Per Farida…     13-11-2003  

Per Farida

Hai mantenuto la tua promessa.

La cartolina che mi hai spedito ha il timbro postale del 10 agosto come avevamo stabilito.

Ne hai scelta una in cui c’è il mare e hai scritto il tuo nome, senza una parola, una frase.

Tornerai? Mi spaventa saperti in mezzo alle macerie, vicino ai carri armati, ai fili spinati.

Si torna sempre: ho vissuto in quella terra per venti anni senza che mi succedesse nulla. Mi hai risposto così quando ci siamo salutati.

La tua amica mi ha consegnato una scatola in cui c’era l’anello di finto argento, un pacchetto avvolto nella carta di giornale e dei libri che ti avevo prestato.

“Allora non torna?” le ho chiesto, dopo aver dato un’occhiata a quello che c’era all’interno – Perché non dovrebbe? Ha risposto lei, indicando i manuali e l’armadio: la sua roba è qui!

Sui suoi occhi è comparsa quell’espressione che me l’ha sempre resa antipatica.

Ho aperto il libro di patologia clinica: avevi sottolineato alcune frasi con la matita rossa. Torna ho pensato, deve fare l’esame.

Il pacchetto non l’ho aperto davanti a Lilly: continuava a girarmi intorno come un avvoltoio, poi quando stavo per uscire ha cercato di trattenermi con un abbraccio.

Sei gelosa?

Mi piacerebbe che lo fossi.

Sono andato nella mia stanza in affitto. Ho infilato una tuta e ho corso per un’ora sotto una pioggia sottile; poi ho fatto una doccia, pensando alla scatola. Ho acceso il fornello e ho messo dell’acqua a bollire. Ho stappato una bottiglia di vino bianco, stavo per gettare la pasta e invece ho aperto il pacchetto: ho trovato i tuoi capelli tenuti insieme da due fermagli verdi .Visti sotto la luce del lampadario della cucina, il nero sembrava quasi blu.

Non li hai mai portati intrecciati quando stavamo insieme.

E’stato un regalo macabro. A me non sarebbe venuto in mente di fartene uno simile, se fossi partito per la guerra.

Ma poi che dico? Io non farò neanche il militare. E sono troppo individualista per sacrificarmi anche minimamente per qualcosa che non mi riguarda in modo diretto. A volte mi capita di provare disprezzo e insofferenza per il mio Paese e per quelli che lo abitano. Succederà così anche per il tuo se un giorno nascerà. Dopo 100 anni dalla sua creazione, forse anche prima perché il tempo scorre sempre più in fretta, qualcuno proverà vergogna e fastidio di essere nato lì.

Certo, sei cresciuta nella miseria e nella violenza. Non posso sapere cosa abbiano significato per te quegli anni; posso imaginarlo, come ho cercato di fare quando ti domandavo i particolari della tua vita di un tempo, ma tu sei stata sempre evasiva. Dicevi: parlare del mio passato mi fa venire i brividi: vedi? E scoprivi il braccio. E allora smettevo di chiedere: ti baciavo e ti facevo ridere. Ma era il tuo passato o il tuo breve futuro a spaventarti? Insieme siamo stati felici: ero consapevole che ci fosse qualcosa che mi tenevi nascosto, ma avevo te; ora sono convinto che un anno fa, quando ti sei iscritta all’università, tu già sapessi che avresti compiuto questa follia. Anzi penso che ti sia concessa un anno per riflettere se quello che avresti fatto, fosse dettato da una necessità ineluttabile oppure dalla suggestione collettiva. Sei venuta in Europa, hai scelto una città italiana e una facoltà che insegna a curare gli uomini; hai continuato a mantenere i contatti con i tuoi amici, ma hai cercato di costruirti una nuova vita, una nuova identità. Hai conosciuto me: io potevo essere quello che ti avrebbe salvato. Mi hai amato, lo so, ma non hai cambiato idea sulla tua missione. Non ti sei confidata con me, convinta che ti avrei giudicata pazza e avrei tentato di fermarti. Se tu non mi avessi spedito la cartolina e mi avessi restituito solo l’anello e i libri, non avrei scritto questa lettera: me la sarei presa con te perché mi avevi dimenticato e, alla fine, mi sarei rassegnato. Sarei venuto a conoscenza del tuo progetto solo dopo la tua morte, sempre che me ne fosse arrivata notizia. Lasciandomi i capelli, hai voluto anticipare quello che stai per fare. Credo che tu abbia agito d’impulso, senza riflettere, ubbidendo a quel poco attaccamento alla vita che ti è rimasto.

