Up and Down
Spesso eventi che appaiono tragici sfumano nel tempo e perdono la drammaticità iniziale. Altri fatti che da principio sembrano leggeri nascondono, invece, un lutto che ci seguirà per sempre.
Ogni Natale quando la cena è arrivata a metà e gli Adulti hanno il naso rosso e i Bambini non riescono a stare fermi, c’è sempre uno dei Parenti che chiede al Padre: ti ricordi quando è nato Giacomino?
Il Padre risponde: guai a chi me lo tocca adesso! La Madre si passa una mano sugli occhi e fa sì con la testa e una delle Zie va a farle una carezza.
Poi continuano con un discorso che è sempre uguale, ma che a lui ogni volta pare diverso: sì che ricordano quel pomeriggio al centro dell’inverno quando, dopo quattro femmine belle e allegre, è nato lui il maschio di cui non si poteva fare a meno.
Dopo il Padre sperò che morisse e restò ore a fissarlo da dietro il vetro fino a quando un medico lo scosse per un braccio e gli sussurrò all’orecchio: è il bambino più robusto di tutto il nido tuo figlio. Rassegnati: vedrai che troverà la sua strada.
Sono passati trenta anni e ora è diventato un uomo anche se per la forma degli occhi tutti credono che sia ancora un bambino.
Vive nel Paese con le Zie perché gli è sempre piaciuto stare lì, e quando finì la scuola, mentre le Sorelle e i Genitori si consumavano il cervello su come tenerlo occupato, lui, Giacomino batté un pugno sul tavolo e urlò: Della mia vita decido io!
Vogliamo soltanto aiutarti - disse Caterina.
Lo so io quello che voglio: vado a vivere al Paese.
Scossero la testa il Padre, la Madre e le Sorelle: impossibile! Poi aggiunsero, quando mise su il broncio: sentiamo le Zie. Le Zie dissero: vediamo. Quella vecchia, la Zia Matilde, da principio rimase in silenzio, poi fece un bel sorriso e se ne uscì con: sarei proprio contenta che Giacomino vivesse con me così la notte non avrei più paura degli Assassini.
E Giacomino era partito. E lavorava come fattorino nel negozio di alimentari. Poi alle due, terminate le consegne, era libero e passeggiava: giù verso il lago a bere un decaffeinato al bar, su per la pineta che c’era all’inizio della montagna quando aveva voglia di star solo, che poi non era mai solo perché gli regalarono un cellulare, che uno ad una certa età deve averlo dissero e lo chiamavano tutti i giorni le Sorelle e il Padre e anche le Zie. La Madre invece gli telefonava alle otto perché voleva essere tranquilla che fosse al sicuro.
Con tutto quel girare per le case e quel passeggiare per le strade, lo conoscevano tutti, ma proprio tutti. La gente scherzava e lo ascoltava, poi lui andava via per non disturbare troppo con le domande.
Soltanto gli Scioperati lo cacciavano quando si avvicinava. Lui per un po’ continuò ad insistere: erano anche più piccoli di lui. Le Zie lo minacciarono: se continui ad andare da loro ti rispediamo a casa. Sua Madre gli ordinò: non ti accompagnare con gli Scioperati. E allora promise che no, non li avrebbe seguiti più. Si avvicinava di nascosto, di tanto in tanto, per verificare se avessero cambiato idea e una volta il Capo disse: puoi stare con noi se vieni a fare un giro in moto e lo portò su per i tornanti oltre la pineta e lui si disperò, pianse, fino a che quello frenò di colpo e lui tornò al Paese a piedi quando era già notte. Non raccontò di quel fatto a nessuno, ma da quel giorno li evitò con cura.
Non li incontrò più neanche per caso. Alcuni partirono per il militare e non tornarono. Altri comprarono un camion e giravano il mondo. Erano rimasti soltanto in tre e uno dei tre era quello che l’aveva quasi ammazzato con il giro in moto: lui era il Capo e non aveva convenienza ad andar via.
Così quando li vide arrampicarsi su per la pineta, l’ignorò come fossero trasparenti e anche quando cominciarono a canzonarlo: ehi mongolino, cosa fai seduto sotto l’abetino? - non solo non rispose alla provocazione, ma si mise a lanciare sassi per dimostrare che non li ascoltava.
Poi notò il cane. Quello era il cane da caccia del signor Ugo. Si alzò in piedi e pensò: non si porta un cane con una corda al collo. E’ pericoloso. Ripeté ad alta voce questa cosa. Quelli continuarono a salire e a ridere, tirando forte la corda perché la povera bestia puntava le zampe per non seguirli.
Allora, agitato, prese il cellulare. Cercò nella rubrica la parola Caramba , ma la linea era assente. Per questo fu costretto ad andargli dietro: stavano per commettere un assassinio!
Tentò di afferrare la corda
Lo spinsero, ruzzolò giù fino ad un albero, li raggiunse di nuovo.
Giacomino il Mongolino.
Gli montò la rabbia.
Poi il Capo si fermò e lo minacciò puntandogli un dito contro: se fai ancora un passo ti do una lezione che ti fa tornare normale.
E si piegò sulle gambe tanto rideva per quello che aveva detto.
Lui proseguì oltre il solco che quello aveva fatto sulla terra e gli si gettò addosso: se lo immobilizzava, gli altri sarebbero fuggiti.
Brutto Mongolo Bastardo. Toglietemelo di dosso!
Era pesante, più del Capo.
I due, invece di aiutarlo, continuarono a ridere.
Poi ci fu un boato simile a quello di una valanga che viene giù dalla montagna. I due ammutolirono e poi gridarono con le facce bianche come quelle dei morti.
Il Capo scivolò da sotto il suo corpo e si tirò su in piedi. Lui rimase giù per terra invece. Infine gli Scioperati andarono via correndo.
Il cane rimase. A leccargli la faccia.
Chissà se anche la lingua delle donne era così morbida.
Categorie: Storie per la rete
[ 6 commento(i) ]
il 11-02-2004 alle 13:56
Il sottotitolo del tuo blog mi ha incuriosito, avrei potuto scriverlo io… infatti: saluti da Den Haag…
il 11-02-2004 alle 16:40
aiuto alice, mi sto spegnando, se non trovo un blog alternativo e soddisfacente entro pochi giorni la nuova piattaforma di clarence avrà la meglio…
il 11-02-2004 alle 18:41
Accidenti…che roba, scrivi sempre così ??? Complimenti !
il 11-02-2004 alle 22:19
Sai creare emozioni forti con le tue parole, Alice. Bellissimo.
il 12-02-2004 alle 12:07
E’ bellissimo…mi ricorda un po’ Saltatempo di Benni.
il 12-02-2004 alle 17:41
uff… riesci a farmi piangere, essì che nn sono una frignona. un bacio, Giamaica