Un viaggio aereo, un altro in macchina ed ecco il freddo inverno olandese, in effetti quel caldo umido romano, che fa tanto effetto serra, mi aveva seccato. E poi a Roma non esiste più l’autunno: è un po’ un mistero questo perchè gli alberi ci sono, per lo meno nella zona dove vado io. Ma dove sono le foglie giallo, marrone, rosso-verdi? Sul marciapiede ci sono cartacce e altre cose che non vedi e quando te ne accorgi è troppo tardi, ma delle foglie che cambiano colore non c’è traccia. E poi il pc si è rotto per l’ennesima volta e a nulla è servito spingere qualche tasto in modo casuale. E chi me lo ha assemblato finge di non essere a casa. Bene, vuoi la guerra? Domani vado a cercare un Super Pc e poi hai presente i 300 litri? Quella è solo una vaschetta, ben altro sta per arrivare;-)
Categorie: Pensierini
[ 8 commento(i) ]
L’idea è stata di Stella, lo giuro, insieme l’abbiamo elaborata e definita nei dettagli.
La settimana scorsa Massimo Vignale, nostro compagno di liceo, noto ai più come il Vigna, le ha telefonato come è sua abitudine quando è a Roma. Stella ha organizzato un incontro a casa sua scegliendo una notte in cui il marito fosse di guardia in ospedale. Dice che l’idea dello scherzo le è venuta nel momento in cui lo invitava. Dopo avergli detto che ci sarei stata anche io, ha aggiunto: “Lo sai che non sono pettegola, Massimo”, e il fatto che Stella lo avesse chiamato per nome doveva già metterlo in allarme che qualcosa d’insolito stava per accadere, “ma Alice è cambiata”.
“In che senso?” Ha chiesto lui.
“Devi incontrarla per renderti conto: è inutile che stia qui a descriverla”. Non poteva spiegargli nulla: perché ancora non sapeva come sarei cambiata. Sono dieci anni che non vedo il Vigna: quando io vado a casa di Stella: lui non è a Roma o ha un altro impegno. Il Vigna è stato mio compagno di banco per due anni. Era un adolescente scontroso, che passava tutti i pomeriggi al cinema con conseguente rendimento scolastico appena sufficiente. Viveva in una casa antica in cui c’era una libreria immensa ereditata dal nonno e in cui potevo prendere in prestito tutti i libri che volevo. Non ha mai avuto una donna fino all’ultimo anno di liceo e quindi era sempre in uno stato di perenne eccitazione che cercava, senza riuscirci, di mascherare . Io e Stella lo torturavamo parecchio a causa della sua solitudine amorosa, però poi facevamo penitenza ascoltando, senza interrompere, il racconto con relativa critica dell’ultimo pesantissimo film che si era visto. Tutti si sarebbero aspettati che il Vigna, finito il liceo, iniziasse a scrivere su riviste di cinema e poi diventasse un importante critico, e invece no: il Vigna fa il dirigente in una grande multinazionale e pare che sia anche soddisfatto.
Quando arrivo da Stella, ho una borsa in cui c’è: una parrucca affittata di capelli lunghi biondo accecante , unghie di plastica laccate di rosso, un vestito nero con spacco laterale che insinua il dubbio che sia scucito e calze a rete . Stella ha rimediato, non so da chi, un paio di scarpe numero 36 con 12 centimetri di tacco, un paio di ciglia finte e collane di bigiotteria che sembrano vere. Disponiamo le cose sul letto. Betty, sua figlia, ci chiede se stiamo preparando un vestito da strega. Stella le dice molto seria “Su, su, che la mamma deve occuparsi di una faccenda importante, anzi per stasera ti do il permesso di non lavarti i denti”.
Spariti i bambini nei loro letti, comincio a truccarmi. Stasera sarò una donna sposata con un olandese proprietario di una fabbrica di birra, in procinto di chiedere il terzo divorzio. Nel mio passato ci sono due mariti, due figli e due assegni di mantenimento cospicui e sto lottando per ottenerne un altro.
“Le unghie non me le attacco: si capisce che sono finte”. Dico davanti allo specchio.