La casa dove abitavi non c’è più: i vicini affermano che non c’era nessuno dentro quando è stata distrutta dal carro armato. Mostro la tua foto, che ho ritoccato: avevi i capelli sciolti quando l’ho scattata e li ho nascosti con un fazzoletto nero. Qualcuno ricorda di averti visto nel quartiere, ma nessuno ha saputo dirmi dove tu possa essere. Nello zainetto ho un mucchio di fotocopie di questa lettera; ne lascio una a tutti quelli che ti conoscono. Dei giornalisti francesi mi hanno istruito su come devo muovermi durante le ore del giorno, mi hanno anche promesso che s’impegneranno per lanciare un appello da una radio locale; ma io preferirei che ti giungesse questa lettera, o ancor meglio che c’incontrassimo casualmente lungo la via. Se leggi queste righe, sai dove vado a dormire. E’ una stanza piccola con due finestre; una dà su un cortile interno ed è spalancata durante la notte: si sente il rumore dell’acqua della fontana e arriva il profumo intenso di un gelsomino che si arrampica lungo il muro. Dall’altra si vede la strada percorsa dai camion pieni di militari e si scorgono i bagliori dei colpi sparati oltre la collina. Da quella finestra spero di vederti arrivare, chiamata da questa lettera. C’è ancora qualcosa che devo dirti e che non voglio scrivere.

Togli le bombe dalle tasche, mettici questo foglio e vieni da me.

Andrea

Allaccia i sandali e si guarda allo specchio. Con le dita della mano aggiusta i capelli: non è necessario che li pettini, sono talmente corti che neanche una ciocca uscirà dal fazzoletto.  Indossa dei pantaloni di lino nero e una camicia dello stesso colore. Passa sul viso un velo di cipria bianca, si copre con una tunica che le nasconde il corpo . Mentre si annoda il fazzoletto, sente un fruscio sulla strada. Qualcuno ha spinto una busta attraverso la fessura della porta. La raccoglie senza aprirla, senza neanche dare un’occhiata al mittente. La mette nella borsa insieme alle altre. Esce nella notte, sfidando il coprifuoco.

Categorie: Storie per la rete

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Club, associazioni e tessere.     13-11-2003  

Non mi sono iscritta al Club delle italiane della scuola dei miei figli. Non ho neanche risposto all’invito dell’associazione italiani nel mondo. Insomma generalmente non partecipo, mi astengo. A votare ci sono sempre andata però. 
C’è sempre un’eccezione: lo scopo di questo club è vago, ed è una delle ragioni che mi ha spinto ad aderire, e poi la tessera è molto carina.

  Il fondatore del club è lui. 

Categorie: Segnalazioni

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Non vorrei mai scrivere come lei     12-11-2003  

Come la Mazzantini in questo libro:

Categorie: Libri

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Chi scrive qualcosa trova     10-11-2003  

Se rileggo quello che ho scritto mi accorgo che ho lasciato più traccia di me in quello che ho inventato rispetto a ciò che ho riportato fedelmente. Nel descrivere i fatti così come si sono svolti, uso espressioni e parole e linguaggi che innalzano una barriera dal come sono veramente. Quando scrivo di un bambino o di un pazzo, di qualcuno che è molto lontano da me, non ho necessità di nascondere nulla. La mia identità è al riparo e quindi mi sento più libera, scrivendo di quell’individuo, di arricchirla con particolari in cui mi riconosco. Questo riconoscimento non avviene al momento, ma dopo un certo periodo di tempo. Trovo che tutto ciò sia affascinante. E anche che contraddica (per quanto riguarda me) ciò che molti sostengono: si scrive per gli altri, per essere letti, ecc. Che ci sia un piacere ad essere letti è innegabile, ma il piacere maggiore lo avverto nello scoprire quella parte di me stessa di cui, altrimenti, sarei stata consapevole solo in termini confusi.

