E’ una notte tra sabato e domenica di undici anni fa quando Daniele viene portato al pronto soccorso. Dopo un’ora è operato per una peritonite. Quando lo portano nella camerata è solo: il padre è andato a prendere la madre che fa la cuoca in un ristorante. Arriva una donna bassa, robusta, con un grembiule e le ciabatte di gomma, i capelli leggermente unti tenuti indietro da una fascia. Gli accarezza il viso e lui, che non ha ancora compiuto tredici anni, si sveglia dall’anestesia e le dice: a Ma’ non te preoccupa’, è tutto a posto. Lei se ne va subito che il giorno dopo lavora: sono le due di notte. Resta il padre con lui, che si addormenta sulla panca del corridoio e che si fa vivo solo al mattino per fargli un saluto. Durante la notte, Daniele tenta di strapparsi la flebo, si agita e vomita di continuo. Io che mi trovo lì perché anche M. è stato operato di appendicite, cerco di farlo stare fermo insieme a due infermiere. Ad un certo punto mi arrabbio e decido di andare a svegliare quell’imbecille che si sente russare dal corridoio, ma una di loro mi convince a non andare. Durante quella notte penso: ma come si fa a lasciare un bambino solo appena operato?
Quando si sveglia la mattina dopo, Daniele non è più un ragazzo, ma è un uomo. Parla come un adulto. Durante quei venti giorni che lo frequento in ospedale, mi dimentico quasi della sua età. Il padre non torna più a trovarlo e sua madre viene la domenica insieme ai fratelli. Lavorano troppo i miei genitori e io, ormai, sto bene, dice lui.
Ci racconta che vive in collegio, dove si diverte tantissimo. Che vuole fare il veterinario.
Non vive in un collegio, naturalmente, ma in un centro dove trovano alloggio ragazzi che hanno genitori in prigione, alcolizzati, con gravi problemi insomma. Verrà a trovarci, per anni, con suo fratello.
Ricordo molto bene la prima volta che sono venuti a casa nostra: suo fratello aveva 16 anni, lui 13. Hanno giocato con i giochi di Fran che ne aveva 2. Il libro parlante, i peluche e i puzzles a 12 pezzi. Verso la fine del pomeriggio, suo fratello trova la cassetta di Peter Pan. La possiamo vedere? Ci chiede. E lui, rivolto a noi: mio fratello è proprio un bambino e non conosce nemmeno la buona educazione.
Non avremo mai il suo numero di telefono, sarà sempre lui a chiamarci a Natale, a Pasqua. L’ultima volta che l’incontriamo, Daniele ha 20 anni. Da due è fuori dal centro. Non è andato all’università perché vuole aiutare sua madre: fa il cameriere in una pizzeria alla stazione Termini. Per la prima volta ci parla del padre: ci racconta che è depresso e che la notte gira per la città perché soffre d’insonnia e durante il giorno dorme. Anche suo fratello lavora adesso, ma ha le mani bucate, dice. Sono io che devo pensare alle famiglia, ma le mie soddisfazioni me le tolgo. Sto con una signora di una certa età. Io la rendo felice e lei mi è riconoscente. Ha un suo cellulare, ora: un modello costoso. Sorride soddisfatto quando ci scrive, a caratteri giganteschi, il suo numero. Quel numero lo perderemo durante il trasloco. Daniele non lo sentiremo più e io mi dimenticherò di lui.
E però voglio scrivere una storia su di lui, ma ci penso e ripenso ma non riesco a immaginarla felice. Sorride, ma non ride mai.
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[ 2 commento(i) ]
il 14-06-2004 alle 13:43
e poi c’è chi non crede che la città ed i ragazzi di Pasolini esistano ancora…
il 14-06-2004 alle 18:23
esistono eccome..