava succedendo all’Aja, c’era chi si era riportato i figli a casa.
Categorie: Roba d'Olanda
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Non carabinieri, solo donne< ?xml:namespace prefix = o ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:office" />
Una francese, una greca e un’italiana vanno a casa di una tedesca alle 12.00.
L’italiana prepara una torta di verdure, la francese porta una bottiglia di sidro, la greca un paio di cd.
Sembra l’inizio di una barzelletta, invece è solo un appuntamento a cui andrò tra un po’.
La tedesca preparerà pasta e fagioli.
In effetti un po’ da sorridere, se non da ridere, c’è.
Categorie: Roba d'Olanda
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Di uomini in camici bianchi senza sangue che diventano neri quando cala il buio< ?xml:namespace prefix = o ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:office" />
La banda dei macellai veste di nero alle 6.
Si cambiano nel retro del negozio, dove aver coperto con la pellicola trasparente le vaschette di cibo precotto che non hanno venduto. Prima indossano camici bianchi, senza macchie di sangue.
Disdegnano l’uso dei coltelli e, se proprio devono, se arriva qualcuno che non si accontenta dei tocchetti, dei dadini, delle fettine che sono già pronti, spariscono nella stanza che c’è alle loro spalle, ma la carne non la macinano. Devi prendere quella che c’è.
Scuotono la testa, se ti azzardi a chiedere che ti tritino un pezzo di filetto.
Tutti tranne uno. Il macellaio capo.
Credo che sia sua la scelta di vestire di nero alle 6, quando il negozio chiude. La prima volta che ho incontrato il gruppo, non li avevo riconosciuti. E’ stato lui, il capo, che mi ha salutato.
Chi è quello? Mi ha chiesto Lo, con sospetto. Ah, non lo so.
Lui, il macellaio capo, ha l’aspetto del mestiere che fa. Florido e colorito, insomma. I suoi dipendenti invece sono magri e molto alti. Anche lui è alto, diciamo che è alto come un italiano alto. Loro, i dipendenti intendo, sono alti come gli olandesi alti.
Sono gli occhialini tondi e argentati a spiazzare un po’, ad allontanarti da come s’immagina un venditore di carne e a renderlo più simile ad un chirurgo esperto.
Ha un piccolo debole per me. Non credo sia per il denaro che gli lascio, in effetti entro nel suo negozio una volta al mese, o forse mi illudo e cerca di assecondarmi per guadagnare di più, chissà cosa passa nella sua testa gigantesca.
Così oltre a soddisfare le mie richieste di macinato, e lo fa, ogni volta, strizzando entrambi gli occhi ed esteticamente non prende punti, però è simpatico, mi fa assaggiare quello che bolle nella pentola se vuole promuovere una zuppa o dei crostini con salsette nuove.
Poi, quando pago, vuole che ripeta una frase con lui. Io dico no, che è inutile. Lui insiste e alla fine accetto, come ho accettato di assaggiare quel liquido denso che chiama zuppa.
Purtroppo sbaglio sempre e lui replica, allora: non ti scoraggiare, eri quasi perfetta.
Mente, naturalmente.
Poi un ultimo tentativo con la pronuncia della g.
Un altro sbaglio. E’ che mi vergogno di ripetere quel suono.
Ieri, alla fine mi ha detto: l’unica speranza di imparare il dutch e che tu sposi un olandese.
Ah, no. Impossibile. Ne ho già uno di marito, ho risposto io.
In caso di separazione, potresti sceglierne uno di queste parti. E’ uno scherzo, questo. A me piace scherzare. Ah, Ah, Ah ed è uscita una risata scrosciante.
In caso di separazione volo verso Sud, ho detto.
Però mi ha inquietato un po’. Sarà stata l’oscurità delle 6, ma quando l’ho visto passare tutto vestito di nero, con i suoi dipendenti dietro, mi sembrava il capo di una banda di becchini che cominciava il suo lavoro.
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Sul treno che va ad Amsterdam, sabato mattina. < ?xml:namespace prefix = o ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:office" />
Sfoglio un giornale olandese che ho trovato sul sedile,ogni tanto individuo una parola che mi suona familiare.
Vicino a me, ci sono due italiani che sussurrano tra loro. Sopra, sul vano bagagli, ci sono due zaini enormi che sporgono minacciosi. I due bisbigliano, perché non vogliono farsi sentire da un terzo che è seduto nell’altra fila e che dorme.
Ho un libro con me, ma non lo tiro fuori per non turbare i due che, una volta tanto, capisco alla perfezione.
Quello che è al mio fianco, è sottile e lungo e con dei capelli che gli arrivano alle spalle che non lascia in pace un attimo.
L’altro, quello ho di fronte in diagonale, ha dimensioni più concentrate e un ciuffo di capelli lisci che manda indietro con uno scatto della testa ogni 2, 3 minuti.
Quello lungo, scoprendosi il polso e articolando le dita della mano sinistra: Guarda che roba! Sono ancora intorpidite.
Quello concentrato, alzando il piede: lo dici a me? Ho una caviglia che pare un cotechino. E poi quanta acqua abbiamo preso? Se lo sapesse mia madre! Ho tutti i vestiti bagnati.
Il lungo: quanto è durato il giro? 8, 10 ore? Stavo per piangere quando siamo arrivati alla pensione. Io, la bicicletta la odio. A villa Borghese, l’affitto quando vado con Michela, ma per un’ora, eh. E poi ci fermiamo a guardare le fontane, le papere che galleggiano nel laghetto, mica pedaliamo sempre.
Il concentrato: E’ suonato. L’ho sempre pensato. Dovevamo restare ad Amsterdam, continuare ad uscire con quelle. Ora ci rimangono 3 giorni, sono pochi, accidenti! Poi hai sentito? Vuole andare a un museo. Ha detto: lasciamo i bagagli e andiamo al museo.
Il lungo: molliamolo qui. Prendiamo gli zaini e cambiamo scompartimento. Andiamo all’inizio del treno. Quando arriviamo alla stazione, scendiamo di corsa.
Il concentrato: per me va bene. Però il biglietto con l’indirizzo della festa di stasera, è nel suo portafogli.
Il lungo: che t’importa? Ne conosceremo altre.
Si alzano, prendono gli zaini, vanno via in punta di piedi.
Quando si richiude la porta automatica, il terzo apre gli occhi. Allunga le braccia, sospira. Dallo zaino tira fuori la settimana enigmistica, una penna e compila un cruciverba.
Scrive velocissimo.
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