Per Farida…     13-11-2003  

Per Farida

Hai mantenuto la tua promessa.

La cartolina che mi hai spedito ha il timbro postale del 10 agosto come avevamo stabilito.

Ne hai scelta una in cui c’è il mare e hai scritto il tuo nome, senza una parola, una frase.

Tornerai? Mi spaventa saperti in mezzo alle macerie, vicino ai carri armati, ai fili spinati.

Si torna sempre: ho vissuto in quella terra per venti anni senza che mi succedesse nulla. Mi hai risposto così quando ci siamo salutati.

La tua amica mi ha consegnato una scatola in cui c’era l’anello di finto argento, un pacchetto avvolto nella carta di giornale e dei libri che ti avevo prestato.

“Allora non torna?” le ho chiesto, dopo aver dato un’occhiata a quello che c’era all’interno – Perché non dovrebbe? Ha risposto lei, indicando i manuali e l’armadio: la sua roba è qui!

Sui suoi occhi è comparsa quell’espressione che me l’ha sempre resa antipatica.

Ho aperto il libro di patologia clinica: avevi sottolineato alcune frasi con la matita rossa. Torna ho pensato, deve fare l’esame.

Il pacchetto non l’ho aperto davanti a Lilly: continuava a girarmi intorno come un avvoltoio, poi quando stavo per uscire ha cercato di trattenermi con un abbraccio.

Sei gelosa?

Mi piacerebbe che lo fossi.

Sono andato nella mia stanza in affitto. Ho infilato una tuta e ho corso per un’ora sotto una pioggia sottile; poi ho fatto una doccia, pensando alla scatola. Ho acceso il fornello e ho messo dell’acqua a bollire. Ho stappato una bottiglia di vino bianco, stavo per gettare la pasta e invece ho aperto il pacchetto: ho trovato i tuoi capelli tenuti insieme da due fermagli verdi .Visti sotto la luce del lampadario della cucina, il nero sembrava quasi blu.

Non li hai mai portati intrecciati quando stavamo insieme.

E’stato un regalo macabro. A me non sarebbe venuto in mente di fartene uno simile, se fossi partito per la guerra.

Ma poi che dico? Io non farò neanche il militare. E sono troppo individualista per sacrificarmi anche minimamente per qualcosa che non mi riguarda in modo diretto. A volte mi capita di provare disprezzo e insofferenza per il mio Paese e per quelli che lo abitano. Succederà così anche per il tuo se un giorno nascerà. Dopo 100 anni dalla sua creazione, forse anche prima perché il tempo scorre sempre più in fretta, qualcuno proverà vergogna e fastidio di essere nato lì.

Certo, sei cresciuta nella miseria e nella violenza. Non posso sapere cosa abbiano significato per te quegli anni; posso imaginarlo, come ho cercato di fare quando ti domandavo i particolari della tua vita di un tempo, ma tu sei stata sempre evasiva. Dicevi: parlare del mio passato mi fa venire i brividi: vedi? E scoprivi il braccio. E allora smettevo di chiedere: ti baciavo e ti facevo ridere. Ma era il tuo passato o il tuo breve futuro a spaventarti? Insieme siamo stati felici: ero consapevole che ci fosse qualcosa che mi tenevi nascosto, ma avevo te; ora sono convinto che un anno fa, quando ti sei iscritta all’università, tu già sapessi che avresti compiuto questa follia. Anzi penso che ti sia concessa un anno per riflettere se quello che avresti fatto, fosse dettato da una necessità ineluttabile oppure dalla suggestione collettiva. Sei venuta in Europa, hai scelto una città italiana e una facoltà che insegna a curare gli uomini; hai continuato a mantenere i contatti con i tuoi amici, ma hai cercato di costruirti una nuova vita, una nuova identità. Hai conosciuto me: io potevo essere quello che ti avrebbe salvato. Mi hai amato, lo so, ma non hai cambiato idea sulla tua missione. Non ti sei confidata con me, convinta che ti avrei giudicata pazza e avrei tentato di fermarti. Se tu non mi avessi spedito la cartolina e mi avessi restituito solo l’anello e i libri, non avrei scritto questa lettera: me la sarei presa con te perché mi avevi dimenticato e, alla fine, mi sarei rassegnato. Sarei venuto a conoscenza del tuo progetto solo dopo la tua morte, sempre che me ne fosse arrivata notizia. Lasciandomi i capelli, hai voluto anticipare quello che stai per fare. Credo che tu abbia agito d’impulso, senza riflettere, ubbidendo a quel poco attaccamento alla vita che ti è rimasto.

La casa dove abitavi non c’è più: i vicini affermano che non c’era nessuno dentro quando è stata distrutta dal carro armato. Mostro la tua foto, che ho ritoccato: avevi i capelli sciolti quando l’ho scattata e li ho nascosti con un fazzoletto nero. Qualcuno ricorda di averti visto nel quartiere, ma nessuno ha saputo dirmi dove tu possa essere. Nello zainetto ho un mucchio di fotocopie di questa lettera; ne lascio una a tutti quelli che ti conoscono. Dei giornalisti francesi mi hanno istruito su come devo muovermi durante le ore del giorno, mi hanno anche promesso che s’impegneranno per lanciare un appello da una radio locale; ma io preferirei che ti giungesse questa lettera, o ancor meglio che c’incontrassimo casualmente lungo la via. Se leggi queste righe, sai dove vado a dormire. E’ una stanza piccola con due finestre; una dà su un cortile interno ed è spalancata durante la notte: si sente il rumore dell’acqua della fontana e arriva il profumo intenso di un gelsomino che si arrampica lungo il muro. Dall’altra si vede la strada percorsa dai camion pieni di militari e si scorgono i bagliori dei colpi sparati oltre la collina. Da quella finestra spero di vederti arrivare, chiamata da questa lettera. C’è ancora qualcosa che devo dirti e che non voglio scrivere.

Togli le bombe dalle tasche, mettici questo foglio e vieni da me.

Andrea

Allaccia i sandali e si guarda allo specchio. Con le dita della mano aggiusta i capelli: non è necessario che li pettini, sono talmente corti che neanche una ciocca uscirà dal fazzoletto.  Indossa dei pantaloni di lino nero e una camicia dello stesso colore. Passa sul viso un velo di cipria bianca, si copre con una tunica che le nasconde il corpo . Mentre si annoda il fazzoletto, sente un fruscio sulla strada. Qualcuno ha spinto una busta attraverso la fessura della porta. La raccoglie senza aprirla, senza neanche dare un’occhiata al mittente. La mette nella borsa insieme alle altre. Esce nella notte, sfidando il coprifuoco.

Categorie: Storie per la rete

[ 4 commento(i) ]

4 Responses to “Per Farida…”

  1. doppiafila dice:

    wow…

  2. stefina dice:

    ho digitato per caso un nome per vedere se poteva esserci un qualche blog che gli corrispondesse, e c’era il tuo. sei grande.

  3. esmivida dice:

    ora che ci penso non mi ricordo come ti ho incrociato la prima volta. Non che la cosa abbia importanza, solo una curiosità

  4. alice121 dice:

    mi ricordo io, ti ho inviato una mail.

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