Terza Puntata - Storia di Giando V.: di come si salvò dal diventare medico per divenire un fruttivendolo felice.

Quel giorno Giando V. si era legato sulla testa la bandana che portava normalmente al collo e con cui si copriva il viso durante le incursioni malandrine con i suoi compagni. Non pensava al Che nel momento in cui l’aveva sistemata davanti allo specchio del bagno, ma piuttosto aveva tentato di nascondere i capelli che non aveva avuto il tempo di lavare. Aveva rinunciato anche a radersi la barba (erano almeno tre giorni che non la tagliava) ed era volato a scuola. All’uscita andò con Marco, detto il Padella, per la forma schiacciata del viso e del labbro superiore che assomigliava a quella di un coniglio, alla cantina dove si fumarono una canna ascoltando Lizard dei Crimson e finirono di preparare le molotov da portare ai compagni del Bramante. Alle quattro e mezza il Padella lasciò Giando V con il borsone davanti al cancello del Michelangelo e partì sgasando con la sua mitica 500 che però raggiungeva in caso di bisogno o di sballo, la velocità di 110, 120 chilometri orari, alla volta della palestra di karate dove l’attendeva un incontro a cui si preparava da tempo.

Prima di proseguire sul fatto che accadde nel sottoscala, dobbiamo soffermarci ancora su un particolare, che finora è stato appena accennato, un dettaglio che non ha una grande rilevanza nella storia, ma che serve a spiegare meglio perché alla professoressa di matematica, Adele Valle, girò la testa quando fu investita dall’odore di Giando V. che non faceva una doccia e non si cambiava la camicia da circa una settimana (i jeans da oltre due mesi). Circa un anno prima, l’insegnante di educazione fisica con cui Adele Valle chiacchierava sempre volentieri nella sala professori, era partita per un viaggio a Cuba. Prima della sua partenza, Adele Valle le aveva spiegato che da qualche tempo aveva intrapreso una collezione di indumenti appartenuti ad uomini celebri, e l’aveva pregata di comprarlele, a qualunque cifra, una maglietta o una camicia appartenuta al comandante Ernesto Guevara. L’insegnante, al ritorno del suo viaggio, le aveva portato una camicia, pagata 25 dollari, con tanto di certificato di garanzia. Adele Valle, aveva osservato con attenzione il pezzo di carta, scettica sulla sua autenticità, ma era tornata eccitata nella camera ammobiliata: la camicia emanava un fetore che poteva essere anche quello del Che. Quando la solitudine la sorprendeva durante la notte, tirava fuori la camicia dal cassetto, l’annusava a lungo e si addormentava appagata.

3.3.Giando V., con la sua borsa piena di molotov, che avrebbe dovuto rifornire tutti i bombaroli delle scuole del centro, capì di essere nei guai: ma nei guai terribili, di quelli che ti spediscono in carcere per anni, senza possibilità di ottenere il perdono. Agì senza riflettere, ubbidendo al suo istinto di maschio a cui nessuna aveva mai detto no: prese tra le mani il viso della professoressa e le diede un lungo bacio che lei ricambiò. Poi Adele Valle si divincolò, lo respinse e con una voce rauca, che schiarì subito, disse: Venturini, sei impazzito? Mi scusi professorè, rispose lui, più tranquillo perché aveva visto che aveva accettato il suo bacio, - non so cosa mi sia preso, era buio, l’aveva scambiato per Mara. Se c’era una frase che non doveva dire era proprio quella; Giando V. lo capì mentre la pronunciava e aggiunse: poi quando le ho preso il viso l’ho riconosciuta e allora mi è venuto un bacio diverso. Mara non la bacio così, con questa intensità. Indietreggiò leggermente in modo da nascondere meglio la borsa. Adele Valle fremeva di sdegno e di passione trattenuta: di sdegno perché l’aveva scambiata per Mara, di passione trattenuta perché avrebbe continuato a baciarlo. Per quello che hai fatto potrei darti una sospensione e…cosa nascondi là dietro? E con l’indice puntò la parte della borsa fosforescente che brillava nella semioscurità del sottoscala. Fammi vedere! Ma niente professorè, stavo nascondendo la borsa di ginnastica del Padella, cioè di Camposanti, per fargli uno scherzo. Aprila! No! Venturini: apri quella borsa immediatamente! Così uscirono fuori le molotov.

Continua…

 

Categorie: Storie per la rete

[ 6 commento(i) ]

6 Responses to “Terza Puntata - Storia di Giando V.: di come…”

  1. utente anonimo dice:

    se è un racconto mi sa che stai andando troppo di corsa… mi soffermerei con più attenzione sull’incontro tra i due, sui sentimenti contrastanti, etc..approfondirei il lato psicologico dei due personaggi
    dante

  2. alice121 dice:

    questa è la terza puntata del racconto…terza puntata che ho dovuto dividere in 3 parti perchè sto usando un computer che non è il mio…mi viene dubbio se questi 3 post si capiscano che insieme fanno la 3 puntata…

  3. utente anonimo dice:

    il tuo racconto mi lascia letteralmente di stucco, mai ho letto una biografia piu’ vera e toccante della tua, sei un vulcano,continua cosi’, mi fai da ninna nanna prima di coricarmi.Ciao Alice un bacione.

  4. alice121 dice:

    grazie anonimo:-)) pensavo che non si capisse niente con questi 3 post…un bacio anche a te:-)

  5. utente anonimo dice:

    Tutto mi sembra fuorché ninna nanna. Anzi temo brusco, pardon scoppiettante risveglio. Ah, ti ho spedito VOROMPATRA…

  6. esmivida dice:

    sì che si capisce che è una parte di un tutto… notte :)

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