“Ma figurati se nota un particolare del genere! E poi anche se non sembrano le tue, che importanza ha? Fanno parte del personaggio”.
Quando sono pronta, continuo a non essere convinta e dico: “senti: io mi tolgo un po’ di trucco e anche le scarpe e guarda questo spacco…”
“Ma che ti vergogni del Vigna? Oh! Stiamo parlando del Vigna…”risponde lei.
Già il Vigna non è un uomo, non per noi, è il nostro compagno del liceo. E noi non siamo donne, non per lui, siamo le sue compagne di scuola che a volte gli fanno qualche scherzo. E poi c’è il colpo di scena finale. Il Vigna è un igienista: non ha mai bevuto, fumato, né fatto un tiro ad una canna. Nel domopak argentato discutiamo su cosa simuli meglio la coca tra la farina e lo zucchero. Decidiamo per la farina, ci sembra quella che più simile e se siamo incerte noi su quale sia la consistenza della cocaina, figuriamoci se la può riconoscere il Vigna.
Quando suona il campanello, io mi faccio trovare in piedi vicino alla poltrona: ho paura di cadere dalle scarpe. Farò qualche passo per salutarlo e poi tornerò alla mia posto. Lui abbraccia Stella e poi si volge verso di me. Comincia con un: “Non ci posso cre…” Si blocca, mi guarda senza parlare, mentre un sorriso rigido appare sulla sua faccia olivastra. Sono io che mi avvicino, ridacchiando, mentre vorrei ridere piegata in due, e dico: “E a me? Nessun bacio, Vigna?”
Esce dall’apnea e balbetta: “Tu… Tu…Tu…”
“Segnale di occupato, Vigna?” dice Stella ridendo.
“ No è che…”
Non riesce a uscire dalla confusione, gli do un bacio sulla guancia e dico: “sediamoci Vigna”.
“Si, sedetevi” dice Stella. “Vi porto qualcosa da bere”.
Vigna beve un bicchierone di succo tropicale, senza prendere fiato, io e Stella sorseggiamo del vino bianco, evitando di guardarci.
“Avevi sete, accidenti!” Stella chiude ogni frase che pronuncia con una risata .
Io devo lanciarmi al più presto nel discorso che mi sono preparata altrimenti finisco col tradirmi.
“Mi trovi diversa?” Chiedo, molto seria, guardandolo fisso negli occhi. ”Si, Alice, moltissimo”
“Invecchiata? Più brutta?” ”No. E’ che tu…tu…”
“Ma stasera fanno la manutenzione alla linea telefonica?” Dice Stella
“Come? Che c’entra il telefono?” Chiede il Vigna perplesso.
“Non gli badare: lo sai che a Stella piace scherzare”. ”Comunque Alice, sembri un’altra persona! Se c’incrociavamo per strada non ti avrei riconosciuta”.
“Eh lo so, si cambia”
“Eh si, si cresce” dice Stella fissandomi i tacchi.
“Ognuno ha le sue sfortune d’amore: tu ti sei tolto il pensiero all’inizio, senza neanche soffrire tanto perché non avevi nessuno, a me è capitato dopo: sto per lasciare il mio terzo marito”.
“E perché?” Chiede lui
“Passa troppo tempo al pub e poi è manesco”.
“Oddio Ali, mi dispiace.”
“A me no, Vigna, affatto. A dire il vero sono io che cerco di provocarlo quando ha bevuto”.
“Ti piace essere picchiata?”
“No, ma investo per il futuro. Dopo mi fotografo con l’autoscatto, mi faccio uscire un po’ di sangue dalle labbra e vado alla polizia”.
“Perché? “Guarda Stella sconcertato e lei annuisce seria.
“Perché voglio i suoi soldi, Massimo. Voglio metà della sua fabbrichetta! Ho due figli, io”.
“Non ricevi l’assegno di mantenimento per i bambini?
“Si, ma i figli costano, Massimo. Per i figli si vuole sempre di più. Io butto il sangue per loro, perché voglio farli crescere felici”.
