Il treno che porta al mare di Ostia la domenica mattina parte ogni 15 minuti. Il viaggio su quel treno è fondamentale per capire quello che succede a Roma. I ragazzi italiani rappresentano il 20% dei passeggeri, vengono dalla periferia e sono ben vestiti. Hanno qualche euro in tasca e li spendono per andarsi a tuffare nelle piscine degli stabilimenti. In uno di questi, dalle 4 alle 5, possono buttarsi da un’altezza di circa 15 metri e si tuffano urlando il nome della squadra del cuore, della loro donna o semplicemente gridando: W la fica! Ognuno ha qualcosa da dire nell’attimo in cui precipita nel vuoto.Anche le ragazze italiane sono vestite con cura, alcune in modo vistoso e sono molto magre. Nel viaggio di ritorno ne vedo tre svenute: una nel treno e due alla stazione. Non fa particolarmente caldo a quell’ora, tutte e tre sono distese per terra con un amica che sostiene le gambe: gambe scheletriche che ricordano quelle di un airone. L’altro 80% dei passeggeri del treno è composto da ucraini e polacchi. Li riconosci dal suono della lingua e dai denti: gli uomini ucraini hanno degli spazi scuri e le donne ucraine i denti d’oro. Alla stazione di Porta S.Paolo c’è un piccolo mercato dove le donne dell’est comprano abiti usati e un chiosco dove gli uomini si siedono ad aspettarle bevendo birra alle 9 del mattino. Gli emigrati dell’est di venti anni invece preferiscono il vino frizzante che portano sul treno e bevono con le loro amiche sudamericane. Il treno impiega 30 minuti ad arrivare al mare. Alla fine del viaggio negli scompartimenti rimangono molte bottiglie vuote.
Ore 20.00: c’è un supermercato aperto vicino alla piazza del concerto del 1 maggio. A pochi metri c’è un piccolo giardino, alla sinistra del giardino ci sono delle mura romane. Il giardino ha una decina di panchine, è pieno di spazzatura ed è affollato da quei polacchi e da quegli ucraini che hanno preferito l’ombra al sole della spiaggia. Ognuno ha la sua bottiglia. Un paio dormono su quello che sembra un prato. Alcuni si aggirano barcollando al centro del giardino. Quelli che passano a piedi, bisbigliano: che schifo! E si allontanano in fretta. In quel giardino mio padre mi portava quando avevo pochi mesi. Ho delle foto dove lui è seduto su una panchina e mi tiene in braccio. Credo che sia la stessa panchina, di cui è rimasto solo lo scheletro,che adesso è circondata da bottiglie vuote.
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[ 6 commento(i) ]
il 21-07-2003 alle 11:25
Cosa urleresti Alice spiccando il volo da quel trampolino? Saluti & Bax
il 21-07-2003 alle 11:32
bella domanda…mi verrebbe in mente una frase, ma c’è il tempo solo per una parola…quindi comincerei la frase prima del lancio, dopo il fischio del bagnino, direi: mi tuffo con gli occhi…Aperti. Sarebbe questa la mia parola.
il 21-07-2003 alle 11:44
Bello i ltuo racconto, hai un modo di scrivere che coinvolge, una proposta, le mille bolle blu per la colonna sonora di vent’anni fà, e Noi Ragazzi dello Zoo di Berlino (David Bowie) per il trenino al giorno d’oggi.
P.S.
L’ho preso anche io da ragazzino prima di poter andare con il motorino ed ho un ricordo bellissimo di quelle uscite al mare…..ciauz e grazie.
il 21-07-2003 alle 17:18
La visione dello scheletro di una panchina che si “conosceva” provoca la stessa tristezza della constatazione del ridimensionamento (letterale ed emozionale) della “maestosità” dei luoghi dell’infanzia. E’ un urlo anche questa constatazione; un urlo al contrario, a ritroso. E potrebbe essere utile durante un tuffo.
il 22-07-2003 alle 9:07
io emetterei solo un gemito: le altezze mi terrorizzano…
il 24-08-2003 alle 15:45
In blog come questo, i commenti sono inutili e idioti. Non ce n’è acun bisogno, veramente. Riflettiamo sul testo, che è magistrale, ed evitiamo di aggiungere frasi sciocche.