5 Puntata di: Storia di Giando V.: di come si salvò dal diventare medico per divenire un fruttivendolo felice

Nello stesso momento, nella camera ammobiliata sopra il refettorio, anche Adele Valle aveva un po’ di febbre. Ma dopo essere stata a lungo sotto il getto dell’acqua fredda, la temperatura era scesa di nuovo a 35. Era il fuoco che le si era acceso dentro che l’aveva scombussolata.
La cena, portata dalla suora di turno in cucina, era rimasta intatta sul tavolo. Non riusciva a stare ferma. Camminava avanti e indietro dalla finestra alla porta e, svanito l’effetto rinfrescante della doccia, aveva ripreso a sudare. Doveva rimanere lucida. Riflettere attentamente sulle frasi che avrebbe detto al ragazzo il giorno dopo. Innanzitutto doveva scegliere il luogo dove parlargli. Il corridoio o la biblioteca non erano posti adatti: poteva arrivare qualcuno all’improvviso e far caso alla sua agitazione che era sicura di non riuscire a mascherare. Il sottoscala era da escludere: potevano essere notati, anche se fossero scesi separatamente. Decise di fissare l’appuntamento in un vicolo, non molto lontano dalla scuola, dove lei lo avrebbe raggiunto con la 127, non appena terminate le lezioni. Nella sua macchina avrebbe trovato quella lucidità che non riusciva a raggiungere in quella squallida camera con mobili di plastica che odoravano di borotalco e di morte. Quando avrebbe parlato, sarebbe stata esplicita: avrebbe confessato che le era piaciuto il bacio, che ne voleva altri, anche se non a tempo indeterminato: si rendeva conto di quanto fosse poco desiderabile per lui. La loro relazione sarebbe durata fino al termine dell’anno scolastico, poi lo avrebbe lasciato andare. Non poteva rifiutare. Durante questo mese e mezzo, sarebbe stata lei a fissare i luoghi e gli incontri. Il 15 luglio, il giorno in cui sarebbero stati esposti i risultati degli esami, gli avrebbe consegnato la dichiarazione che il ragazzo aveva firmato e gli avrebbe dato l’ultimo bacio. Non correva rischi penali: Venturini era maggiorenne. Avrebbe potuto denunciarla che lo stava ricattando, ma si sarebbe difesa sostenendo che il ragazzo la calunniava per salvarsi dal grande guaio in cui si trovava. Una seconda condizione che avrebbe dovuto accettare era di non svelare a nessuno l’esistenza del loro rapporto. Dopo l’incontro nel vicolo, sarebbe andata alla stazione e avrebbe cercato una pensione che affittasse camere ad ore. L’idea di far l’amore in una stanza impolverata, pregna di sudore e di orina e con il pavimento lurido, l’eccitava. Ora doveva calmarsi. Dormire. Tirò fuori la camicia del Che dal cassetto, si sfilò l’accappatoio, si distese nuda sul letto, immaginò il momento in cui ne avrebbe allacciato i bottoni al Venturini e finalmente si addormentò con la camicia sopra il viso, come se fosse un sudario.
Alle 6, quando suonò il campanello che chiamava le suore in chiesa, era già sveglia. Si spalmò abbondantemente di crema depilatoria, poi passò e ripassò la lametta fino a che non ci fu più traccia di quei peli piccoli e duri . Si strofinò con il guanto di crine, fece un’altra doccia gelida e si vestì senza asciugarsi. Prima di lasciare la stanza si fissò a lungo nello specchio del bagno, quasi a volersi imprimere il viso che il ragazzo avrebbe guardato. Poi uscì in fretta, senza aspettare la colazione.
Si accorse da lontano degli squarci alle gomme. Dapprima non pensò ad una vendetta degli studenti, ma quando si girò per tornare al convento e chiamare un taxi, la scritta rossa sul portone l’agghiacciò: il ragazzo si era confidato con i suoi amici e il ricatto non era più realizzabile. Durante il tragitto nel taxi, cercò di ritrovare la calma che le occorreva per esporre l’accaduto al preside e alla polizia subito dopo. Venturini non sarebbe più entrato in quella scuola. Avrebbe trovato qualcun altro a cui far indossare la camicia. Ad agosto sarebbe andata in Abruzzo: sulle montagne avrebbe cercato un pastore, ci avrebbe fatto l’amore, dopo avergli fatto infilare la camicia, nel posto dove questo richiudeva le capre per la notte. Quando l’auto si fermò davanti alla scuola, la professoressa di matematica Adele Valle, sorrideva pensando che alla sua collezione, che fino a quel momento contava solo un esemplare, avrebbe aggiunto almeno un altro indumento; le sarebbe piaciuta una maglia di lana ingiallita dal sudore di chi l’aveva portata.

Continua….

Categorie: Storie per la rete

[ 1 commento(i) ]

One Response to “5 Puntata di: Storia di Giando V.: di come si…”

  1. utente anonimo dice:

    aspetto curiosa il finale…
    (grazie per il commento al mio post su mondo blog, condivido l’irritazione per chi ti guarda schifato/perplesso mentre gli dici che comunichi in rete…)

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