Ada Cerulli cammina piegata sotto il peso del tavolo di plastica e del sacco che contiene i suoi lavori all’uncinetto, cammina con fatica tra le case basse del Pigneto.
Ha sessanta anni, ne dimostra dieci di più, ma ha mantenuto l’energia di una donna ancora giovane. Esce dal quartiere dove è nata, costeggia la ferrovia, arriva sulla Prenestina, prosegue ancora per un lungo tratto sotto la sopraelevata fino ad arrivare alla fermata del tram, poi l’aspettano ancora due autobus e finalmente giunge a Castel Sant’Angelo.
Quando è sul ponte, poco lontano dal portone d’ingresso, apre il tavolino, la sedia pieghevole, dispone con attenzione le presine, i centrini, i portatovaglioli e fino alle otto della sera, sotto un sole bollente, vende i suoi lavori ai turisti americani e tedeschi che passano per visitare il castello.
Il viso e le braccia di Ada Cerulli sono color carbone, ma quando si va a rinfrescare alla fontana, mostra una pelle bianchissima e piena di pieghe. Ha una pensione che sommata a quella del marito, che é morto da dieci anni, sfiora gli ottocento euro al mese, ma vive come se fosse povera in canna. L’unico lusso che si concede è un cono gelato che succhia lentamente, accomodata sulla sedia pieghevole, quando il sole scompare dietro il castello. Con i soldi che ricava dal suo commercio e con una parte della pensione contribuisce al benessere del figlio che lavora come guardia giurata in una banca.
Tutti gli abitanti del Pigneto sanno bene che Enzo non avrebbe bisogno dei soldi della madre e che se li accetta, è solo perché senza quell’attività che la tiene impegnata tutto il giorno, Ada Cerulli cadrebbe in depressione.
All’inizio di luglio la temperatura raggiunge i quaranta gradi e Ada Cerulli va in cerca del fresco nei giardini poco distanti dal ponte.
Lì, su una panchina incontra Romeo, pensionato anche lui, che consuma buona parte della sua rendita per sfamare i gatti randagi che vivono da quelle parti. Da quel momento Ada Cerulli prende l’abitudine di sistemare il suo tavolino sotto un pino per stare vicino a Romeo che non sopporta il sole, e pian piano s’intenirisce sia di lui che dei gatti, e comincia a finanziare l’acquisto delle scatolette e dei croccantini, dapprima con il ricavato delle sue vendite, poi anche con la sua pensione.
Il figlio, poco convinto dalle scuse che la madre trova per giustificare la fine del contributo economico, chiede un permesso e si apposta dietro la balaustra di marmo bianco del ponte Sant’Angelo, e scopre l’esistenza di Romeo.
Dà un paio di sberle all’uomo, costringe sua madre a salire in macchina, la porta a casa, la riempie di botte, poi l’accompagna all’ospedale.
Al Pronto Soccorso Ada Cerulli dichiara di essere caduta dalle scale.
Tutto il quartiere sa quello che è successo.
Enzo ha detto agli amici del bar: potevo lasciar correre che le piacesse fare la mendicante perché è nata povera, ma non potevo permetterle di fare la puttana.
Tutti sono d’accordo, fanno di sì con la testa e non aggiungono altro: perché non c’è altro da aggiungere.
Poi Ada Cerulli è guarita, anche se zoppica ancora. Trascina il suo tavolino fino allo strada del mercato del Pigneto e vende lì i suoi lavori, ma guadagna un decimo rispetto agli incassi che faceva al Castello.
Adesso è il figlio che va allo sportello a prelevare la pensione perché lei non ci sta più con il cervello, così è scritto sul foglio che ha firmato con una grande croce tremolante.
Categorie: Con quella faccia un po così, Storie per la rete
[ 6 commento(i) ]
il 15-07-2003 alle 10:37
bello, veramente… ma anche e sopprattutto triste.un pugno alla bocca dello stomaco. un frammento stile “dancer in the dark”…
il 15-07-2003 alle 11:57
anche io ti stavo per scrivere lo stesso commento… è anche dolcemente triste. E a Roma trovi tantissimi personaggi così strani, con vite da solitudine neorealista.
il 16-07-2003 alle 22:56
che tristezza….
il 17-07-2003 alle 11:38
dei bei pezzi di merda il caro Enzo e i suoi amici del bar
il 18-07-2003 alle 1:20
Ada Cerulli. Un altro tuo piccolo, ma grande ritratto. Grazie. Perché ci hai ricordato una parte di umanità che esiste. Anche se non fa statistica. Ma solo cronaca. Eppure è vita.
il 29-05-2008 alle 18:27
[...] sono ricordata di questo racconto che ho scritto cinque anni [...]