Categorie: dello scrivere

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Basilico mio Basilico     07-11-2003  

Una volta ero una Pollice Killer. Le foglie delle piante che avevo in casa tremavano quando mi avvicinavo.Tremavano e cadevano, si afflosciavano, ingiallivano. Io mi ostinavo a comprarle e loro a morire. Alla fine avevo qualche piantina grassa, un potos con solo 3 foglie e un ficus con 5.

Poi mi sono trasferita qui. E ho deciso che doveva cambiare qualcosa nella mia vita e questo qualcosa doveva essere il mio rapporto con le piante. Ho comprato manuali, un’enciclopedia, ho fatto ricerche su internet. Ho studiato. Ho scoperto che alcune informazioni sui libri erano errate. Ho pensato alle piante tutte le mattine. E non ci sono stati più decessi. Gelsomino, pianta del caffè, croton, eucalipto, kenzia, melograno, limone, banano, jatropa, spatifillo, violetta africana, stephanotis ,orchidee e piante tropicali crescono e fioriscono.

Oltretutto il mio nuovo comportamento era anche in linea con i suggerimenti del manualetto che avevo ricevuto appena arrivata qui, che consigliava come antidoto alla nostalgia quello di circondarsi di piante.

Insomma, tutto sembrava andar bene. Certo il banano e il limone non producono frutti, ma sono rigogliosi.

Solo lui continua a morire. Lo sposto, lo innaffio, lo guardo. Gli cerco un raggio di sole. Lo riparo se il freddo è troppo intenso. Lo metto vicino ad altre piante, lo isolo. Gli ho anche promesso che non lo mangerò con la caprese. Che lascerò crescere i suoi fiorellini bianchi. Ma lui niente. Non ne vuole sapere di vivere qui, non vuole integrarsi.