“Non ti riconosco proprio:dici cose ciniche. E quelle unghie così lunghe con lo smalto rosso: non hai mai portato smalti colorati.
“Queste unghie, e metto le mani ad artiglio, servono per mangiare meglio”.
Però accade che le agito troppo e l’unghia del mignolo si scolla e cade sul tappeto. Lui non la vede e io ci poso un piede sopra.
“Raccontale di te” gli dice Stella.
“Sono cambiato anche io, penso, anche se non sembrerebbe. Certo non come te. Non ho una moglie, solo qualche donna di passaggio e poi la passione del cinema: quella non l’ho perduta. Ho allestito una piccola sala cinematografica in una stanza della casa. Vedo film che non girano su circuiti pubblici con degli amici che amano il cinema come me”.
E si accende in viso mentre ci parla di un regista armeno che ancora non conosce nessuno, ma che presto salirà le vette del successo.
“Ma basta! Tiriamoci un po’ su! Ho io quello che ci serve”. Stella scompare in cucina.
Ritorna con il pacchetto argentato. Lo appoggia sul tavolo che c’è davanti a noi. Vigna lo fissa senza parlare.
“Vigna, senti, non è che avresti qualcuno da presentarmi quando torno a Roma? Un dirigente amico tuo potrebbe andar bene: mi sentirò sola e dovrò colmare il vuoto della solitudine”
“Non so, Ali, al momento non mi viene in mente nessuno”. Dimentica il pacchetto che Stella non riesce ad aprire e torna a guardarmi.
“Non ci posso credere: la Visconti che si è trasformata in un’arrampicatrice sociale!”
“Vigna: mi offendi!” Però non riesco ad essere indignata e continuo così: “forse hai ragione. Sono diventata quello che non avrei mai pensato”.
Finalmente Stella riesce ad aprire la carta e la polverina bianca appare.
Una sniffatina? Chiede al Vigna.
Lui, la guarda sbigottito e dice: Tu sniffi e tuo marito lo sa?
“Eh, quante domande! Ma sei ancora salutista. Io e Alice, invece, facciamo una sniffatina per movimentare la serata”.
“Ne farei una anche io, ma non di questa”. Ne prende un pizzico tra l’indice il pollice, l’annusa, l’assaggia. Poi dice: “credevo fosse borotalco, invece è farina. Ragazze: vi hanno truffato!”
“E tu come fai a saperlo?” chiedo io.
“Io? Come pensate che mi sia pagato la sala cinematografica?”
“Non lo so: come?“ Chiede Stella.
Spaccio. Secondo lavoro, molto più redditizio del primo.
Bene, dice Stella un po’ risentita: Bei compagni di scuola che mi ritrovo: “un’arrampicatrice, uno spacciatore…”
“Hai ragione,” continua lui pensieroso, poi scatta in piedi, si avvicina a Stella, la prende per la vita e comincia a ridere, ridere. La sua risata è senza fine.
Perché ridi? Dice Stella con aria offesa. “E togli queste mani”.
“Già, non mi sembra che sia divertente questa faccenda.” Dico io.
“I rotolini di ciccia ci sono ancora, anzi se ne è aggiunto anche qualcuno nuovo”.
E tu? Dice rivolto a me.
Io?
Togliti la parrucca e vai a cambiarti!
E ride, ride, piegato in due. Siete proprio le solite sceme.
Vigna come hai fatto a capire?
Vigna perché conosci la coca?
Lui ride disteso sul divano. Con la mano fa cenno di aspettare. Riprende fiato, poi dice:”Vi avevo accennato che sono cambiato, ora vi spiego perché riconosco la cocaina”.
Ma questo è un segreto che appartiene a Massimo Vignale e non sarà scritto qui.
E noi…Noi siamo proprio come eravamo, a parte il Vigna che è si è fatto più furbo.
