Se rileggo quello che ho scritto mi accorgo che ho lasciato più traccia di me in quello che ho inventato rispetto a ciò che ho riportato fedelmente. Nel descrivere i fatti così come si sono svolti, uso espressioni e parole e linguaggi che innalzano una barriera dal come sono veramente. Quando scrivo di un bambino o di un pazzo, di qualcuno che è molto lontano da me, non ho necessità di nascondere nulla. La mia identità è al riparo e quindi mi sento più libera, scrivendo di quell’individuo, di arricchirla con particolari in cui mi riconosco. Questo riconoscimento non avviene al momento, ma dopo un certo periodo di tempo. Trovo che tutto ciò sia affascinante. E anche che contraddica (per quanto riguarda me) ciò che molti sostengono: si scrive per gli altri, per essere letti, ecc. Che ci sia un piacere ad essere letti è innegabile, ma il piacere maggiore lo avverto nello scoprire quella parte di me stessa di cui, altrimenti, sarei stata consapevole solo in termini confusi.
Categorie: dello scrivere
[ 4 commento(i) ]
il 10-11-2003 alle 12:00
anche a me capita, di ritrovarmi più in situazioni che con me non hanno niente a che fare, di trovare evocative e simboliche esperienze estranee alle mie riflessioni… oggetti e parole palpitanti di senso.
il 10-11-2003 alle 18:59
Concordo, compiacendomi di non essere la sola a pensarlo.
il 11-11-2003 alle 1:54
forse non si scrive sempre per essere letti, basta non pubblicare
il 12-11-2003 alle 0:57
Senz’altro nella scrittura si rivela una parte di noi che non conosciamo. Basti pensare alla distanza che intercorre tra l’idea che genera lo scritto e la realizzazione concreta dello stesso. Un po’ come il suono della propria voce che comunque ognuno percepisce in maniera peculiarmente diversa da quella che in realtà è.