Una sera in un ristorante argentino     22-01-2004  

La strada è deserta, quasi buia, i soggiorni delle case sono illuminati da lampade e candele e sui davanzali mazzi di fiori, statuette e vasi lucidi, ma se guardi con attenzione, se ti soffermi un attimo davanti al cancello di un’abitazione, in ognuna di queste stanze che affacciano sulla strada, scorgi il bagliore della tv accesa. Parcheggi la macchina vicino al porticciolo e vai all’appuntamento. Mentre aspetti ti chiedi come potresti definire questo insieme di case: un dormitorio, un paese, il quartiere della comunità americana e italiana? Mentre ti fai questa domanda fondamentale, arrivano le amiche, entri nel ristorante che è illuminato da candele e da un fuoco che brucia in un caminetto. Pelli di mucca sulle panche, una sala enorme in cui potrebbero mangiare oltre cento persone, che invece è vuota, a parte una coppia che sta finendo di cenare e, dal momento che ci sono solo loro e tu con le amiche, interrompono la conversazione e salutano.

Il cameriere è marocchino, sente parlare in italiano, chiede se conosciamo il francese, una di noi lo sa bene, lui è contento. Dalla finestra si vede il porto, per leggere il menù bisogna avvicinare la candela, comunque è scritto in olandese e spagnolo, il cameriere arabo lo traduce in francese, la nostra amica in italiano, passano due ore, l’amica che conosce il francese, ma anche il greco, il turco, l’inglese e l’olandese, racconta la storia della sua infanzia, in giro per l’Europa da un Paese all’altro, tu ascolti il racconto, continui a guardare l’acqua del porticciolo, spegni e accendi le candele, giochi con la cera, poi arriva la fine della serata, ma non del post.

Perché una serata con le amiche ad un ristorante non ha bisogno di una conclusione, quello che scrivi invece lo ha, per lo meno a me piace che lo abbia.

E allora modifichi il sottotitolo del blog, perché sia chiaro per tutti quelli che capitano una volta o molte che quello che leggeranno non sarà mai esattamente quello che è stato.

Categorie: dello scrivere

[ 9 commento(i) ]

9 Responses to “Una sera in un ristorante argentino”

  1. utente anonimo dice:

    wow, come sempre…… Giamaica

  2. utente anonimo dice:

    siamo come diamanti : il blog ne è una sfaccettatura
    B

  3. esmivida dice:

    già, del resto è soo una parte del tutto, ma anche le altre lo sono

  4. saltino dice:

    Click…hai fatto una bella foto però…che sia solo un attimo rubato o meno alla tua esistenza è venuta proprio bene.

  5. utente anonimo dice:

    L’inizio di “La mano sinistra delle tenebre”, di Ursula Le Guin dice grosso modo: “parlerò della mia esperienza raccontando una storia, perché so che la verità, a volte, dipende dal modo in cui le cose sono raccontate e non da come sono accadute”. Potrei star dicendo una cacchiata enorme, ma mi pare dica più o meno così. comunque è un romanzo bellissimo. Jeanette un po’ fusa

  6. alice121 dice:

    Le parole non sono uguali, ma il senso è proprio quello;-)
    Ursula comincia così: Farò il mio rapporto come se narrassi una storia, perchè mi è stato insegnato, sul mio mondo natale, quand’ero bambino, che la Verità è una questione d’immaginazione.

  7. mullah dice:

    Ciao Alice. non so cosa dire ma ti abbraccio forte.

  8. utente anonimo dice:

    a me pero´ sembra che una telefonata, una lettera ed una cena, possano esprimere meno la realta´ di un individuo, rispetto ad un blog.
    Non in assoluto intendo, ma sicurmanete la maggio r parte dei blog sono “depurati“ da sensazioni ed emozioni tipo imbarazzo, vergogna, noia,freno-socio-comportamentale (e per dove vivi tu ne sai qualcosa in piu´), paura di sbagliare, ecc, che invece possono caratterizzare una telefonata, una lettera, una cena…..e anche un a vita.
    mi sembra che il blog possa avere una sua dimensione a parte, piu´reale della realta´, se il nostro modo di vivere la realta´e´ condizionato.

  9. alice121 dice:

    è vero, i blog possono essere depurati da queste influenze negative, però forniscono a chi legge una sola chiave per capire una persona: il punto di vista di chi scrive su sé stesso. Non si ascoltano le sfumature della voce, non si osservano l’espressione del viso, né i gesti…

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