Categorie: Chiacchiere
[ 8 commento(i) ]
C’è uno stanzino, nella casa dove dormo, che nessuno ha più toccato da quando è morta mia nonna qualche anno fa. Nello stanzino c’ è un armadio, nemmeno tanto grande, che lei aveva riempito di tutto quello che non riusciva a buttare. Ieri notte, dopo aver bevuto un caffè che stava in piedi da solo, decido di svuotarlo. Tiro fuori tovaglie consumate, bicchierini di detersivi, avanzi di saponette, carte, spaghi, scatole di latta piene di tappi usati. In una busta di plastica piena di buchi, sotto degli stracci, trovo delle lettere: centinaia di lettere e cartoline postali che lei e mio nonno si sono scambiati durante la seconda guerra. Comincio a leggerle: una lettera al giorno di lei per tre anni. Una lettera al giorno di lui ogni 3 giorni. La lettere di mio nonno sono piene di parole oblique e terminano con un disegno di un sole che scende sul mare, di un fucile, di un fiore. Anche la scrittura di mia nonna è obliqua, ma facile da decifrare. Le sue frasi sono perfette. Parla del tempo in un modo in cui io non riuscirei a fare: è difficile scrivere del tempo senza sfiorare la banalità. Lei riesce a scriverne con leggerezza, sdrammatizzando tutti gli altri fatti che racconta. Leggo e confronto con suoi racconti della guerra. Di quando mi parlava del corso di calligrafia che aveva seguito l’ultimo anno di scuola; e proprio grazie a questo corso che riesco a leggere un foglio dopo l’altro. Parla di una strada, senza nominarla, in cui succedono fatti terribili. Quella strada è via Tasso dove suo padre, infermiere in un ospedale poco lontano, passava quando tornava a casa. Descrive di colloqui avuti con persone che potrebbero far lavorare mio nonno alla fine della guerra. Potresti fare l’imbianchino, suggerisce lei, è un mestiere molto richiesto. Oppure il fattorino, anche di quello c’è un gran bisogno. Leggo e la vedo camminare per le strade di una città bianca e nera, tirandosi dietro una bambina di due anni(mia madre). Poi accade l’imprevisto: mio nonno viene ferito e ottiene il congedo. E poi un altro imprevisto ancora: nascondono, per tre mesi, un soldato inglese nella cantina del palazzo dove abitano. Nella busta c’è anche un cartone rigido in cui gli Alleati riconoscono il merito di aver salvato la vita di un inglese. Quella fu la loro salvezza, perché alla fine della guerra, proprio a causa di questo riconoscimento, mio nonno venne assunto come autista dall’esercito americano. Per anni ho sentito parlare di questa storia. La conclusione era sempre questa: ci ha salvato dalla fame. Però ora che stringo quel cartoncino sbiadito tra le mani, mi chiedo: quando gli portavano da mangiare: la notte, la mattina presto? Gli abitanti del palazzo sospettavano l’esistenza di un uomo nascosto? Come era questo uomo che è stato al buio per tre mesi? Di cosa parlavano quando scendevano giù in cantina? Posso solo immaginarlo perché non glielo ho mai domandato. E continuare a leggere per capire come erano.
Categorie: Questioni di famiglia
[ 6 commento(i) ]
Sto partendo da Bruxelles dove volare costa una sciocchezza (indovinate perché?), sto partendo con la mia valigia da emigrante rigorosamente vuota e il portatile che potrebbe farmi confondere con una politicante in trasferta se non fosse smascherato dal cellulare tenuto insieme dallo scotch e se non stessi in compagnia di due bambini che, per far partecipare tutti i passeggeri alla loro lite, si scambiano insulti in inglese. Però che gioia ascoltarli nel loro british perfetto. E come suona delizioso quel sorry prima del pugno.
Vado in vacanza, quindi in ufficio. Raggiungo la terza I e già che ci sono, cerco di scoprirne anche qualcun altra.
Torno a sentire chiacchiere in ogni tempo e luogo e poi ritorno ancora. Magari scrivo se ne ho voglia.
