La palla entra nel cerchio
Guarda suo fratello mentre gonfia le gomme della bici. Ogni tanto tira un calcio al pallone contro la saracinesca del garage. La frangetta gli va sugli occhi e lui la rimanda indietro con uno scatto della testa: è appena tornato da scuola ed è venerdì. Forse andrà al parco e salirà su quell’albero altissimo da cui si vedono i tetti delle case, oppure resterà a casa e giocherà con la play. Non ha ancora deciso.
“Vuoi venire con me?” Dice suo fratello. “Con la tua bici. Puoi guardarmi mentre gioco a scacchi oppure portarti il pallone e aspettarmi nella piazza”.
“E mamma?”
“La convinco io, tu preparati:”
Si toglie gli scarponcini neri e s’infila le scarpe da ginnastica, la maglietta da calcio e si sistema davanti allo specchio la fascetta che gli tiene fermi i capelli. E’ pronto, ma la stanza è un disastro: giornaletti e mostri sparsi ovunque. Li fa sparire sotto il letto. La porta si apre, sua madre guarda lui e la stanza, sorride e gli dice: ”puoi andare, ma non superare tuo fratello”.
E invece la sua bicicletta ha una ruota bucata. Suo fratello gli sussurra all’orecchio: “non importa, sali dietro”.
Sulla strada suo fratello pedala velocissimo. Lui tiene stretto il pallone e chiude gli occhi.
Il centro di scacchi è in un quartiere popolare, abitato da arabi, turchi e indiani. Le case sono palazzi a cinque piani con dei terrazzi minuscoli. La porta a vetri del centro è spalancata. I bambini arrivano in bicicletta, in macchina con i genitori, a piedi. Sono poveri, ricchi, vestiti con abiti usati o di marca. I maestri di scacchi sono dei volontari e il costo del corso copre l’affitto delle stanze dove si fanno le partite.
Decide di aspettare fuori. Per un po’ rimane a guardare i bambini che entrano. Poi si gira verso la piazza: al centro c’è una pietra rettangolare su cui è fissata un’asse di metallo azzurra e sulla punta è attaccato un cerchio rosso, di metallo anche questo, perpendicolare all’asse. Comincia a tirare il pallone in alto per farlo entrare nel cerchio. La piazza è circondata da un muro basso su cui sono seduti gruppi di maschi e femmine di tutte le età. Quelli grandi hanno i motorini: ogni tanto lo accendono fanno un giro e poi tornano a parlare con gli altri. Questo fatto lo lascia perplesso: pensava che solo i vecchi usassero il motorino.
Poi un gruppetto gli si avvicina. Sono più grandi di lui:10 o 12 anni forse. C’è anche una femmina, che ha sicuramente 12 anni. E’ africana, fa rimbalzare una palla e ogni tanto sputa: sembra più maschio lei che gli altri. Poi uno alto quasi come lui, ma con la faccia da adulto, gli fa una domanda. “Non capisco”, risponde lui in inglese. Lo guardano in silenzio. Anche lui li guarda. Sono 5: la femmina, quello grasso che ha parlato, uno con la pelle scura, un cinese e uno con i peli sotto il naso. Parlano tra di loro, ridono, poi quello con la pelle scura dice: “Totti: Buono giocatore. Buono spaghetti”. Ride anche lui e risponde in olandese: nella tua lingua conosco solo parolacce”. Ne sa anche in coreano e spagnolo veramente, ma è inutile dirle: tanto non si stupirebbero. Quello con la pelle scura si chiama Ben, è indiano e parla inglese. Gli porge la mano, lui gliela stringe. Gli altri ridono ancora.
“Giochiamo”, dice Ben, “con la tua palla; ma non a calcio: a un gioco che conosciamo noi. Dammi la palla che ti spiego”. E’ indeciso, ma poi gliela lancia. E’ un gioco stupido, da femmine, quello che vuole fare Ben: uno sta al centro e gli altri intorno. Quello che sta in mezzo deve cercare di intercettare la palla. “Devi stare in mezzo tu”, dice Ben. “Perché?” Chiede lui. “Perché così ha stabilito Fiona”, dice Ben. Fiona è quella africana: è lei il capo. Cominciano. Sono più alti di lui e per quanto corra non riesce nemmeno a sfiorarla: il cerchio dovrebbe essere più stretto. Lo dice a Ben. Ma lui alza le spalle e risponde: “la regola è che il cerchio sia così, altrimenti è troppo facile”. Poi quello grasso manca la presa e lui riesce a prenderla. Il bambino fa una smorfia, ma Ben gli strizza l’occhio e tutti ridono. Vorrebbe smettere di giocare; andare a cercare suo fratello e guardarlo mentre muove i pezzi sulla scacchiera. Invece lancia ancora la palla. La prende Ben, poi Fiona che la tira verso il cinese, ma altissima troppo alta perché lui possa afferrarla. La palla sale dritta verso il cielo, poi ricade in un terrazzino, rimbalza e si incastra sotto uno stendino dove sono appesi dei pantaloni ad asciugare.
“L’hai lanciata apposta lì”, dice lui alla ragazza. Lei ride, risponde con suoni incomprensibili e sputa vicino alle sue scarpe da ginnastica.
“Mi dispiace” dice Ben. “Andiamo a prenderla” dice lui e strizza gli occhi per cacciare via le lacrime. “Non si può, quelli della casa non arrivano prima di notte”. Suo fratello ha finito la partita e sta togliendo la catena alla bicicletta, lo chiama. Lui guarda il fratello, poi torna a guardare loro. “Domani torno a prenderla” dice a Ben. “Certo”, risponde quello tranquillo. Si avvia verso suo fratello. Cammina a testa bassa, asciugandosi le lacrime. Poi si ferma, si gira:sono ancora tutti lì, con le braccia incrociate a fissarlo. Agita il pugno e urla in italiano: "Indiano: domani torno a prenderla!"
Categorie: Storie per la rete
[ 5 commento(i) ]
il 23-09-2003 alle 14:43
Alice, un blog una garanzia. Sempre bei post, mai banali e sempre ben scritti… Saluti & Bax
il 23-09-2003 alle 17:50
quasi quasi mi costruisco un bannerino pubblicitario con la tua frase: Alice, un blog una garanzia;-))
il 23-09-2003 alle 21:04
oppure facciamo un *alice fan club*. ma non c’è bisogno: basta il passaparola. ma grazie davvero
il 24-09-2003 alle 14:40
E’ bellissimo. Dico sul serio. A presto per le recensioni. Buona giornata, F.
il 07-12-2005 alle 14:02
argh! e poi com’è finita? la palla l’ha davvero ripresa? sono diventati amici?