Categorie: Questioni di famiglia

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Sui colori     05-11-2003  

Ieri camminavo in una strada del centro dell’Aja ed ero allegra.
L’Aja è una città anonima: non ha i ponti moderni di Rotterdam e i bei canali di Amsterdam. Però ieri era bella. Nei mesi di settembre e ottobre non ci sono state giornate ventose e le foglie giallo-arancio-rosso erano ancora attaccate ai rami degli alberi e le strade avevano un aspetto diverso. Ero vicina ad un chiosco di fiori quando ho notato un uomo fermo sul bordo del marciapiede con un bastone bianco che ha sbattuto tre o quattro volte davanti a lui. Quando ho capito che aveva intenzione di attraversare la strada, sono rimasta allibita: un non vedente va sempre al semaforo oppure chiede aiuto. Ma il suo bastone doveva essere magico perché il camion e le macchine si sono fermate di colpo. Lui ha attraversato e ha proseguito con il suo ticchettio sul marciapiede opposto.
Ho ripensato ai giri che facevo con Emilio, qualche anno fa. Abitavamo vicino e quindi chiamavano sempre me quando doveva essere accompagnato in qualche posto. L’ultima volta che siamo usciti insieme, avevo una pancia di otto mesi e lui voleva comprarsi un maglione in un negozio di Piazza di Spagna. Di solito andavamo nel discount o alla Upim del quartiere. Non ho tempo per cucinare – diceva – e comprava solo scatolette e passata di pomodoro e bottiglie di birra senza etichetta. Emilio aveva 25 anni e studiava economia. Viveva da solo in un appartamento minuscolo che gli aveva offerto il Comune. Detestava gli obiettori perché – diceva - gli raccontavano i fatti loro annoiandolo a morte. Comunque quel giorno dovevamo prendere la metro e io non gli avevo detto che aspettavo un bambino. La prima che è arrivata era affollata e allora ho detto: senti Emilio, prendiamo quella dopo: ho la pancia. Lui ha diretto una mano verso di me e io gli ho fatto sentire quanto sporgeva. Riaccompagnami a casa, - ha detto- non puoi viaggiare in metro.
Si, che posso – ho risposto io.
Siamo saliti su quella successiva. Lui si è arrabbiato tantissimo perché nessuno mi ha ceduto il posto e ha cominciato a parlare ad alta voce di quanto fosse bastarda la gente. Io cercavo di farlo stare zitto e alla fine ha smesso, ma si vedeva che era contento. Quel pomeriggio mi ha raccontato di quando aveva perso la vista otto anni prima.
I colori li ricordo tutti, - ha detto -anche le sfumature.
Cominciamo la nostra passeggiata: via Condotti, via Frattina. Voleva comprare un maglione di V.
Siccome si vestiva con roba da poco prezzo e fuori moda, questo desiderio mi aveva lasciato perplessa. Nelle strade la gente ci guardava. Lui aveva rimpicciolito il bastone, camminavamo sotto braccio e molti si giravano. Credo fosse per la combinazione Donna incinta + Non Vedente; magari qualcuno, dopo averci squadrato ben bene, sarà anche andato di corsa in un botteghino del lotto. Io un po’ mi vergognavo, un po’ cominciavo ad innervosirmi. Avevo una gran voglia di dire: Ma che ti guardi? Però stavo zitta perché poi Emilio si sarebbe sentito in dovere di intervenire e sarebbe uscita fuori una lite pazzesca.
Comunque entriamo in un negozio enorme, pieno di commessi magri e vestiti di nero. Si scambiano un’occhiata d’intesa tra loro e per qualche minuto nessuno si muove. Poi uno si dirige verso di noi con aria seccata. Emilio chiede un maglione azzurro. Abbiamo questi, - risponde il commesso, con un gesto della mano. Prendili, per favore – dico io . Lui alza agli occhi al cielo e ne poggia alcuni sul bancone. Emilio comincia a toccarli. Chiede al commesso le sfumature dei colori. Quello si sistema il ciuffo di capelli che gli copre gli occhi e risponde: quelle che vede. Uno è blu scuro, Emilio, quasi nero. Uno è giallo come i petali del girasole. Un altro è verde prato.
E camicie bianche ne avete? No, - dice il commesso. E alza ancora gli occhi, scocciato.
Qualcosa di spiacevole sta per succedere, lo so. Mi pare già di sentire Emilio che urla. Gli stringo leggermente il braccio e sussurro: andiamo a cercare da qualche altra parte. Ma lui non si muove. Continua a toccare con i polpastrelli la lana dei pullover. E cos’è questo strano odore che si sente? Chiede arricciando il naso. Da dove viene? Ma sono maglioni usati questi?
Il commesso ci fissa impassibile. Emilio dopo averli toccati per bene, comincia ad annusarli. Poi continua: no, non arriva da qui. Alza la testa di scatto in direzione del commesso che è più alto di lui di almeno dieci centimetri: sei tu che puzzi, il mio fiuto non mi tradisce mai!. Si toglie gli occhiali scuri e guarda il ragazzo con le sue pupille che vanno dove capita.
“Noi ciechi abbiamo il naso fine e poi anche un senso speciale: quello di percepire gli stronzi sin dal principio”. Al commesso si scompone il ciuffo e anche il linguaggio, Dice: Oh, te ne devi da andà!
Ne arrivano altri tre tutti neri e agitati. Signori: questo è un negozio dove non si discute. Siete pregare di uscire…
E’ sorprendente: sembrano dei replicanti, hanno parlato tutti e tre nello stesso istante. Ce ne andiamo. Emilio adesso sorride. Sai, mi dice – sono stato sempre un tipo litigioso. Un giorno o l’altro mi metterò nei guai, lo so, ma non mi importa. E poi mi piace entrare in questi posti di lusso: sono solo i soldi qui a fare la differenza.

Categorie: Con quella faccia un po così

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Oggi voglio pensare a     04-11-2003  

Oltre cento anni fa, un uomo scriveva: you can have your secret, if I can have your heart. < ?xml:namespace prefix = o ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:office" />

Una frase su cui dovrebbero riflettere tutti coloro che stanno vivendo una storia d’amore. Questo uomo era Oscar Wilde e non fu trattato molto bene dalla società di allora. Dopo aver passato due anni in carcere si era fatto questa idea di quelli che stavano al di là delle mura:  Preso nel suo complesso, il mondo è un mostro pieno di pregiudizi, affardellato di preconcetti, corrotto dalle cosiddette virtù. Sfidare il mondo, ecco quale dovrebbe essere il nostro scopo, invece di vivere per accondiscendere alle sue pretese, come facciamo per lo più”.

Sapeva che il mondo non avrebbe smesso di perseguitarlo perché questo avrebbe significato ammettere di aver sbagliato a condannarlo. Incerte furono le cause della sua morte, sicuro è che morì solo.