Categorie: Questioni di famiglia
[ 8 commento(i) ]
Sto leggendo una raccolta di racconti di Marco Lodoli. Ho finito di leggere il secondo e sto per iniziare il terzo. Solo per il primo che s’intitola: Il professore di storia dell’arte, posso dire che vale la pena di comprare questo libro, ma non voglio scrivere una recensione, per lo meno, non oggi. Voglio parlare di professori. Ho incontrato Marco Lodoli un pomeriggio di qualche anno fa. Ci ha letto qualche pagina di un romanzo che gli piaceva, ci ha raccontato del suo rapporto con gli alunni a cui insegnava, di un titolo di un tema che dava di frequente: Descrivi cosa c’è nelle tasche del tuo cappotto. Mentre parlava si tirava su i calzini che gli scendevano e si tirava giù i pantaloni che erano troppo corti, non riusciva a stare fermo, ma era perfettamente a suo agio. Accidenti ho pensato: che bel titolo. E mi sono ricordata del mio professore di liceo, che quando sbagliavamo a tradurre una frase di latino ci lanciava il libro addosso e di quella volta che ci ha dato un tema sulla teoria delle illusioni del Foscolo. Il giorno prima ci aveva letto un “suo” elaborato per aiutarci nella compilazione del tema, e invece non era mica farina del suo sacco, ma un riassunto di una critica di Asor Rosa, per giunta scritta in modo tale che non si capiva niente. Comunque io la critica l’avevo trovata, ma poi avevo fatto il tema con una mia idea che era più o meno così: che è lecito ricorrere ad una illusione se questa ti fa star meglio. La sua reazione è stata terribile. Quando è passato tra i banchi mi ha lanciato il foglio protocollo contro e ha detto, senza fermarsi: “Galetta non hai capito un c****!” Chissà forse è stato anche per quello che poi non ho creduto in Dio e pure per quello che ho perso il libro su cui Lodoli, oltre alla dedica, mi aveva scritto il suo indirizzo a cui mandare qualcosa. Forse i modi del prof. di italiano erano un po’ violenti, ma, in fondo in fondo, nella sostanza una traccia positiva l’ha lasciata.
All’università i professori erano diversi; oggi, quelli che avevo io, sono entrati quasi tutti in politica. Antonio Martino, per esempio, insegnava una materia che seguivano in pochi. L’ho conosciuto bene: ho seguito il suo corso (eravamo una decina) e un seminario con pizza finale. Quando spiegava rideva sempre e ci ossessionava con il fatto che avesse studiato in America e che sapesse l’inglese alla perfezione. Una delle tre I dei cartelli di propaganda elettorale che erano sparsi in tutta Italia prima delle elezioni. E alla I dell’inglese sono sensibili tutti, quelli di destra, di sinistra e anche quelli a cui non gliene importa niente di politica. Lo so perché da quando vivo qui c’è una frase che sento spesso: “Ma ti rendi conto che i tuoi figli parleranno inglese alla perfezione?” E invece quello che conta è parlare l’inglese (non degli inglesi) che si parla nel mondo e quello non ci vuole tanto per impararlo. E poi c’era Antonio Marzano; con lui ho fatto due esami e anche la tesi. Lui, a prescindere dalle sue idee, era un bravo insegnante. Spiegava bene, ti lasciava parlare, non ti faceva pesare quello che sapeva. Riusciva quasi a convincerti che avesse ragione. Peccato che sia entrato in politica anche lui.
Categorie: Libri
[ 5 commento(i) ]
Veronica guida e chiacchiera. Si gira verso di me per controllare che l’ascolti. Io faccio segno di sì che la sento, ma sono un po’ sulle spine. “Non ti preoccupare” - dice lei, “quando parlo non mi distraggo mica”. Mi chiede un fazzoletto. “Sono lì nel cruscotto”, dice. Apro lo sportello, le porgo un fazzoletto e vedo uno strano oggetto, una specie di martello. “Cosa ci fai con questo?”
“Ah quello, l’ho comprato in offerta al mercato. Serve per rompere il vetro della macchina: ha i finestrini elettrici”.
“Non capisco”, dico io.
“Se la macchina va a finire nel canale: come faccio a uscire se i finestrini sono elettrici?”
“Ah, ora ho capito”.
