E’ morto Mbre Mbre.
Me lo dice mia sorella al telefono, tra una chiacchiera e l’altra.
E’ arrivato un telegramma indirizzato agli inquilini del palazzo e gli abbiamo portato un mazzo di fiori prima che il becchino sigillasse la bara - continua, alla mia esclamazione di stupore.
E lo sai? Portava una parrucca.
Una parrucca? Come era fatta?
Non lo so, non mi ricordo.
Hai notato che aveva una parrucca e non sai descrivermi come era? I capelli erano scuri o chiari: dimmi almeno un particolare che io la possa immaginare.
Era…discreta, dice lei.
Non che io sia cinica, ma il tipo che è morto era del 1910, è stato ricoverato una settimana in un ospedale per accertamenti e una mattina le infermiere si sono accorte che non respirava più.
Era uno degli abitanti del palazzo dove ho vissuto fino a 23 anni.
Lui però aveva traslocato già da tempo, quando io sono andata a stare per conto mio.
Mbre Mbre era il soprannome che gli avevano cucito addosso mia madre e la sua amica per via del viso che gli tremava quando parlava, ma anche quando stava zitto. Assomigliava a quei cagnolini di peluche che, un tempo, si vedevano ondeggiare nel ripiano posteriore delle auto.
Era basso Mbre Mbre e un po’ obeso. E calvo. Di una calvizie che impressionava perché non c’era nemmeno il ricordo di un capello. E mi suscitava il desiderio, quando l’incontravo, di chiedergli il permesso di passare un dito su quel cranio liscio e lucido per saggiarne la consistenza.
Portava degli occhialetti di tartaruga dietro cui sporgevano un paio d’occhi gonfi e semichiusi ed era gentilissimo con tutti, anche con me che ero una bambina. Apriva il portone d’ingresso e mi faceva un mezzo inchino, diceva un prego e mi lasciava entrare in ascensore e la moneta per farlo partire la metteva sempre lui. Credo che fosse anche l’unico a infilarla nella fessura del contenitore metallico senza recuperarla. Gli altri abitanti del palazzo avevano fatto un buco alle dieci lire a cui avevano attaccato un filo e quindi, quando un condomino avvistava, attraverso il portone di vetro, qualcuno che saliva le scale si affrettava a premere il pulsante corrispondente al piano mentre quello trafficava con le chiavi e se non riusciva a partire in tempo, cominciava a rovistare nel borsellino scuotendo la testa, che era sprovvisto delle dieci lire. Io la moneta non l’avevo, neanche quella attaccata al filo, e i sei piani li facevo a piedi. E quegli avari cercavano tra gli spiccioli fino a che io non arrivavo alla rampa del secondo piano e quando mi superavano con l’ascensore, dicevano: Sali, sali, che ti irrobustisci le gambe.
Mbre Mbre viveva con la madre, vecchissima, minuscola e paralitica. Era il figlio a prendersi cura di lei: gli faceva persino la tinta ai capelli con l’argento e si occupava anche delle pulizie della casa. Era impiegato in un ministero e non aveva un gran stipendio, però sosteneva delle spese assurde che istigavano i vicini a chiedersi di quali altri redditi disponesse.
Tutte le mattine alle 7,45, un taxi lo aspettava davanti casa e con lo stesso faceva ritorno alle 14,30. E la spesa gli veniva consegnata dal garzone del fornaio. Lussi esagerati per un impiegato ministeriale e in contraddizione con il fatto che non aveva una donna che lavasse i pavimenti al posto suo.
A me faceva pena: perché era brutto e conduceva una vita misera e perché era gentile.
Qualche volta sono stata a casa sua. Mi mandava mia madre quando gli mancava un uovo o aveva finito lo zucchero: lui era sempre rifornito di tutto.
Gli occorrevano alcuni minuti prima di aprire la porta. Sentivo il fruscio dei suoi passi strascicati nel corridoio, poi lo scricchiolio del legno: era lui che controllava dallo spioncino; poi seguiva un rumore dei catenacci e infine compariva con addosso una vestaglia verde a quadri rossi e gialli e delle ciabatte di pelle marrone. Il corridoio era buio, mal illuminato da una lampadina che pendeva dal soffitto, proprio vicino all’ingresso. Appena varcavo la soglia, mi faceva un piccolo inchino, portandosi la mano al petto e abbassando il testone lucido, poi mi accompagnava a salutare sua madre che era seduta in una poltrona nella prima stanza sulla sinistra e guardava la televisione. Lei mi dava una Rossana che io accettavo, ogni volta con questa frase, non proprio cortese: le caramelle non mi piacciono, la porterò a mia sorella. E la vecchietta rispondeva: che brava bambina.
Poi seguivo Mbre Mbre di nuovo nel corridoio e lui apriva un armadio bianco da cui tirava fuori una scatola piena di pezzi di un formaggio duro simile al pecorino. Dall’armadio si spandeva un odore di muffa, di vecchio, però il formaggio era buono e ne chiedevo sempre un secondo pezzo.
Un giorno sua madre è morta nel sonno proprio come è successo a lui e tutti i condomini sono andati a casa sua per non farlo stare solo. La vecchia era distesa sul letto con un fazzoletto che gli teneva chiusa la bocca e le mani erano intrecciate sulla pancia e le unghie erano viola scuro, quasi nere. In cucina, su un tavolo di marmo, c’erano i biscotti e gli aperitivi, ma tutte le porte del resto della casa erano chiuse a chiave. Lo so perché ho sentito uno del secondo piano che lo raccontava agli altri condomini mentre portavano via la bara. Mbre Mbre non piangeva quel giorno, si preoccupava invecedi riempire i bicchieri non appena si svuotavano.
Quelli del palazzo dicevano che in quella casa c’era qualcosa di strano e che la morte della madre era circondata dal mistero.
Comunque due giorni dopo il funerale Mbre Mbre se ne è andato via con una valigia su un taxi giallo, lo stesso con cui andava al ministero, e non è più tornato o per lo meno noi non lo abbiamo più visto. E durante il mese di agosto, quando il palazzo era deserto e c’era solo il tipo del secondo piano, è venuto un camion enorme che ha caricato tutti i mobili della sua casa. E che a lui, a quello del secondo piano, intendo, non è stato permesso di entrare nell’appartamento.
Poi abbiamo saputo che si era sposato con una che lavorava nel suo stesso ufficio.
Ogni anno, arrivava una cartolina con gli auguri di Natale. Una cartolina indirizzata a tutti gli abitanti del palazzo, ma nessuno la prendeva perché dicevano che portava male. Poi non hanno detto più niente, che uno dopo l’altro se ne sono andati tutti. Mbre Mbre è stato quello che ha vissuto più a lungo di quella generazione. Più volte mi sono chiesta perché io, sempre curiosa di tutto, lo abbia seguito ogni volta verso la camera da letto di sua madre, senza mai continuare oltre a dare un’occhiata e perché abbia deciso di comprarsi, ormai vecchio, un parrucchino. Alla prima domanda so dare una risposta: non ho mai tradito la sua fiducia proprio per quell’incredibile gentilezza. Per l’altra, non so. Forse possedeva già il parrucchino che indossava di nascosto dopo che era salito sul taxi.
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[ 1 commento(i) ]
il 05-07-2004 alle 18:02
Mi hai fatto vibrare, come gli scossoni che si sentivano salendo in quell’ascensore di ferro e legno!!
Grazie!