Categorie: Libri

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Accidenti e chi lo avrebbe mai pensato? Dagmar aveva preparato una cena elaborata. Cucina tedesca, certo, e quindi un po’ pannosa, ma buona. E poi girasoli ovunque, caffè italiano e vino alemanno.

Mentre riscalda la zuppa ci racconta del disagio che avverte nel vivere nel paese dei tulipani: gli olandesi non hanno dimenticato la seconda guerra: c’è una discussione sui giornali che spinge a tradurre i  film tedeschi in olandese perché non sopportano il suono della nostra lingua (i film sono tutti in versione originale con i sottotitoli). Mentre mangiamo ci descrive le ore che passa in macchina ad aspettare suo figlio che esce da scuola (i bambini che vanno al primo anno delle materne frequentano solo per 2-3 ore e quindi se si abita lontano si resta nei paraggi). Sto lì in macchina, dice – no, in un caffè non ci vado perché poi le chiacchiere mi distraggono e non riesco a leggere. Allora sono lì in macchina e invece di leggere, penso, ma penso nel modo sbagliato. Mi viene in mente un’immagine bella e poi si trasforma in un incubo oppure in un fatto ridicolo. Allora ho capito: è arrivato il momento di scrivere, di trasformare questo malessere in righe positive. Mi sono iscritta ad un corso di scrittura creativa, in inglese, ovviamente. La conosco bene questa lingua: l’ho anche insegnata. Potrei fare tante cose, basta solo che decida. Devo smettere di pensare che sia difficile vivere qui. Certo se fossi ad Amsterdam sarebbe diverso. L’Olanda è divisa in due: Amsterdam e il resto del Paese.

E parla, ci fa domande, ascolta. Si ride, tutto procede come non avrei mai pensato.

Ma…

C’è un ma e una domanda che faccio a me stessa: perché quando un’ obiezione sembra banale sono portata a credere che sia una scusa? Quando lei rispondeva ai miei inviti con la frase: “mio marito è stanco”, perché non ho pensato che ci fosse una traccia di verità?

Nelle 6 ore che siamo stati insieme, il marito di Dagmar non hai mai parlato. Non era muto perché ci ha salutato due volte e conosce l’inglese perché altrimenti non potrebbe lavorare qui.

Cosa ha fatto questo uomo durante la cena? Gestiva il vino e l’acqua che non erano sul tavolo, ma sul pavimento vicino alla sua sedia. Non appena il livello di acqua/vino scendeva oltre una certa soglia…zac! Ecco che entrava in gioco lui. Però faceva tenerezza quando cullava il suo bambino. E suscitava sentimenti positivi anche quando, finita la torta di mele, è schizzato in piedi per sparecchiare.

Credo di aver capito come sia andata questa faccenda dell’invito rimandato per due anni:

Lei: li invitiamo?

Lui: No!

Lei: E daiii…

Lui: Nooo…

E via così per 24 mesi; alla fine lui come tutti gli uomini cede, ma pone una condizione: E va bene: Fa come ti pare, ma io non parlo!

Ed è stato Di Parola? Si, anzi Senza Parole…

Categorie: Roba d'Olanda

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Un appuntamento da non dimenticare     31-10-2003  

Ricevevo questa telefonata un mese fa:

Ciao Alice, sono Dagmar.

Segue qualche altra parola di cui capisco poco. La mia comprensione dell’inglese si basa molto sull’intuito e quindi, se è una conversazione telefonica, mi aiuta sapere chi è dall’altra parte.

Una pausa di qualche secondo. Rifletto: Pronuncia british, ma il nome è: olandese, tedesco? Non può essere un fornitore: conosce il mio nome. Così mi esprimo con un sorry che va sempre bene. Dagmar si ripete, rallenta il flusso di parole e finalmente la inquadro: Dagmar di Monaco, madre di un compagno di scuola di Lo!  