“E’ una questione di sicurezza, come allacciarsi le cinture”, conclude lei. “Lo sai che una volta i canali erano protetti da sbarre?”
“E perché non ci sono più?” Chiedo, senza voltarmi, con la speranza che non si giri ancora verso di me.
“Perché se una macchina andava contro la ringhiera poteva rimbalzare sulla strada e scontrarsi contro altre auto che non c’entravano nulla. Commetti un errore? Non è sensato che ci rimettano anche altri”.
“Mi sembra giusto”, rispondo io.
“Hai preso il brevetto C?“ continua lei.
No, non è obbligatorio”.
“Io invece sì: so nuotare sott’acqua, con la giacca a vento e le scarpe”.
“Attenta a quello!Mi sa che è ubriaco”. C’è uno davanti a noi che tenta di pedalare al di fuori della pista ciclabile. Ma non riesce nemmeno a partire.
“Tra un po’ avremo un’altra bicicletta nel canale”, prevede lei mentre sterza per evitarlo.
“Ma non sarebbe meglio che chiamassimo la polizia?” Dico io.
“Fatti suoi! Tanto avrà anche lui il brevetto C”.
“La prossima volta prendiamo la mia macchina: mi annoio se non guido”.
Categorie: Chiacchiere
[ 4 commento(i) ]
Che mi hanno colpito, fatto sorridere, che mi ritornano in mente
Quella di uno di 8 anni:
Guardandosi la mano pensieroso dopo aver fatto un bagno: Con questa mano rugosa sembro un vecchio di 30 anni
Quella di uno di 12:
Scuotendo la testa, un po’ avvilito: tu non sai come sono le donne di oggi: se non hai un cellulare nemmeno ti parlano!
Quella di uno di 25:
Con un sorriso appena abbozzato: quello che mi piace della vita? Le mie partite a golf
Quella di una madre giovane:
In tono deciso:quando compro un elettrodomestico, voglio sempre il migliore.
Quella di una madre più anziana:
Detto con un tono di chi sa ormai tutto:la vita di una famiglia gira intorno al frigorifero.
Quella di uno di 50 anni che è arrivato in alto, che più in alto non si può:
Pronunciata sottovoce, quasi come parlasse a sé stesso: La carriera che riesci a fare dipende tutta dalla quantità di merda che riesci ad inghiottire.
Categorie: Chiacchiere
[ 4 commento(i) ]
Ho scritto un racconto che non posterò sul blog. E ho un problema. Ho scritto 2 incipit e non so decidermi su quale scegliere. A voi quale piace di più? L’1, il 2 o il 3 (nel caso che non vi piaccia nessuno dei 2)
1) Procede lentamente lungo la linea gialla attento a non calpestarla. Procede lentamente perché ha giurato che non vi passerà sopra e perché ha paura di perdere l’equilibrio con quelle scarpe con cui non ha maicamminato per strada. In casa non ha incertezze: ha passeggiato per ore lungo il corridoio fino al bagno e poi di nuovo verso la stanza di sua madre fin davanti allo specchio dove si è guardato le caviglie sottili, le gambe appena depilate, il corpo magro fasciato nel vestito di maglia, il viso liscio con gli zigomi da femmina.
Questa mattina era solo: sua madre era dalla vicina a cucinare per il pranzo della comunione di Sara, lui al bar per il torneo di briscola. Dalle finestre della cucina entrava un vento caldo che gonfiava le tendine bianche. Gli piaceva guardare come si alzavano, rimanevano sospese e poi ricadevano giù, ma alla fine aveva dovuto chiudere le persiane per timore di essere visto dalla strada mentre si vestiva. A quel punto il vento, costretto tra i listelli di legno, non era più riuscito a sollevarle e questo cambiamento gli aveva portato una tristezza che non si era saputo spiegare.
Sergio aveva citofonato in quell’istante. Si era infilato la parrucca viola, era sceso per le scale con le scarpe in mano, le aveva infilate quando aveva visto Sara che saliva.
