“Era ormai qualche mese che abitavamo in quel quartiere, in quella via. I vicini ci passavano accanto come se non esistessimo. Come se non ci fosse nessuno straniero nella loro strada. Neppure io li guardavo, perciò non sapevo ancora chi abitasse in quale casa e chi fosse la moglie di quale marito.
In realtà tutto il vicinato ci teneva accuratamente d’occhio. Le donne della nostra via si nascondevano dietro le tende e controllavano i nostri acquisti.” Da Il viaggio delle bottiglie vuote di Kader Abdolah.
Ho letto questo libro due anni fa, prima di trasferirmi. Ogni tanto lo riprendo in mano e mi rileggo qualche frase. Kader è nato in Iran ed è arrivato in Olanda come rifugiato politico nel 1988. Come profugo ha ottenuto una casa e un sussidio. Ha studiato l’olandese e dopo nove anni ha scritto questo libro. Il romanzo racconta di quanto possa essere duro e pieno di ostacoli l’integrazione di un uomo che proviene “da un paese in cui tutto era proibito a uno in cui tutto era permesso”. Il protagonista si rende conto che per capire e accettare queste differenze così radicali deve impararne la lingua. E la impara talmente bene da scrivere in olandese.
Tra me e lui le differenze sono profonde. Lui sapeva che non sarebbe più tornato nel suo Paese, io ci ritorno, più o meno, quando voglio. Lui è stato costretto ad abbandonarlo, io no. Non poteva permettersi di pagare una scuola internazionale per suo figlio, io invece si. Lui quando arrivò nella casa assegnatagli dal Comune, era l’unico iraniano. Io, se mi sposto di pochi chilometri, incontro tutti gli italiani che voglio.
In comune abbiamo gli episodi di vita quotidiana. Quando lessi questo libro mi ero spaventata. Ora, quando lo riguardo, mi fa sorridere. I paesi in Olanda sono uno attaccati all’altro. In uno si concentrano gli americani, in un altro i francesi, gli italiani, e così via. Poi ci sono quelli distaccati che vivono tra gli olandesi. Io sono una distaccata. Dopo due anni che abito in questa casa qualcuno, a volte, mentre cammino per strada, mi fa un sorriso. Preferisco così, piuttosto che fare la vita di comunità. Chiacchiero solo con un tipo alquanto singolare. Non so come si chiami, non glielo ho mai chiesto. So che è arabo, scappato anche lui, molti anni fa, ma non so da dove. Mi ha abbordato lui, una mattina. Volevo comprare il giornale e lui stava davanti all’unica copia di Repubblica. Mi ha guardato e mi ha detto nella mia lingua: “c’e’ un articolo interessante sulle origini dell’uomo”. Se vivesse in Italia dormirebbe per strada, invece qui ha una casa e un sussidio. Di solito è davanti al supermercato a vendere una rivista per extracomunitari. Mi ha raccontato che ha studiato a Perugia, che una volta suonava la batteria con degli amici italiani. Non so se sia vero o no, certo è che l’italiano lo parla bene come anche l’inglese e l’olandese. Non gli si possono fare domande, si innervosisce. Racconta qualcosa quando è di buon umore. Qualche volta canta e lo fa in modo da sembrare un po’ fuori di testa. Ma è solo una scena che mette in atto per gli olandesi, non so perché. Non appena mi vede, mette via il suo sguardo un po’ folle e comincia a chiacchierare.
Categorie: Libri
[ 5 commento(i) ]
il 07-05-2003 alle 21:25
Mi piace questa cosa, Alice, magari è vero che noi italiani ispiriamo simpatie e confidenze. Io sono stato all’estero solo per brevi periodi e non posso giudicare, ma magari è così. Potresti raccontare, per favore, qualcosa della tua esperienza al riguardo. Se ti va, certo
il 07-05-2003 alle 21:28
mancava il punto interrogativo e sembrava un’imposizione: eccoli: ?????? Scusa
il 07-05-2003 alle 22:29
…ci penso e vediamo se riesco a scriverci qualcosa..:-)
il 08-05-2003 alle 21:26
il 16-11-2004 alle 14:37
Ho letto il tuo testo con molto interesse e mi è paciuto. “Heerlijk”