Peccato che sia senza radici, però< ?xml:namespace prefix = o ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:office" />
Lo sleep over è quello cosa che tutti vanno a dormire a casa di uno. In italiano si dice andare a dormire fuori oppure da qualcuno. E poi, ad un certo punto, si dorme. Per lo meno così accade quando siamo a Roma: un amico di Fran viene il pomeriggio, cena con noi, poi ad un certo punto si addormentano.
Nello sleep over, invece, è come se fosse capodanno. Però un capodanno senza musica, che gli altri componenti della casa devono dormire, per lo meno tentano.
Comunque i partecipanti allo sleep di ieri erano tranquilli e, a parte una lite scoppiata tra Fran e Lo per un oggetto elettronico, sarebbe andato bene. Salvo imprevisti. Che poi gli imprevisti sono il particolare che cristallizzano il tempo in un ricordo, nel bene e nel male.
L’imprevisto si è materializzato alle 6 del pomeriggio, quando lo sleep era già cominciato: primi effetti qualche carta di cioccolata sparsa qui e là, scarpe da ginnastica in luoghi inaspettati.
E’ arrivato in bicicletta, quando la strada cominciava di nuovo a ghiacciare, è arrivato senza giubbotto con una felpa rossa e un paio di jeans sottili. L’imprevisto aveva gli occhi a mandorla di un punto ignoto della Cina , parlava poco e mai con me. Cioè il mio inglese e il suo non s’incontrano. Così ho saputo, tramite Fran, che la madre dell’imprevisto non era a casa, che era senza chiavi, che poteva restare fino alle 8? E quando erano le 8 poteva restare cena? Averlo a cena è stato un piacere, non che il dialogo ne abbia guadagnato, e poveretto del resto come avrebbe potuto se gli altri erano italiani e parlavano in italiano?
Non è carino da parte vostra, ho detto ad un certo punto. Uno ha alzato le spalle, ha risposto: lui conosce metà italiano. Tutte le parolacce e qualche altra frase. Ho colto uno sguardo d’interesse negli occhi di Lo che ha deciso di parlargli in inglese. E’ stato un piacere che partecipasse alla cena, non per la conversazione, ma perché io detesto gli avanzi, ma anche l’insufficienza e allora siccome non so quanto mangeranno, non si possono fare previsioni su dei tredicenni che conosci, figuriamoci su quelli che non conosci, preparo piatti abbondanti.
Con Signon, il problema degli avanzi non sussiste, perché è di poche parole e si lascia mettere tutto nel piatto, anche la pasta che galleggia nell’acqua o gli ultimi pomodori che sono ridotti in poltiglia. Alle 9 poteva restare ancora un po’?
Non è che scappato di casa? Chiedo perplessa a Fran. Scherzi, risponde lui. A scuola va benissimo.
Alle 10 penso che forse è innamorato, oppure ha distrutto un oggetto in casa, e mi ricordo di molto tempo fa, quando un coetaneo di Signon, per aver rotto un orologio, rubò la bicicletta di uno di noi, e passò la serata pedalando sulle colline toscane. E quello che aveva subito il furto, mentre i genitori spaventati organizzavano ricerche convulse, diceva, forse per sminuire la tensione: ma doveva fuggire proprio con la mia bicicletta?
Tra le 10 e le 11 penso: ma che ci sto a fare a casa di venerdì sera? Che poi non sarebbe neanche venerdì, però il fatto che potrebbe esserlo, e in quel momento credo che lo sia, mi aiuta a sentirmi un po’ vittima.
E poi tra le 10 e le 11 accade un altro imprevisto, sempre di quelli piccoli che non ti segneranno la vita, né la cambieranno, ma che se sei solo, e in questa notte di piccoli dubbi, di luna bianca e di ghiaccio, M. non c’ è, ti poni ancora la domanda: ma che ci faccio a casa di venerdì sera? Che poi proprio perché sei solo, sempre relativamente, ti poni questa domanda, che se non lo fossi qualcuno ti farebbe notare: guarda che è giovedì.
Perché tra le 10 e le 11, una macchina si ferma sotto una delle finestre del soggiorno, ne esce un uomo alto, con capelli lunghi aggrovigliati, in maglietta e jeans. C’è la temperatura che è scesa sotto lo zero, e quindi non dovrebbe stare in maglietta, così pensi. E’ fuori luogo la maglietta. Però in effetti non lo è. Perché dall’auto, l’uomo che non avrà freddo, tira fuori una piccozza e comincia a fare un buco sotto la finestra. Non passa neanche una bicicletta tra le 10 e le 11, le strade sono gelate, le finestre buie, per forza è venerdì sera e il tipo continua a picconare con ritmo.
Poi ti accorgi di un altro che dalla finestra di fronte spia ciò che accade nella strada e pensi: allora non sono l’unica a stare a casa di venerdì! Pensi alla tua porta di legno poco lontano dal picconatore, una porta di legno e di vetro, marina più che cittadina. Vedi che il vicino da dietro la tenda continua a seguire anche lui il lavoro, che non chiama la polizia, che quindi è normale che uno venga di notte a rompere quei mattoni grigi.
Dopo le 11, un’altra macchina si materializza nella strada, nessuno scende, il motore resta acceso, il cellulare di Signon squilla. L’ombra che intravedo nell’auto è quella di sua madre. Li seguo dalla finestra, lei con la macchina avanti e lui dietro con la bicicletta e la sua felpa rossa, l’uomo del buco gli dà un’occhiata rapida mentre ripone il piccone nel bagagliaio, poi se ne va e la quiete finalmente torna.
Poi quando arriva la luce, il mistero scompare. E nel buco hanno piantato un abete enorme, che se sporgo la mano dalla finestra posso toccare i rami.
Categorie: Con quella faccia un po così
[ 3 commento(i) ]
il 26-11-2004 alle 17:54
bello il tuo blog..
il 28-11-2004 alle 17:58
bella la vita misteriosa.
il 28-11-2004 alle 23:45
regalo anticipato, in cambio della disponibilità agli sleep over ;D