“Ti ho riconosciuto”, aveva detto lei, - “è inutile che fingi: gli occhi non li puoi cambiare, anche se li dipingi con il trucco”. “Ma oggi ho questi”, aveva risposto lui e, dalla tracolla, aveva tirato fuori un paio di occhiali da sole con le lenti nere. ”Con questi non si vedono gli occhi”. Sara si era fermata a guardarlo mentre lui continuava a scendere concentrandosi per non cadere; quando stava per scomparire si era sporta oltre la ringhiera e aveva urlato: “Tony ti voglio bene!”
2) Entra nel bagno delle donne a testa bassa e si chiude nella prima toilette che trova libera. Il water è sporco: preme il bottone dello sciacquone, ma l’odore rimane insistente. Attacca la borsa alla maniglia e si spoglia. Rimane nudo e incerto in quell’ambiente stretto e malsano, poi lentamente comincia a rivestirsi: prima le mutandine elasticizzate, il reggiseno imbottito, poi l’ovatta, una canottiera di velo, la tunica viola che ha comprato all’oviesse, infine i jeans con i ricami. Sostituisce le scarpe da ginnastica con delle ballerine nere. La trasformazione non è ancora completa. Cerca tra i vestiti, i trucchi e tutti gli altri oggetti che si è portato: a cosa potrebbe essergli utile un coniglietto di pelo, delle cassette musicali senza walkman e una merendina sbriciolata? Fruga, sempre più agitato, accartocciando gli abiti che aveva piegato con cura; infine trova quello strano cappellino di cotone da cui pendono fili intrecciati che ondeggiano ad ogni movimento del viso. Lo sistema con precisione sulla testa rasata. Apre la porta, posa la borsa sul lavandino, comincia a truccarsi con gesti sicuri: si spalma una crema schiarente sul viso, sfuma, come se facesse un chiaroscuro, un ombretto nocciola intorno agli occhi, completa con un tocco di rimmel e uno di rossetto senza ripassare. Non vuole strafare. Si aggancia gli orecchini con i pendenti d’ametista che ha sottratto dal comò di sua madre, infila gli occhiali con le lenti nere, fa un passo indietro, si fissa allo specchio: finalmente Viola.
Categorie: Incipit
[ 11 commento(i) ]
Tirerei fuori uno scheletro dall’armadio se ne avessi uno reale, per infilarlo, collegato con una molla, nel secchio della spazzatura per spaventare chi me lo riempie. Qui ognuno ha il suo secchio e il giorno in cui passa il camion lo devi portare sulla strada. E ognuno ha il suo giorno. Il mio è il lunedì. Un anno fa, con appostamenti notturni, era riuscita a far desistere un tipo che arrivava in jeep dopo mezzanotte e gettava roba nel mio. Non so se fosse solo lui a riempirlo, comunque la notte che lo scoprii, dalle finestre delle case non si vedeva nessuno: solo luci soffuse e ombre; eppure ho la sensazione che tutto il quartiere abbia saputo di quella faccenda. Ora la storia si ripete, ma il misfatto è compiuto di giorno. Considerato che il secchio si trova in una piccola costruzione a cui hanno accesso, attraverso una porta secondaria, alcuni negozi, i colpevoli potenziali possono essere quattro: la ragazza della libreria, la massaggiatrice thailandese, la venditrice di abiti e il tabaccaio. Se dovessi decidere per simpatia, escluderei la ragazza della libreria perché è brutta, anzi più che brutta è un po’ sgraziata e ricorda un airone che inciampa nelle zampe; perché l’ho trovata più volte, quasi al buio, nella casetta della spazzatura a bere caffè bollente e a fumare con aria colpevole. Eliminerei anche la massaggiatrice thai perché si sbraccia a salutarmi quando va via con la macchina e poi mi fa solo un sorriso quando c’incrociamo per strada. La escluderei per quella poltrona allungabile che è sempre vuota, per le creme e gli unguenti che sono sempre nella stessa posizione sullo scaffale, perchè nessuno entra nel suo negozio, anche se lei, di tanto in tanto, tira le tende. Restano il tabaccaio e la venditrice di abiti: loro avrebbero delle ragioni a farmi un dispetto.