Questa tizia l’ho conosciuta proprio all’inizio quando sono arrivata qui. Mi è stata subito simpatica. Di poche parole, a volte sorridente, a volte triste. S’intuiva che la sua vita non era concentrata solo sulla crescita dei suoi bambini. I nostri figli diventano amici. Quindi io dico a Dagmar, 2 anni fa: perché non ci vediamo? Venite sabato sera a cena a casa nostra? Lei tentenna: suo marito è stanco, la notte fa freddo, la strada è buia. Insomma continuo a chiacchierarci quando la incontro, ma smetto di invitarla. Un anno fa sto per salire in macchina. Da lontano qualcuno mi chiama e mi fa cenno di aspettare: è Dagmar. La osservo mentre mi raggiunge. Guardare una persona che sta venendo da te, ti fa capire tante cose. Sì, è proprio una persona simpatica. Si scusa perché ha fretta. Mi dice: E’ arrivato il momento di vederci! Ti andrebbe dopo le vacanze di ottobre? Certo, rispondo. E’ la fine di settembre: il cielo è bianco, sul marciapiede c’è uno strato di foglie bagnate. Dopo l’invito va via di corsa. Non ci vediamo, ma continuiamo a chiacchierare di tutto un po’ quando c’incontriamo.
30 giorni fa, dopo aver capito che l’avevo riconosciuta, chiede:

Ci vediamo dopo le vacanze di fine ottobre?

Sì. Dico io un po’ incredula.

Sabato o domenica? Chiede lei.

Rifletto velocemente: il lunedì i bambini vanno a scuola, meglio non far tardi, ecc.

Sabato.

Bene: hai l’agenda davanti a te?

Mi sento un po’ agitata da questa precisione, rispondo: “Sì, certo.” Trovo una penna, uno scottex e aspetto che prosegua.

Bene: ci incontreremo il primo novembre, alle 2,30 per un caffè a casa mia.

Sì. Rispondo io. Anzi devo aver detto così: ”Sì?!?” perché lei aggiunge qualcosa di questo tipo: il caffè tedesco assomiglia al rito del té per gli inglesi.

Questo appuntamento fissato con un mese di anticipo mi procura una leggera ansia. Lo trascrivo sull’agenda e attacco anche un post sul frigo, ma sono sicura che non lo ricorderò. Continuo a pensarci fino a metà ottobre, poi lo dimentico il post it scompre misteriosamente. Fino a ieri sera, quando arriva una telefonata alla stessa ora di un mese fa. E’ Dagmar. Entro nel panico, appena riconosco la sua voce, ma mi tranquillizzo quando dice: sorry, but… Insomma ha un imprevisto! Ci vedremo alle 6 per una partita a bowling che durerà 60 minuti e poi staremo ancora un po’ insieme. Mi chiede se ho una mail. Le scandisco lo spelling senza chiedere spiegazioni. Sorrido quando pronuncia il mio nome con accento tedesco. Stamattina  trovo un messaggio che conferma l’appuntamento. Per domani. Sono confusa per quella frase indeterminata: “e poi staremo ancora un po’ insieme”.  stride. E ora che ci penso non mi va più di incontrarla.

Categorie: Chiacchiere

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Ancora sui ricordi     30-10-2003  

Inizio estate, primo pomeriggio: sono sdraiata su un letto enorme, in una stanza in penombra. La coperta di cotone ha dei fiori in rilievo e con l’indice ne ripasso il contorno. C’è silenzio e odore di pesce bollito che arriva dal corridoio. Penso: tra cinque giorni compio quattro anni, non mi devo dimenticare.

Mezza estate, tramonto: sono al mare, secchielli sparsi ovunque, c’è ne uno bianco con rilievi blu capovolto sulla sabbia. Ci mettiamo in posa per una fotografia, io poggio il piede sul secchiello. Ho otto anni, penso: poso il piede sul secchiello e ricorderò questo momento per sempre.

Inizio inverno, sera: Ho un cappottino rosso e sono davanti allo specchio nella camera dei miei genitori. Ho una faccia pallida, un buco allo stomaco, sto per andare in ospedale per essere operata di appendicite. Mi guardo e penso: nessuno è mai morto per questa cosa, comunque voglio ricordarmene. Ho dieci anni.

Fine estate, mattino presto: Sono su una imbarcazione che mi sta portando sull’isola di Wight. Sono seduta su delle casse a prua con altri ragazzi. Sulle gambe ho un registratore su cui gira una cassetta con la canzone dell’isola. Qualcuno cerca di abbracciarmi, io mi divincolo infastidita. Con una mano tengo ferma la bombetta che ho in testa, con l’altra blocco la gonna che svolazza. Guardo l’isola che si avvicina, ho 17 anni e non voglio dimenticare.

Ho milioni di ricordi del mio passato, ma nessuno preciso come questi.

Categorie: Con quella faccia un po così

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