Sull’aereo che mi porta a San Francisco, separato da una tenda, siede Rubbia. Viaggia tra Amsterdam e la California per unire i fili che cambieranno il mondo. Nessuno lo riconosce, lui sta in coda un’ora e più, come tutti gli altri per entrare negli USA, un uomo gigantesco con un valigia piccola, senza portatile, un sorriso ironico stampato sul viso.

Non avevo voglia di andare ad Amsterdam per comprare una guida e così ho un quaderno pieno di appunti trovati sulla rete. Forse perché li ho scritti a penna, ma mi sembra di sapere tutto di questa città che non corrisponde affatto all’idea che mi sono fatta dell’America. I primi 3 giorni dormiamo tra Chinatown e North Beach, due quartieri che sono al centro. Ogni strada è abitata da un barbone che ha un carrello del supermercato in cui tiena la sua roba. A North Beach c’è la libreria di Ferlinghetti, poeta della beat generation. Fuori dalla libreria sono appesi dei manifesti che cambiano regolarmente ed esprimono il dissenso verso la politica americana. Qui conosciamo Ugo, un romano di 23 anni che fa il cameriere in un ristorante italiano. Mentre aspettiamo la pizza, Ugo racconta: sono otto mesi che vivo qui, non avevo un lavoro e allora ho pensato di imparare l’inglese. Però siccome sto sempre con gli italiani, capisco tutto, ma non parlo ancora. Ho avuto una ragazza, lei era di Los Angeles, poi mi ha lasciato perché non la chiamavo mai. Mi sedevo sui gradini, le telefonavo, dicevo: ciao come stai, e finiva lì, mica mi potevo scrivere le frasi in anticipo, non riesco a prepararmi prima quello che devo dire ad una donna e lei si arrabbiava perché non la capivo.

Pensavamo di restare in città per tre, quattro giorni e passare il resto del viaggio nel parco di Yosemite, ma la città ci cattura e finiamo per fare il contrario. A Yosemite fisso negli occhi un lupo in cerca di cibo, lui si lecca il naso, poi prosegue.

Quando torniamo in città andiamo a dormire ad Haight. In ogni vetrina della strada principale ci sono magliette, manifesti o cartoline che ridicolizzano Bush. Ogni albero della strada è dedicato ai cantanti degli anni 60-70 e i Grateful Dead occupano il posto d’onore. La gente che cammina in questo quartiere è tra i 20 e i 40 anni.

Fran dice che è un posto pittoresco. Lo che c’è molto da guardare e mi chiede continuamente: sono pazzi o poveri?

Nei negozi dell’ usato incontro personaggi singolari: Una tizia identica a Emily the strange, di venti anni, che sceglie vestiti neri con aria imbronciata in compagnia di una fidanzata molto robusta, piena di colori e di carte di credito. Una Amelie americanizzata, di Milano, con un vestito estivo malgrado la temperatura segni i dieci gradi, che prova abiti minuscoli, mentre il suo bambino la fissa stupito dal passeggino. Poi assisto ad una litigata tra una coppia. Lei corrisponde all’immagine che mi sono fatta di Zena, la nana di Cristalli Sognanti. E’ minuscola, senza alterazioni fisiche. Lui ha 25 anni, dieci o quindici meno di lei ed è pieno di tatuaggi e piercing. Urlano per un po’, poi quando riesco sulla strada, li vedo seduti sul marciapiede, lui la tiene tra le braccia come fosse una bambina, le parla sottovoce, lei lo fissa in silenzio. Lo mi chiede un’ultima volta: sono pazzi? O sono poveri? Perché stanno seduti per terra?

Ad Haight dormiamo in questa stanza. Sami Sunchild, la proprietaria, è una vecchia signora egocentrica, che ti costringe a parlare con gli altri ospiti dell’albergo durante la colazione. Ridiamo tantissimo in questo posto.

A South of Market, il quartiere dei senzatetto, ascoltiamo i canti in una chiesa metodista. Da Alcatraz vediamo la baia di San Francisco e c’imbattiamo in un uomo che fonde consumismo e redenzione. Il penitenziaro fu chiuso 40 fa, lui fu detenuto per circa dieci anni, ed è rimasto lì. Ha una scrivania, dove si fa fotografare con i turisti e firma le copie del libro che ha scritto sui suoi anni in prigione.

Nel viaggio di ritorno leggo la dichiarazione del sindaco di S.F. che quei disordini civili, temuti da Schwarzenegger, a seguito dei matrimoni celebrati tra gay, non si sono verificati, anche se è arrivata gente da tutto il mondo.

E’ una città insolita San Francisco, difficile da raccontare.

Categorie: in un altro luogo

[ 5 commento(i) ]

5 Responses to “I wasn’t born there , Perhaps I’ll die there,There’s no place left to go”

  1. esmivida dice:

    e anche un posto in cui non ci si annoia di certo, pare. Ma l’autografo di Governator lo hai riportato?

  2. Sauerkirsche dice:

    Ciao Alice!!!!!!!

  3. meva dice:

    però…Ma hai fatto anche qualche foto?

  4. alice121 dice:

    Di foto ne ho fatte tantissime, ma devo ancora scaricarle.
    Per esm: Pare che Schwarze sia arrabbiatissimo e malgrado il Sindaco continui a invitarlo non metterà piede a S.F.
    Ciao Peter;-)

  5. bayle dice:

    che bella scrittura.. la tua… compl. … ciao

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