Dal tabaccaio ci sono entrata poche volte: per fare qualche fotocopia, comprare francobolli e prendere mappe geografiche che perdo regolarmente. E’ un tipo antipatico perché quando gli parlo non mi guarda negli occhi, ma è sempre indaffarato a scrivere numeri su una tabella, a timbrare fogli e a mettere firme: sembra un impiegato di un ministero e invece vende sigarette e poco altro. Poi perché ogni volta che chiedo la cartina di un paese, fa una smorfia come se avessi pronunciato una bestemmia. Allora scrivo il nome su un pezzo di carta, ma davanti alla parola scritta correttamente resta ancora perplesso. A quel punto intervengono i suoi clienti: loro capiscono e traducono per me.
Poi c’è la venditrice di abiti di lusso, proprietaria di un negozio gigantesco, pieno di manichini senza testa che acconcia in modo surreale. Molto truccata, molto vestita, molto snob (un’olandese atipica). Nel suo negozio sono entrata una volta per provare un paio di scarpe che avevo visto in vetrina. Indico il modello, mi serve una delle commesse, mentre lei mi osserva dalla sua scrivania antica. Infilo le scarpe che sono almeno di due numeri più grandi di quelle che ho chiesto. Non vanno bene, dico. Allora interviene lei, con un gran sorriso mi dice che con un paio di calze di lana saranno perfette. No, insisto io, voglio il mio numero se c’è. Lei dà ordini alla ragazza che porta altre scatole. A quel punto abbandona la scrivania, viene a servirmi di persona, credo che questo rappresenti un onore, mi illustra i modelli, tenendoli in mano come se fossero di cristallo. Per un po’ la sto a sentire, poi la interrompo, le dico che io volevo comprare le scarpe esposte in vetrina e che queste, anche se mi piacessero (e qui commetto un errore) sono di misura troppo grande per me. Lei serra le labbra, si offende, ritorna alla sua scrivania e borbotta: allora devi andare in un negozio per bambini. Da quel giorno, quando c’incontriamo per strada, io la fisso con insistenza perché so che l’infastidisco e lei sbuffa e fa smorfie di disprezzo.
Per tutte queste ragioni, quando ho trovato il secchio colmo, ho preso i sacchi e li ho infilati equamente nei secchi di lei e di lui. Sono rientrata velocemente dentro casa, ho radunato tutto quello di cui mi volevo liberare, anche cose che era meglio che tenevo, e ho riempito il mio secchio in modo che non entrasse più nemmeno uno spillo. Poi ho spinto con forza il coperchio e a quel punto ho visto la ragazza della libreria che mi osservava da dietro la porta semiaperta. Ho avuto un dubbio, ma nessun ripensamento.
Categorie: Roba d'Olanda
[ 11 commento(i) ]
Oggi sto a casa. Ieri ho camminato sotto la grandine e ora ho il raffreddore. Innaffio le piante, guardo dalla finestra: piove sottile, come piace a me. Ascolto Gomez, Conte, Cave, poi per tirarmi su mi bevo un caffè e metto i Linkin Park. Stiro magliette. Una montagna di magliette. Cerco i semi di girasole e li metto da parte per quando la gerbilla si sveglierà. I topi dormono la mattina. Ascolto la radio dalla tv, mentre mi annoia mortalmente leggere o ascoltare di programmi televisivi.
A parte blob ovviamente. Mangio una minestrina, guardo fuori dalla finestra: il vicino è fuori. Poi sento un rumore. Nel soggiorno c’è un vetro rettangolare che si affaccia su un ballatoio di un ufficio. Non si può aprire, serve solo per avere più luce: ci sono 4 paia di occhi che mi guardano oltre il vetro. Torno in cucina: anche qui oltre la finestra sopra il lavello c’è qualcuno: con calma e rilassatezza dipinge il muro. Entro nella stanza dove scrivo e vedo un tizio sul terrazzino che mescola colori, ogni tanto getta un’occhiata dentro la mia stanza e poi riprende il lavoro. Chiudo le tende e me ne vado.
Categorie: Roba d'Olanda
[ 14 commento(i) ]
|